Il sette luglio scorso, a circa tre mesi di distanza dall’ultimo episodio e proprio quando le cose parevano volgere al meglio, ho nuovamente esperito un principio di attacco di panico. È cominciato poco dopo essermi coricato: una spiacevole sensazione di soffocamento, il pensiero costante e insopportabile di trovarmi al termine di un vicolo stretto e senza uscita, la certezza di essere profondamente sbagliato – senza capacità alcuna di bonifica -, l’impotenza di cambiare le cose e la più nera disperazione a premermi sul petto.
Ho dormito una sola ora, in barba ai miei costanti (vani) tentativi di persuadermi che non sarebbe più accaduto.
Non so cosa ci sia oggi di così palesemente claudicante nella mia mente – una mente che è si sempre accordata con armonia e costanza al modo di vivere del sottoscritto e di chi lo circondava -, eppure mi è facile intuire che qualcosa si è definitivamente guastato.
Non posso continuare a sentirmi legato ad una persona che non è più unita a me allo stesso modo di otto mesi fa (né, ormai lo so, lo è mai stata). Sono trascorsi più di 250 giorni, ormai certe ferite avrebbero dovuto rimarginarsi, invece mi ritrovo una volta di più a contare le ore fosforescenti sulla mia sveglia analogica (quella del Mulino Bianco, unica reliquia di modernariato trash nella mia stanza, nonché copertina di Linus per il sottoscritto e, per tale motivo, dura a morire), tormentato e travolto dall’ineluttabilità del cambiamento.
La scorsa notte ho desiderato che fosse lì con me per calmarmi, che mi abbracciasse e mi sussurrasse:- Tranquillo, sono ancora qui, questo abbraccio ne è la dimostrazione.
Avrei pagato con l’anima e asperso tutti i fiori del mondo con la mia fede per avvertire la sua presenza accanto e ascoltarne il respiro rassicurante, come accadeva durante i periodi di vacanza, ricordi oramai sbiaditi dal tempo.
Non mi vergogno di scrivere queste cose; al contrario, mi faccio beffa dei benpensanti e dei moralisti. Non c’è niente di sordido o morboso, qui, nulla di legato alla sfera sessuale, ma solo a quella affettiva, all’emotività che mi governa.
Da piccolo ho ricevuto pochi abbracci da mio padre, sempre troppo brevi (ironia della sorte, proprio quando avrei potuto averne e comprenderne la forza l’ho perduto), e oggi, a trentaquattro anni, ne avverto distintamente la mancanza, ne sento il disturbante bisogno; eppure non si può questuarne ad altri, non sta bene, c’è chi potrebbe pensare male. Le gente non è disposta ad offrirtene, per gelosia, per timore, o semplicemente perché qualcuno potrebbe vedere ed equivocare.
E allora me ne resto qui, a pensare a tutti quelli che hanno paura dell’abbraccio e alla persona che ho trovato quattordici anni addietro senza sapere di esserne alla ricerca – dopo la dipartita di mio padre, tre lustri fa, ne aveva preso in qualche modo il posto -, che ho perduto senza che io lo volessi e che – in ogni caso – oggi non c’è più. Non come prima, almeno.
Tutto è diverso. Nulla è riconoscibile.
Non riesco ad accettare un cambiamento che mi è stato imposto.
Non riesco ad accettare un allontanamento arbitrariamente giustificato.
Non riesco ad accettare un abbandono nel momento del bisogno vissuto con tanta superficialità.
Non riesco ad accettare il mutismo e la rassegnazione passiva di chi non lotta per riappropriarsi di ciò che prima aveva.
Non riesco ad accettare il ridimensionamento unilaterale di un rapporto in nome di un altro.
Non riesco ad accettare di essere stato così facilmente rimpiazzato.
Non riesco ad accettare l’amputazione di una parte di me stesso.
Non riesco ad accettare che una persona sconosciuta mi ridefinisca per ciò che non sono. E che le si creda con tanta leggerezza.
Non riesco ad accettare la banalità di certi pensieri e l’ingenuità di certi egoismi infantili.
Non riesco ad accettare di aver sofferto più per questo distacco che per quello di mio padre. E che dall’altra parte questo aspetto non abbia goduto della minima considerazione, ma, anzi, lo si sia vissuto come un fastidio.
Non riesco ad accettare di essermi speso senza riserve per niente.
Non riesco ad accettare di essermi perso nei boschi, di non riuscire più a ritrovare la strada verso casa.
Non riesco ad accettare di essere appassito per colpa di qualcun altro.
Non riesco ad accettare l’irreparabilità della mia situazione.
Non riesco a respirare.
In questo purgatorio dove mi hanno catapultato a novembre 2007 diffido della trasparenza nei rapporti umani, sono irrigidito nei sentimenti, ho paura di lasciarmi andare, di patire la miseria che fino ad ora ho dovuto accollarmi interamente in nome della felicità altrui. Vedo gli altri paghi mentre io resto bloccato dove sono e razionalizzo l’amore.
Rimango indietro, sono un articolo già vecchio.
Una babilonia di pensieri incoerenti. Dio benedica questo casino.
R. non sai il danno che hai fatto, la tua piccola mente negligente non è così forte da intuirne anche solo vagamente i contorni smisurati, né l’irreversibilità.
Mi sono rotto, non esiste mastice che possa aggiustare le cose.






