Il mio olocausto l’ho vissuto a trentatré anni.
Fatico a dimenticare, il principio stesso è verosimilmente inattuabile.
Forse non è nemmeno legittimo farlo.
Per quindici mesi il mio cuore è stato una discarica abusiva per ricordi sbiaditi troppo in fretta ed è toccato a me, solo e soltanto a me, smaltire tutte quelle scorie emotive confinate nella zona grigia.
Ora il gatto e la volpe tentano di riavvicinarsi, in coppia. Mi lusingano per il bel lavoro fatto. Ma il gatto sa di avere la coscienza impolverata, di aver ricoperto senza prima bonificare, e dalla giacca della volpe spuntano ancora i manganelli incrostati del mio sangue.
Il loro puerile tentativo di rendersi visibili agli altri scimmiottando il mio cono di luce evoca sorrisetti di seconda mano, non valgono l’infinitesima parte di ciò che io sono per natura.
La volpe ha vinto, ma il gatto sa che io e lui abbiamo perso entrambi.
E quando si perde qualcosa a cui si teneva per davvero se ne rimane ossessionati per la vita.
Io, però, non sono Pinocchio. Ho domato i miei demoni e scacciato quelli altrui.
R. ti sei staccato da me come un tumore secco. Non mi sanguini più dentro.
I sommersi e i salvati
Pubblicato 28 Settembre, 2009 - 22:56 Generale Lascia un commentoTags: coscienza impolverata, demoni, dimenticare, olocausto, ossessione, perdita, sanguinare, scimmiottare, scorie emotive, tumore, zona grigia
Off/
Pubblicato 26 Agosto, 2009 - 23:05 Generale Lascia un commentoTags: aspettative, fantasmi, parole, ricordi, silenzio, sofferenza, violenza
Seconda settimana di agosto. Il mare e il silenzio.
Ho staccato la spina, ho semplicemente smesso di usare le parole.
Le parole possono essere violenza, un festival di vuoti rutilanti.
C’è chi le adopera per sminuire, chi per screditare, chi – ancora – per convincerti che i suoi pensieri sono anche i tuoi pensieri. O che, comunque, i tuoi valgono un po’ meno.
Le parole caricano di aspettative, vestiti troppo eleganti in un orfanotrofio sperduto del Vietnam.
Sono armi che alterano la chimica dei giudizi, partoriscono batteri mentali che prolificano a loro volta in un ramificare di lacerazioni che non guariscono.
Sono fantasmi che continuano a gridarti dentro usando la voce della tua mente, eppure per questo non meno reali.
L’assenza di parole è il silenzio e il silenzio è quanto di più concreto e reale esista.
Seconda settimana di agosto. Il mare e il silenzio.
Siamo abituati a dare a parole come “silenzio” e “solitudine” un significato di malinconia, negativo.
Non è così, al contrario quel silenzio e quella solitudine segnano la condizione orgogliosa dell’essere umano solo con i suoi pensieri, capace di dimenticare per qualche ora “ogni affanno”. (Corrado Augias)
Appunti di viaggio sull’amore (di uno sprovveduto privo di senso dell’orientamento)
Pubblicato 21 Luglio, 2009 - 7:26 Generale 3 CommentiTags: amore, carezza, condivisione, consapevolezza, farfalle nello stomaco, prospettiva, star male, verginità
È una torrida sera estiva, di quelle in cui le piante sembrano dipinte sui muri delle case e l’eco ovattato del traffico giunge da lontano.
Dalle persiane sollevate per metà, il chiarore di una luna pettegola s’intrufola nella penombra della stanza invitando ad affacciarsi al davanzale.
“Che c’è?” la senti chiocciare in tutta la sua aurea pienezza.
“Niente”.
“E allora perché te ne stai raggomitolato sul letto tutto solo al buio?”
Non so bene cosa rispondere. “Penso all’amore”.
“L’amore” – mi fa eco dubbiosa – “E che cos’è, secondo te, l’amore?”
Ben fatto! – penso mentre mi alzo di malavoglia, maledicendomi per aver abboccato. Mi volto indietro un istante a guardare il mio rassicurante angolo, su quel materasso morbido e disfatto.
“Come sarebbe a dire?” bofonchio dopo un po’. Prendo tempo.
Ma la luna mi sorride, sorniona. “Avanti, dimmi, cos’è per te l’amore?”
Già, cos’è per me l’amore?
“…io …non saprei”
“Quindi stai fantasticando su qualcosa che non conosci?”
Ripenso a tutti quei poetastri che nei secoli passati hanno lodato questa grassa palla annoiata.
Pochi istanti dopo, però, inciampo anch’io nel vortice delle riflessioni notturne.
Che cos’è l’amore?
Non è l’eco sordo di due parole.
Non è la perdita della verginità.
Non è nemmeno l’eccitazione ingenua di fronte ad un esercito di mille trilli giornalieri.
Né un grappolo di farfalle nello stomaco o la telestesia delle menti semplici.
Non sono la frivlezza e l’arroganza del creder proprie parole già coniate da altri. No.
È il cedere ad un altro essere umano.
Depositare le armi ai piedi di chi è lì solo per regalarti una carezza senza chiedere nulla in cambio.
È il cigolare di una porta rimasta chiusa per anni, il coprirsi gli occhi di fronte a una luce troppo intensa e sottile per essere sopportata senza fitte.
È il condividere senza che davvero importi sapere per quanto durerà.
È l’addomesticarsi giorno dopo giorno.
È il guarire ferite profonde con un balsamo fatto di sussurri e sorrisi.
È la prima volta che stai male davvero. Sì, lì è quando cominci a vivere.
Finalmente vedi, senza patine fastidiose davanti gli occhi o falsi miti a pararti gli spigoli.
È una prospettiva che non ha fretta né fame, poiché alimentata dalla consapevolezza.
Questo è per me l’amore. “Questo è per me l’amore” rispondo a mezza voce.
Io sono l’amore, penso tra me e me.
A quel punto la luna ritrae i suoi raggi lattiginosi dalle mie lenzuola e in silenzio fugge a nascondersi dietro il comignolo di una casa.
Io sono l’amore.
Ci sono momenti in cui penso sia possibile riportare indietro le cose a come erano un tempo, così mi applico, mi sforzo. Poi ci sono giorni in cui invece devo fare i conti con una realtà livida e completamente distaccata dalle mie trascorse abitudini. Allora arranco in mezzo agli incroci.
Così, in bilico tra un passato che stenta a lasciarmi andare del tutto e un presente che a volte mi trova straniero nella mia stessa casa, navigo a vista.
Di nere croci è disseminata la via verso la felicità.
“Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene” (Woody Allen)
Got a long taxi ride
Pubblicato 2 Marzo, 2009 - 23:14 Generale Lascia un commentoTags: affinità elettive, amicizia, coscienza di sé, depressione, disillusione, disperazione, età adulta, famiglia, incertezze, irrecuperabilità del rapporto, lavoro, mancanza di riferimenti, mettersi a nudo, mortificazione, paure, responsabilizzazione, rimettersi in gioco, sacrificio, sofferenza, solitudine, tradimento, valutazione
Sono trascorsi dodici mesi da quando ho deciso di mettermi a nudo su queste pagine (in maniera prudenzialmente anonima, lo ammetto, tuttavia di fronte alla natura dei sentimenti poco importano nomi e cognomi).
Non ho polso su quanto di me e delle mie incertezze sia emerso nel corso di questo tragitto, probabilmente una media appannata tra l’intensità dei miei pensieri più puri (talvolta ingenui) e la profondità di certi miei deliri (talora iniqui).
Di tanto in tanto ancora riemergono quei giorni neri del duemilaotto – quando ho avvertito l’urgenza di ritagliarmi un piccolo confessionale in questo spazio – e allora registro nuovamente qualcosa rovesciarsi alla base dello stomaco (lambito da ombre seghettate e pruriginose) e gli occhi ostinatamente spegnersi, orfani capricciosi che si sottraggono dal rivivere certe scene penose.
Proprio come stasera – ad una distanza di sicurezza di appena pochi giorni dal mio trentacinquesimo compleanno ma anche dall’inizio di una nuova primavera; solo che stasera, come da qualche settimana oramai, godo del vantaggio di riuscire a considerare con ritrovata imperturbabilità (e non ho ancora capito se sia un bene o un male) la confusione e il dolore che mi hanno travolto un anno fa.
Il lavoro.
È sempre stato la mia vita. Non fosse che la mia cura maniacale per i dettagli, l’obbligo spasmodico di guadagnare tempo per precedere gli altri, l’intransigenza verso le mie stesse inadempienze, mi hanno portato a reggere un fardello insostenibile, proprio perché di forma mutevole e dai confini vaghi.
È come voler raggiungere l’infinito, col risultato di tendere asintoticamente alla mortificazione.
Ho rischiato di finalizzare la mia vita ad un risultato numerico, di divenire uno strumento di me stesso.
Ancora oggi ho difficoltà nella gestione del mio tempo libero (inesistente proprio perché non riesco a concedermelo), nondimeno l’autocoscienza è presente e pulsante e spero dunque in un lento ma costante progredire.
La famiglia.
Quando mio padre se ne è andato ho autonomamente deciso che mi sarei preso cura della mia famiglia. Ero il più piccolo, certo, ma ero un maschio e questo – nella mia testolina affranta e appartata – era sufficiente a responsabilizzarmi (se di responsabilizzazione si può parlare, dal momento che non ho mai avuto nulla di frivolo da cui affrancarmi). Non a iper-responsabilizzarmi, però, come poi è avvenuto.
Dai diciotto ai trentaquattro anni ho relegato in soffitta i divertimenti e le esperienze comuni a ogni adolescente. L’università l’ho vissuta come una sfibrante corsa a ostacoli per giungere alla meta della laurea, condizione sine qua non per meritare uno stipendio all’altezza delle mie aspettative. Speravo di guadagnare a sufficienza per mantenere le donne della mia vita, mia madre e mia sorella, come se questo potesse in qualche modo restituire a mia madre l’affetto di un marito scomparso prematuramente, e a mia sorella un po’ di orgoglio fraterno.
Oggi mi è chiaro che questo non è spirito di sacrificio. Questa è autoflagellazione, perché prima o poi si arriva a non tollerare più nulla, la spina dorsale della mente troppo affaticata per riacquistare forze.
E quando si aggiungono anche i problemi di salute a nulla vale alzare lo sguardo al cielo e chiedere “per favore, basta, ne ho già passate a sufficienza”.
Il credo primario, quello che è il motore nativo del nostro io più interiore, è la fede in noi stessi. Persa quella non rimane nulla.
Le affinità elettive.
Per anni ho avuto accanto un amico nel quale ho finito pericolosamente per rispecchiarmi, aspetto che mi ha condotto ad una sorta di involuzione dell’interiorità. Certe mancanze nel suo modo di esprimere le emozioni e nel gestire i rapporti interpersonali mi erano evidenti, eppure ciò non rappresentava un problema per il sottoscritto.
Mi sono speso, mi sono dato e mi sono aperto con lui più di quanto abbia mai fatto con nessun altro. La sua pacatezza (che oggi non vedo più – come ho fatto erroneamente in passato – come solidità e sicurezza) mi offrivano un riparo dalle intemperie della vita. E lui era il fratello che non avevo mai avuto, la figura maschile di riferimento che mi era mancata nella fase della crescita (non è facile accompagnarsi da soli nell’età adulta, continuando a rassicurarsi a voce bassa, impersonando il ruolo del proprio genitore).
Nell’unico momento di bisogno di conforto – di cui solitamente fungevo da dispensatore, ma anche ai migliori ottimisti capita a volte di finire le scorte personali – mi ha abbandonato alla silenziosa disperazione della solitudine e non ha lottato contro la mia corazza spuria. Per i posteri: nonostante oggi spiri una certa aria di restaurazione, il coraggio di una persona si misura negli sforzi per comprendere – e capovolgere – una situazione apparentemente inverosimile, senza arrendersi di fronte agli insuccessi fisiologici. Quando tutto funziona meraviglia, chiunque è capace di dimostrarti affetto e complicità (Verba rebus proba, I fatti devono provare la bontà delle parole, diceva Seneca).
Oggi – a distanza di un anno e mezzo – le cose si sono in qualche modo riassestate, ma chi si scotta col fuoco difficilmente riattizza le braci, e ad ogni modo non lo sento più così vicino (tradire la fiducia è il modo peggiore di rendere irrecuperabile un rapporto).
Il mio era solo innato bisogno di elargire affetto e amicizia, di voler costruire ulteriormente su quel rapporto, nulla di più. Quando le cose sono mutate è crollato l’ultimo baluardo della mia spensieratezza giovanile ancora vergine.
Tutte questi aspetti – linee spezzate che si intersecano su di un grande foglio bianco – oggi li valuto con uno sguardo diverso. Non più maturo, ma semplicemente più obiettivo proprio perché ne sono finalmente avulso.
Forse è proprio vero che non si vive fino a che non si è molto sofferto.
Il tempo cura tutto dal momento che la memoria è mendace.
Eppure questo continuo vagabondare nei sotterranei dell’anima – come li definiva Dostoevskji – è servito a liberarmi da certe mie paure.
Quella di non essere sempre all’altezza della situazione.
Quella di non essere in grado di amare.
Quella di sentirmi diverso dagli altri.
Quella di non riuscire a farcela di nuovo da solo.
Come una lunga corsa notturna in taxi, ignorando quale sia la destinazione. Ci si ritrova in un luogo sconosciuto, una piazza affollata, una stazione di campagna deserta, profili e volti nuovi. E ci si domanda quale sarà la prossima mossa.
Be’, io corro ancora.

"Quando perdiamo il diritto di essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi" (Charles Evans Hughes)
Un uomo può cadere molte volte, ma non è mai un insuccesso finché non rifiuta di rialzarsi (Evil Knievel)
Il tempo è il più saggio dei consiglieri (Plutarco)
Conquista te stesso, non il mondo (René Descartes)
Nel sole fruttato del meriggio
abbandonato su questo manto erboso
stropiccio i miei sogni
fatti di briciole di argento e oro.
Scruto rapito le legioni invalicabili dei tuoi pensieri inesplosi
vagabondando tra labirinti fatti di silenzi densi
e roridi d’affetto.
Vertigine nel rimirare clandestinamente
il vigore di certi gesti volitivi
che l’intento di lenire la tua sicumera
non può che defluire stanco dal mio petto.
Sei pietra grezza
eppure lieve spira il tuo sussurro
sui miei esacerbati sconforti
che del respiro mi priverei per saperti felice.
Nulla posso rivendicare su questo affollato palcoscenico
che è la tua vita mortale
nemmeno un ruolo effimero e schivo
ma l’affrancamento di poter scegliere ciò che voglio.
E io voglio.
Io voglio.
Voglio.
Essere del suo sangue linfa che scorre.
Sogno di una notte di mezzo inverno
Pubblicato 29 Dicembre, 2008 - 7:01 Generale Lascia un commentoTags: depredato, derubato, grida silenziose, impotenza, incubo, interpretazione dei sogni, porta socchiusa, subconscio, verità mascherata
Da diverse settimane ormai mi capita con una certa frequenza di ripetere sempre lo stesso sogno notturno: è pieno giorno e mi trovo sul pianerottolo di casa, esattamente sulla soglia del mio appartamento; sto rientrando dal lavoro e vedo la porta d’entrata socchiusa. In preda ad una certa ansia la scosto: la sala apparentemente sembra in ordine, eppure so per certo che è stata appena svaligiata.
Rimanendo sull’ingresso spalanco la bocca per gridare e chiedere aiuto ma dalla mia gola non esce alcun suono e – per quanto mi sforzi – non riesco ad attirare l’attenzione di nessuno lungo le scale.
In genere mi risveglio in preda ad una sgradevole sensazione di impotenza e di nudità.

"Dietro la porta di casa mia c'è l'ombra della mia anima sempre attenta ovunque vada" (Cristiano De Andrè)
Nulla a cui dare particolare enfasi se non fosse che una persona a cui di recente ho confidato quest’incubo ricorrente ha così commentato la visione onirica: “Ti senti derubato di qualcosa e cerchi di farti ascoltare da qualcuno, ma nessuno sembra realmente capirti”.
Bingo!
Alla luce di questa semplice osservazione ho riletto la mia attuale situazione.
Un rapporto esclusivo di amicizia (più simile ad un’affinità elettiva, invero) che subisce un brusco arresto a seguito dell’entrata in scena di una terza figura.
Il mio smarrimento assoluto di fronte ad una condizione mutata radicalmente in poche ore.
La mia sofferenza sincera e profonda, esternata in reiterate richieste d’aiuto puntualmente ignorate e anzi mal giudicate, sfociata poi in una condizione psicofisica spaventosa.
Il mio penoso camouflage caratteriale, assurdo tentativo di far passare inosservato il disordine più totale che per interi mesi ha governato la mia psiche.
L’ansia e la furia causate dal vedere violata la mia intimità, l’umiliazione di fronte all’incapacità di mutare il quadro.
Il lato comico di questa interpretazione è che la verità è sempre stata per tutto il tempo davanti ai miei occhi, tra le mie mani; mi mancava soltanto la chiave di lettura corretta. E ora che l’ho trovata – e che il contesto è effettivamente cambiato anche per il sottoscritto – non avverto più dolore e il passato non mi fa più male.
È proprio vero che il nostro subconscio ci parla attraverso i sogni. E spesso lo fa senza nemmeno sobbarcarsi l’onere di travestire la realtà delle cose.
Basta attrezzarsi di un adeguato distacco per discernere la verità.
Agatha Christie diceva che la spiegazione più semplice quasi sempre si rivela esatta.
Elementare, Watson!






