A nudo

Tre cose so fare bene. Solo tre.
So leggere fra le righe degli animi della gente, a poco a poco, in silenzio.
So far finta di non saperlo fare, perché a volte è indispensabile per non morire o per non ferire.
E so fare bene l’amore.
Questo so fare. Questo sono io.

In viaggio con l’asino

Manifesto delle celebrazioni per i 130 anni del viaggio di Stevenson

Nel 1878 Robert Louis Stevenson compì uno straordinario viaggio in solitaria nelle Cévennes.
Partì il 22 settembre da Le Monastier, nell’Alta Loira, fino a giungere a Saint-Jean-du-Gard, attraversando quattro regioni della Francia e percorrendo a piedi quasi 200 chilometri in dodici giorni in compagnia dell’asina Modestine. Un’impresa per quei tempi.
Aveva ventisette anni, era un giovane scrittore ancora sconosciuto la cui salute era minata dalla tisi e le cui relazioni familiari erano da sempre burrascose (il padre, imprenditore, non vedeva di buon occhio le aspirazioni letterarie del figlio; come non apprezzava il fatto che il ragazzo avesse da poco iniziato una relazione con un’americana più vecchia di lui di oltre dieci anni, sposata e con due figli).
In tanto malessere il viaggio solitario a piedi tra le montagne francesi prometteva a Stevenson un periodo di solitudine per interrogarsi sui propri sentimenti e propositi, e al tempo stesso rappresentava una distrazione dalla folla di cattivi pensieri che lo attanagliavano la notte.
Scrive a riguardo: «Viaggio unicamente per viaggiare. L’essenziale è muoversi, provare più da vicino i bisogni e le difficoltà della vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentire sotto i piedi il granito della terra, disseminato di pietre taglienti».
Itinerario di StevensonE ancora: «Trovarmi al mattino sul limitare del bosco in un’anonima zona del Gévaudan, senza sapere dove fossero il nord e il sud, ignaro di ciò che mi stava intorno come il primo uomo sulla terra, un vero naufrago terrestre, era come veder realizzata una parte dei miei sogni. […] Non mi è capitato spesso di godere di un più sereno possesso di me stesso, né di sentirmi più indipendente da ogni necessità materiale. Il mondo esterno, dal quale fuggiamo per rannicchiarci nelle nostre case, sembrava dopo tutto un luogo accogliente e abitabile; e, notte dopo notte, un letto era pronto per l’uomo che avesse voluto occuparlo, nei campi, dove Dio tiene una casa sempre aperta per chiunque».
Anche il compagno di viaggio di Stevenson, Modestine, non era quello che tutti ci aspetteremmo oggi. Non un bel cavallo di razza, ma una piccola asinella non più grande di un cane, del colore di un topo. «Ora, un cavallo è come une bella signora, tra gli animali: volubile, timido, delicato di salute e schizzinoso nel mangiare, è troppo prezioso e irrequieto per essere lasciato solo, cosicché siete legato alla vostra bestia come a un compagno di galera. Una strada pericolosa basta a farlo imbizzarrire; in breve, è un compagno incerto ed esigente che non fa che moltiplicare i fastidi del viaggiatore. Ciò di cui avevo bisogno era invece una bestia che fosse insieme a buon mercato, piccola e robusta, di indole tranquilla e pacifica: tutte caratteristiche che portavano a un asinello».
Compagna astuta, Modestine si rivela poco utile e poco apprezzata dal suo padrone per tutta la prima parte del viaggio. Saranno le difficoltà affrontate e superate assieme – tra cui una terribile notte di tempesta – a unire i due («Aveva i difetti della sua razza e del suo sesso, ma le virtù erano di lei sola.»).
Negli anni seguenti Stevenson divenne l’autore di classici quali “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.
Ancora oggi – a oltre 130 anni da quel viaggio e pur essendo cambiate molte cose – tante persone ripercorrono a piedi gli stessi sentieri dello scrittore, mosse dal fascino dei luoghi descritti (e documentati nel libro “Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino”, del 1879) e dalla necessità di trovare riscontri a domande di più ampio respiro (il viaggio reale come metafora del viaggio interiore).

In tutti noi convivono il bisogno cronico di sistemarsi e la necessità di esplorare, sperimentare, migliorarsi (d’altronde la stessa teoria darwiniana è basata sull’evoluzione della specie per non soccombere). In taluni prevale sistematicamente uno dei due stati d’animo e dunque la vocazione risulta più evidente (anche se difficilmente si rivela definitiva); in altre persone i due aspetti si compensano senza mai giungere ad un equilibrio stabile, il che – pur rendendo a volte penoso il modo di affrontare la quotidianità (sfido chiunque nel riuscire a far coesistere costantemente acqua e fuoco senza uscirne sfiniti) – rende gli animi più idonei al cambiamento e alle sfide continue. Tanto le menti sopite, quanto quelle votate a genio e sregolatezza, non sono mai andate lontano. Una mente che dia un fine alla creatività, per contro, è una mente felice e prolifica.
Non è una colpa avere uno spirito irrequieto. Non è un torto pensarla diversamente, anche a costo di rimanere soli (che non è mai per sempre, a meno di non volerlo sul serio).
Una strada diritta e senza nebbia è sì più comoda, ma è davvero un’ipotesi realistica e percorribile?

A tutti coloro che cercano uno spunto originale per un regalo natalizio consiglio il libro “In viaggio con l’asino” di Andrea Bocconi e Claudio Visentin (Guanda Editore, 173 pagine, 13€), musa ispiratrice di questo post.

Il mio amico

Ho questo amico, che non so se lo posso proprio chiamare amico dal momento che ci siamo incrociati appena tre o quattro volte nella vita.
Però lo leggo ogni mattina, e chissà, forse questo mi dà diritto a chiamarlo così.
È in gamba, ha sempre una frase calzante per ogni occasione.
È simpatico e acuto, mischia citazioni latine a dotte bestemmie con la stessa abilità di un croupier navigato.
È mordace ma riservato, sa come farti sorridere ed è un artista nel sfoderare l’eleganza davanti una donna, eppure difficilmente lascia che gli altri buchino il suo muro di riservatezza.
Un personaggio affascinante, talvolta irriverente, una persona intensa.
Ha le idee chiare su molte cose.
Ha una cultura invidiabile e un modo esplicito di farti intendere senza prevaricare.
Ha la curiosità di un bambino al suo primo natale e la malizia e l’esperienza di un consumato casanova.
Ha la mia età, ma molta più classe.
Eppure ha paura. Anche lui combatte contro demoni impalpabili ma presenti.
Paura dell’età che avanza e – come canta Ligabue – dell’amore che conta gli anni a chi non è mai stato pronto.
Il mio amico dice di essere malato. Ha una patologia che lo rende debole nel fisico e che gli ruba l’entusiasmo a secchiate. È una malattia che si mangia pure l’anima.
Il mio amico, forse, resta sveglio anche lui – come me – certe notti a pensare a come va e a come sarebbe potuta andare.
Fa i conti coi buchi che ha dentro, perché per riempirne uno deve togliere da qualche altra parte e non si finisce mai.
Lui dice che fa lo stesso, che non importa cosa la gente pensa di lui.
Ma io sento che non è vero.
Lui dice che non piange quasi mai, eppure mentre lo scrive t’immagini i suoi palmi passare velocemente sugli zigomi umidi, quasi scappando.
Il mio amico ha semplicemente sete dell’affetto che tutti noi meritiamo.
Della gratitudine che solo l’amicizia disinteressata può dare.
Il mio amico soffre dell’assenza di una mano sulle sue spalle piegate dalla campagna e di qualcuno che gli dica “Anche io navigo a vista, come te. Però non stiamo mica andando male, ve’!”.
Il mio amico ha bisogno di un abbraccio, merita un abbraccio, anche dato col pensiero, perché i tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza (lo ha detto Proust, che proprio uno stupido non era).
Il mio amico pensa di essere rimasto solo, ma si sbaglia.
È solo nuova aria che gli scorre addosso.

Quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire

“Vorrei poterlo salvare, portarlo via con un treno
lasciarlo dopo la pioggia, là sotto l’arcobaleno…”
(Il mostro, Bersani)

“Qualcuno gli disse che non aveva niente.
Fu allora che capì che non aveva niente da perdere.”
Halleluiah Man, Love and money

Dimmi come dormi e ti dirò chi sei

Spesso dormo rannicchiato su me stesso, come se di notte i miei sogni chiedessero riparo dal mondo esterno e dalla sua frenesia scostante.
E io lo faccio, do asilo ai miei pensieri provati e curo la mia interiorità come una conchiglia accoglie il suo fragile tesoro. È un piacevole modo di ritrovare il cordone ombelicale smarrito anni fa.
Qualche volta mi sveglio coi pugni chiusi. Non lo faccio per colpire, ma per evitare di essere ferito, per mostrare che ho paura.

Il corpo parla, anche quando dormiamo, utilizzando un proprio codice.
Diversi studi stanno cercando di dimostrare come la posizione assunta dalle persone durante il sonno sia strettamente collegata alla personalità e allo stato psicologico.
Chris Idzikowski, direttore dello Sleep Assessment and Advisory Service di Londra nonché professore all’Università del Surrey (Inghilterra), ha analizzato su un campione di mille individui le possibili interrelazioni fra soggettività e modo di dormire. Ne è emerso che tutti noi tendiamo a coricarci sempre alla stessa maniera e che prevalentemente propendiamo ad assumere sei posizioni, o meglio configurazioni, ricorrenti: feto, tronco, bramoso, soldato, caduta libera e stella marina.

Le posture più comuni nel sonno

Le posture più comuni nel sonno

Il feto (foetus): questa è la configurazione più comune, adottata dal 41% delle persone (più di metà delle quali di sesso femminile). Rivela la nostalgia del grembo materno, il bisogno di raccogliersi in un bozzolo che isoli dall’esterno. Chi si rannicchia in questo modo tende a regredire, nel sonno, al mondo dell’infanzia; mostra un’immagine severa di sé, ma sotto la corazza è particolarmente sensibile e in genere timido.
Emotivamente fragile e insicuro, ha bisogno di protezione e il suo sonno può essere disturbato da incubi. Ha altresì forti capacità analitiche e non si espone facilmente.
Le persone che prediligono questa posizione possono risultare fortemente dipendenti.

Il tronco (log): questa postura assomiglia a quella di un soldato sull’attenti: braccia lungo i fianchi e gambe unite, tutto il corpo è appoggiato su un fianco. Prescelta dal 15% dei soggetti analizzati, questa posizione – nonostante il nome – indica una persona di natura accomodante, estroversa, che ricerca la compagnia degli altri e mostra un forte bisogno di affiliazione; tende a essere piuttosto fiduciosa e, talvolta, ingenua.

Il bramoso (yearner): di fianco con entrambe le braccia sollevate all’altezza delle spalle. Chi si pone in questa posa durante la notte (il 13% dei soggetti dello studio) è incline a mostrarsi aperto verso il prossimo e di larghe vedute, ma è anche sospettoso e cinico; lento nelle scelte, una volta presa una decisione tende a non rivederla per nessun motivo.

Il soldato (soldier): chi rientra in questa categoria dorme prono con le braccia affiancate al tronco e con le gambe dritte; persona psicologicamente stabile, di indole è solitamente quieta e riservata; è disturbata dalla confusione e pretende molto sia da se stessa che dagli altri. Solitamente si tratta di individui con molta autostima, aperti mentalmente, spesso sorridenti e in grado di relazionarsi facilmente. Circa l’8% della gente si trova a proprio agio ad assopirsi in questo modo.
Dormire supini, con il corpo allineato e le mani compostamente appoggiate al petto, segnala tuttavia una struttura mentale rigida, con difficoltà ad abbandonare il controllo cosciente delle emozioni. Questa postura è tipica di soggetti narcisisti e ipersicuri che ostentano fiducia e grande autostima.

La caduta libera (freefall): il corpo è supino, le braccia sono sollevate e circondano il cuscino. Il letto viene occupato integralmente nella speranza di afferrare per intero le cose che si desiderano. Chi cade nel sonno in questo modo tende a trovarsi a proprio agio con gli altri; di animo genuino e spontaneo, si rivela tuttavia fragile e facile all’ansia e allo stress. Non ama le critiche e le situazioni estreme. Spesso questa posizione indica una persona generalmente conservatrice, non sempre in grado di affrontare gli imprevisti. Si stima che il 7% della popolazione adotti questa posa.

La stella marina (starfish): si tratta di una posizione in cui ci si adagia sul dorso, con braccia e gambe spalancate. Nei bambini piccoli esprime l’assoluta fiducia nel mondo suscitata da un rapporto positivo con la madre. Negli adulti rappresenta un modo inconscio di farsi sentire, di continuare a esserci anche nei momenti di sospensione della coscienza diurna.
Le persone che di solito dormono così sono socievoli e amichevoli; in genere, si rivelano buone ascoltatrici e pronte ad accorrere in soccorso degli altri; non gradiscono però rimanere al centro dell’attenzione.
Appena un 5% del campione esaminato predilige questa posa.

La posizione che assumiamo per addormentarci, dunque, rifletterebbe con buona probabilità la nostra personalità (se non altro in determinati periodi della nostra vita).
Da un’indagine pubblicata su Sleep and Hypnosis, inoltre, emerge che il modo in cui ci addormentiamo influenza lo stato emotivo dei nostri sogni. In particolare, chi di solito dorme sul lato sinistro soffre più facilmente di incubi o di sonni agitati; mentre gli individui che dormono sul lato destro hanno in media un sonno più ristoratore e tranquillo.

Persino il rapporto col cuscino può essere indicativo delle caratteristiche di ciascuno di noi.
Abbracciare il guanciale rivela un forte bisogno di affetto: è molto comune nei bambini (per i quali il cuscino può sostituire l’orsacchiotto come oggetto transazionale da portare con sé nel mondo dei sogni, per rassicurarsi), mentre negli adulti simboleggia l’avvisaglia di un leggero stato depressivo.
Al contrario, respingere il cuscino è proprio delle persone anticonformiste, che hanno bisogno di ampi spazi di libertà e non accettano limiti, vincoli o legami.

Quanto di realistico ci sia in queste ricerche non è dato sapere (anche l’analisi transazionale, se applicata alla lettera, rischia di categorizzare e appiattire la nostra personalità, la quale – grazie a Dio – è unica fra miliardi di altre).
Forse è vero, dormo coi pugni chiusi, condisco il mio parlato con abbondanti dosi di “io” e “mio”, e magari sono troppo spesso a caccia di gratificazioni personali. Ma non c’è bisogno di scomodare ricercatori e analisti per capire che sono tutti meccanismi di autodifesa nei confronti di una vita che può cambiare in un momento.

I sommersi e i salvati

Il mio olocausto l’ho vissuto a trentatré anni.
Fatico a dimenticare, il principio stesso è verosimilmente inattuabile.
Forse non è nemmeno legittimo farlo.
Per quindici mesi il mio cuore è stato una discarica abusiva per ricordi sbiaditi troppo in fretta ed è toccato a me, solo e soltanto a me, smaltire tutte quelle scorie emotive confinate nella zona grigia.
Ora il gatto e la volpe tentano di riavvicinarsi, in coppia. Mi lusingano per il bel lavoro fatto. Ma il gatto sa di avere la coscienza impolverata, di aver ricoperto senza prima bonificare, e dalla giacca della volpe spuntano ancora i manganelli incrostati del mio sangue.
Il loro puerile tentativo di rendersi visibili agli altri scimmiottando il mio cono di luce evoca sorrisetti di seconda mano, non valgono l’infinitesima parte di ciò che io sono per natura.
La volpe ha vinto, ma il gatto sa che io e lui abbiamo perso entrambi.
E quando si perde qualcosa a cui si teneva per davvero se ne rimane ossessionati per la vita.
Io, però, non sono Pinocchio. Ho domato i miei demoni e scacciato quelli altrui.
R. ti sei staccato da me come un tumore secco. Non mi sanguini più dentro.

Il gatto e la volpe

Off/

Seconda settimana di agosto. Il mare e il silenzio.
Ho staccato la spina, ho semplicemente smesso di usare le parole.
Le parole possono essere violenza, un festival di vuoti rutilanti.
C’è chi le adopera per sminuire, chi per screditare, chi – ancora – per convincerti che i suoi pensieri sono anche i tuoi pensieri. O che, comunque, i tuoi valgono un po’ meno.
Le parole caricano di aspettative, vestiti troppo eleganti in un orfanotrofio sperduto del Vietnam.
Sono armi che alterano la chimica dei giudizi, partoriscono batteri mentali che prolificano a loro volta in un ramificare di lacerazioni che non guariscono.
Sono fantasmi che continuano a gridarti dentro usando la voce della tua mente, eppure per questo non meno reali.
L’assenza di parole è il silenzio e il silenzio è quanto di più concreto e reale esista.
Seconda settimana di agosto. Il mare e il silenzio.

Silenzio

"Forse solo il silenzio esiste davvero" (José Saramago)

Siamo abituati a dare a parole come “silenzio” e “solitudine” un significato di malinconia, negativo.
Non è così, al contrario quel silenzio e quella solitudine segnano la condizione orgogliosa dell’essere umano solo con i suoi pensieri, capace di dimenticare per qualche ora “ogni affanno”. (Corrado Augias)

Appunti di viaggio sull’amore (di uno sprovveduto privo di senso dell’orientamento)

È una torrida sera estiva, di quelle in cui le piante sembrano dipinte sui muri delle case e l’eco ovattato del traffico giunge da lontano.
Dalle persiane sollevate per metà, il chiarore di una luna pettegola s’intrufola nella penombra della stanza invitando ad affacciarsi al davanzale.
“Che c’è?” la senti chiocciare in tutta la sua aurea pienezza.
“Niente”.
“E allora perché te ne stai raggomitolato sul letto tutto solo al buio?”
Non so bene cosa rispondere. “Penso all’amore”.
“L’amore” – mi fa eco dubbiosa – “E che cos’è, secondo te, l’amore?”
Ben fatto! – penso mentre mi alzo di malavoglia, maledicendomi per aver abboccato. Mi volto indietro un istante a guardare il mio rassicurante angolo, su quel materasso morbido e disfatto.
“Come sarebbe a dire?” bofonchio dopo un po’. Prendo tempo.
Ma la luna mi sorride, sorniona. “Avanti, dimmi, cos’è per te l’amore?”
Già, cos’è per me l’amore?
“…io …non saprei”
“Quindi stai fantasticando su qualcosa che non conosci?”
Ripenso a tutti quei poetastri che nei secoli passati hanno lodato questa grassa palla annoiata.
Pochi istanti dopo, però, inciampo anch’io nel vortice delle riflessioni notturne.
Che cos’è l’amore?
Non è l’eco sordo di due parole.
Non è la perdita della verginità.
Non è nemmeno l’eccitazione ingenua di fronte ad un esercito di mille trilli giornalieri.
Né un grappolo di farfalle nello stomaco o la telestesia delle menti semplici.
Non sono la frivlezza e l’arroganza del creder proprie parole già coniate da altri. No.
È il cedere ad un altro essere umano.
Depositare le armi ai piedi di chi è lì solo per regalarti una carezza senza chiedere nulla in cambio.
È il cigolare di una porta rimasta chiusa per anni, il coprirsi gli occhi di fronte a una luce troppo intensa e sottile per essere sopportata senza fitte.
È il condividere senza che davvero importi sapere per quanto durerà.
È l’addomesticarsi giorno dopo giorno.
È il guarire ferite profonde con un balsamo fatto di sussurri e sorrisi.
È la prima volta che stai male davvero. Sì, lì è quando cominci a vivere.
Finalmente vedi, senza patine fastidiose davanti gli occhi o falsi miti a pararti gli spigoli.
È una prospettiva che non ha fretta né fame, poiché alimentata dalla consapevolezza.
Questo è per me l’amore. “Questo è per me l’amore” rispondo a mezza voce.
Io sono l’amore, penso tra me e me.
A quel punto la luna ritrae i suoi raggi lattiginosi dalle mie lenzuola e in silenzio fugge a nascondersi dietro il comignolo di una casa.
Io sono l’amore.

"La prudenza e l’amore non sono fatti l’uno per l’altro; via via che cresce l’amore, la prudenza diminuisce." François de La Rochefoucauld)

"La prudenza e l’amore non sono fatti l’uno per l’altro; via via che cresce l’amore, la prudenza diminuisce." (François de La Rochefoucauld)

Alessandro vs Alessandro: 1-1

Ci sono momenti in cui penso sia possibile riportare indietro le cose a come erano un tempo, così mi applico, mi sforzo. Poi ci sono giorni in cui invece devo fare i conti con una realtà livida e completamente distaccata dalle mie trascorse abitudini. Allora arranco in mezzo agli incroci.
Così, in bilico tra un passato che stenta a lasciarmi andare del tutto e un presente che a volte mi trova straniero nella mia stessa casa, navigo a vista.
Di nere croci è disseminata la via verso la felicità.

“Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene” (Woody Allen)

Barcelona Reloaded

Barcellona è una città dalle mille facce, non vi è alcun dubbio.
La vecchia matrona stanca che ti scruta in silenzio per gli stretti e freschi vicoli del barrio gótico.
La puttana consumata che tenta di circuirti fra le mille luci sfavillanti de La Rambla.
La giovane amante giocosa e piena di vita che ti rincorre nascondendosi tra gli arbusti secolari nei giardini di Montjuïc.
La zingara ambigua che si imbelletta le unghie sulle note distorte e metalliche, portate dal vento, delle giostre del Tibidabo.
L’estrosa signora, vagamente snob, che passeggia indolente e annoiata fra le lattee colonne e i meravigliosi mosaici colorati di Parc Güell.
La bimba oziosa abbandonata al sole sulle dune mosse della Barceloneta.
La pazza furiosa che ride sguaiata puntandoti contro l’indice dalle fruttate cime incompiute di una dissonante Sagrada Família.

Dopo sei anni sono tornato in questa città di porto, l’occasione è stata il
lungo ponte di fine maggio. Avevo voglia di rivedere i luoghi magistralmente descritti dall’abile penna di Zafón ne L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo (da pochi giorni è uscito l’inedito Marina), di calpestare le sue parole color seppia e respirare i gotici effluvi notturni di Eglésia de Santa Maria del Mar e de la Catedral, immerse nella fioca luce di lampioni solitari.
Devo ammettere che risalire sul tram blau alla volta dell’Avenida Tibidabo è stato emozionante.
Nulla a che vedere con la torrida estate del 2003 (sembra un secolo e mezzo fa).
Un sole invitante, mitigato da una costante e piacevole brezza marina, e una diffusa euforia collettiva (complice l’ancora fresca vittoria in Champions League strappata al Manchester dal FC Barcelona) hanno accolto il sottoscritto e i due suoi storici amici di ventura, alla volta di una quattro giorni di gloria e divertimenti.
Budget ridotto all’osso (una decina di euro a testa per un viaggio aereo A/R in seconda, poche decine di euro per una tripla in un albergo-ostello a due stelle risicate) e tanta voglia di lasciarsi andare, di celebrare noi stessi e il legame che ormai ci unisce da anni.

Riflettendoci, a volte basta davvero poco per recuperare la smarrita essenza del ritrovarsi assieme per stare insieme e la gioia della condivisione di interessi, per capire che non c’è nulla di così sbagliato nel nostro modo di percepire le cose. Anche quando ti viene detto che hai fatto un passo falso (“Once you attack you can’t take it back” ammonisce Veronica Ciccone in Ring my bell). Anche quando tutto sembra darti contro. Anche quando le colonne portanti sulle quali poggiavi ti si sgretolano fra le braccia, rivelando la loro natura effimera. Anche quando è più facile dubitare di te stesso, piuttosto che far valere le tue ragioni e urlarle in faccia al mondo.
L’amicizia è un carburante ad elevato rendimento il cui prezzo lo stabiliamo noi.

A proposito, questo ritorno catalano lo dedico a R. (che proprio Barcellona mi fece conoscere nell’agosto del 2003) e a M. che qualche giorno prima della mia partenza, durante la tratta Lecco-Roma, hanno trovato il tempo per una delle loro visite lampo in quel di Modena. Il loro affetto è prezioso, spero di meritarlo sempre.

Augurandomi di aver offerto uno spunto interessante, per quanto apparentemente banale (in un momento di crisi – non solo economica, ma soprattutto di valori – quale quello attuale, accontentandosi di vitto e alloggio appena più che essenziali, un weekend in una delle tanti capitali europee è il modo più economico e sano per rinvigorire mente e spirito), a costo di apparire più melenso del solito, mi concedo in chiusura una nota malinconica a margine: di questi indimenticabili quattro giorni non posso fare a meno di citare la mia Non-Barcellona, vale a dire la persona – la più importante – che non era con me a passeggio tra El Raval e l’Eixample, e insieme alla quale avrei voluto stendermi sui prati di Montjuïc a leggere poesie: G., la tua ombra vacante si avvertiva anche a mille chilometri di distanza. Questa foto è per te.

«Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei domandargli piccato: “Perché, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent'anni?”»

«Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei domandargli piccato: “Perché, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent'anni?”»

Essere consapevole di quel che si sa e riconoscere le proprie mancanze: questa è la sapienza.
(Confucio)

Born to run

Per anni hanno cercato in tutti i modi di farmi calzare scarpe sobrie ed eleganti, quando invece a me piace correre.

E adesso come la mettiamo, eh?

Senza costanza e determinazione non si arriva da nessuna parte (Rita Levi Montalcini)

Senza costanza e determinazione non si arriva da nessuna parte (Rita Levi Montalcini)