Un vecchio adagio recita che a pensar male si commette peccato, ma che spesso ci si prende.
Inghiottito il frutto acerbo del disincanto e sedato il mio orgoglio ferito, ad aprile duemilaotto mi sono persuaso a impostare diversamente il legame tra me e R., separandolo con il bisturi del raziocinio. Recisa la relazione amicale, rimaneva in piedi il rapporto lavorativo.
Bene. Chi stesse meditando di perseguire una strategia simile farebbe meglio a dissuadersi con la stessa rapidità con la quale le energie richieste da una tale contingenza scemano ad una criticità che sa di emergenza.
Innanzitutto riformare da un giorno all’altro abitudini radicate negli anni è tanto avvilente quanto sfibrante, men che meno scoraggiare richieste di interazione che neanche un mese prima erano sostanza della quotidianità. Per dirla in altro modo: è spiazzante – al limite della schizofrenia – rivedere in modo drastico la propria reciprocità; le trappole psicologiche di cui è disseminato il percorso sono innumerevoli.
L’aspetto più fastidioso, tuttavia, è il ritrovarsi a convivere giorno dopo giorno con una situazione irrisolta, dove entrambi sanno eppure tacciono (per non alimentare il dolore altrui, per evitare di abbassare ulteriormente le proprie difese mentali, per semplice vigliaccheria o per sopravvivenza… alla fine poco importa quale sia la vera motivazione, l’intenzionalità resta).
Ed è indubbiamente questa la parte più difficile.
Non avendo idea di come attuare i miei propositi – ma del tutto risoluto nel farlo –, ho dato inizio ad una lenta e muta circumnavigazione attorno lo sconosciuto che avevo di fianco (siamo tutti isole, in fondo), concedendomi tempo per analizzare il nuovo ecosistema e ridefinire confini che avevo sempre dato per assiomatici.
I primi cambiamenti sono seguiti poco dopo, piccoli mutamenti significativi anche se non immediatamente percettibili da uno spettatore distratto: ho preso a chiamare R. col suo nome per esteso (è più facile scrollarsi di dosso ogni residuo infetto una volta banditi con lucida ineluttabilità diminutivi e vezzeggiativi); in seguito ho smesso di propormi come riparo certo alla prima avvisaglia di difficoltà, diluendo la mia presenza sottintesa e digradando ogni facilitazione non conquistata.
Pur comprendendo che la rivalsa non risarcisce di nulla (al più offre uno scialbo sollievo momentaneo), non posso non ammettere che agendo in questo modo speravo che R. cogliesse quanto poco gradevole sia non trovare al proprio fianco una figura amica, o quantomeno propositiva, in un momento di forte disagio.
Di fronte al suo visibile smarrimento (in parte comprensibile, di fatto non giustificabile) ho mantenuto freddezza e rigore militare, atteggiamenti da sempre estranei al sottoscritto.
Continuavo a ripetermi con assiduità che se R. avesse semplificato il mio ruolo, cessando di identificarmi unicamente come amico (come poteva confidare di riuscirci, d’altronde?) e iniziando piuttosto a riconsiderarmi (e accettarmi) come semplice socio, forse si sarebbe sentito maggiormente responsabilizzato ad assumere un ruolo più attivo e presente in azienda.
Nulla di più sbagliato.
Lentamente ho avvertito attecchire in R. una sorta di timore reverenziale verso la mia figura (non era questo che andavo cercando, pur presagendo che qualcosa da consegnare sull’altare sacrificale andava messo in conto se volevo reimpostare la nostra relazione su un piano strettamente professionale), fino a dover prendere atto di una vera e propria abdicazione non dichiarata nei miei confronti: non solo R. non ci teneva affatto a governare il timone, ormai questo risultava abbastanza evidente, ma anzi pareva succube di quella specie di calma piatta che lo avviluppava in ufficio.
Confidavo che di fronte ad una situazione drasticamente alterata lui reagisse col suo tipico e apatico distacco (o almeno con rassegnata dignità); invece, a maggio duemilaotto, R. comincia progressivamente a tirare i proverbiali remi in barca, ogni giorno un poco di più, al punto che a giugno mi vedo costretto a richiamarlo bruscamente all’ordine (lui stesso ammetterà le sue mancanze).
Parallelamente, la funzionalissima A. prende a imporre sempre più la propria ingombrante presenza nella nostra azienda (evidentemente percepita dalla leggera donzella – per effetto della proprietà simmetrica – anche come propria). Lo fa in maniera implicita, attraverso mail e sms (come se a nulla fosse valsa la mia volontà espressa in quel messaggio di due mesi prima), eppure decisamente palpabile, al punto che ogni volta che mi volto involontariamente verso R. lo colgo depositare rapidamente il telefonino, con aria colpevole (come se aver silenziato la suoneria bastasse a nascondermi i marosi epistolari che giornalmente – e con ossessiva sollecitudine – affondano l’ufficio).
Pur mettendo da parte ovvie considerazioni (ma la signorina incontra così tante difficoltà ad occupare la propria giornata lavorativa? e deve per forza riempire anche quella degli altri? e il suo spasimante proprio non capisce che in quel modo la situazione può solo peggiorare? perché se è vero che alla fine del mese la remunerazione viene rivendicata nella stessa misura del socio, non è altrettanto vero che le due velocità collimano), la cosa risulta sufficientemente detestabile – A. si mostra per quello che già avevo intuito dalle mail scambiate con R. sulla casella aziendale, egocentrica e possessiva, totalizzante in termini assoluti, bisognosa non tanto di attenzioni quanto di un chiassoso palcoscenico itinerante – tanto che ad agosto (a due mesi dall’ultimo richiamo formale) torno a perdere le staffe e sollecito R. a porvi un freno. Una telefonata-sfogo post-lavorativa della durata di oltre due ore, in cui lui tenta di addurre giustificazioni sconnesse e leggere, adoperandosi per convincermi che A. non pensa affatto male del sottoscritto e che, anzi, ci terrebbe che il nostro rapporto tornasse quello di un tempo. Mi chiedo fino a che punto R. abbia percepito l’irreversibilità del cambiamento. Non si può vivere il presente con la mente rivolta alle ovazioni del passato, non si va da nessuna parte in questo modo. E in ogni caso io ho solo richiesto minor ingerenza sul lavoro, tutto il resto non è di mia competenza, né di mio interesse.
La conversazione si conclude nella speranza che al ritorno dalle ferie le cose possano gradualmente riassestarsi (leggasi meno intrusioni dall’esterno, più comunicazione interna, pari impegno e incarichi sul lavoro).
Trascorre un anno. Il clima generale non migliora come nelle dichiarate intenzioni, piuttosto si mantiene ad un livello endemico di sostentamento – una sorta di patto di non belligeranza tacitamente sottoscritto da ambo le parti – tra alti (poco alti) e bassi (in alcuni casi vertiginosi).
Questa reciproca non invasione di campo non produce alcun effetto positivo, se non un adattamento reciproco soporifero, sporadicamente interrotto da vani tentativi di rivoluzione (G. – con la quale, nel frattempo, comincio a trovarmi sempre più a mio agio – propone un’uscita di coppia, per cercare di sdrammatizzare la situazione e togliere ruggine; mi duole ammetterlo, ma è un insuccesso clamoroso: il sottoscritto rabbuiato e diffidente; R. impacciato e patetico nei suoi sforzi di proporsi come simpatico protagonista – one-man show o ci nasci o sei ridicolo, punto e basta –; A. – ignara di quanto sappia di lei il socio del suo attuale fidanzatino – che dispensa radiosi sorrisini come se fossimo amici di lunga data, come se quella dannata telefonata a mia madre non fosse mai avvenuta (né fosse stata lei ad innescarla) e come se l’ipocrisia fosse l’unico abito che le stesse bene indosso: vomita a ripetizione aneddoti incentrati sulle proprie esperienze di vita passata, trainando la serata su di sé ed eclissando il povero R. – che in certi attimi suscita addirittura la mia compassione).
Sul lavoro tutto procede esattamente come prima: io che fungo da front-end (il termine esatto è catalizzatore) per i contatti dall’esterno e per le delibere interne (e che, paradossalmente, rischio di divenire mio malgrado il vero collo di bottiglia dell’azienda), lui che esegue meccanicamente ciò che gli viene richiesto (e nulla più). Io che mi presento in ufficio all’alba di ogni mattina, spesso anche nei week-end in un tentativo estremo di onorare pianificazioni e scadenze, e che per portare in azienda valore aggiunto prendo a mano anche incarichi extra-lavorativi; lui che al massimo alle 18:30 deve essere sulla strada verso casa e che negli ultimi cinque anni si è trascinato alla sua scrivania di sabato in non più di due occasioni (sempre dietro esplicita preghiera).
A settembre 2009 mi vedo costretto a porlo di fronte ad uno spiacevole aut aut: vuole continuare a fare il titolare d’azienda (a patto di essere presente, intercambiabile al sottoscritto e propositivo) o preferisce forse fare il dipendente (qui o altrove non importa)? Glielo domando in tutta serenità, senza lasciar trasparire alcun astio o idea preconcetta. Lo invito anzi a prendersi qualche giorno per riflettere con calma, anche insieme alla propria famiglia, se crede.
L’indomani a pranzo mi risponde che vuole continuare a essere socio dell’attività.
Lentamente, troppo lentamente, arriva anche la fine di dicembre 2009.
Le giornate scivolano via tra lunghi silenzi e presenze fisiche che nascondono assenze di altro genere. Per quanto mi sforzi non riesco a scorgere alcuna motivazione dietro al mio ex-commilitone, ho come l’impressione che lui resista, forse in nome di un’amicizia decennale che ancora non riesce a dare per evaporata.
Prendo mestamente nota del fatto che con l’anno nuovo dovrò assumere io una decisione, poiché da parte sua non perverrà mai alcun segnale di cambiamento, foss’anche di rottura.
L’incognita è che nemmeno io so esattamente cosa desidero. Il non essere al corrente dei sentimenti e delle intenzioni dell’altra metà della società mi svigorisce di ogni aspirazione.
Arriviamo così a inizio gennaio duemiladieci. Complice una giornata in cui R. esce ed entra continuamente dall’ufficio, mi ritrovo a fissare il suo cellulare rimasto incustodito sulla scrivania, il quale continua a segnalare in maniera molesta sei messaggi non ancora letti.
Il demone della diffidenza mi fomenta a dare un’occhiata. Cerco di ignorarlo e per un po’ riesco nell’intento, ma solo per un po’. Il ricordo di quelle e-mail su di me, di quella ignobile intrusione a casa mia, di quei sorrisini taglienti da un lato e di quei silenzi indecifrabili dall’altro, unitamente alle chiamate che da qualche giorno R. riceve sul suo telefonino e che lo portano puntualmente ad allontanarsi con rapidità dalla stanza per sostenere la conversazione in un luogo più appartato (in un caso lo sento mormorare, prendendo tempo imbarazzato, che “eehh… …sì, ancora… …c’è…” – riferendosi al sottoscritto e facendomi sentire in colpa per essere presente al mio posto, esattamente dove avrei dovuto), mi inducono a cedere.
Pensavo di aver inciampato in un fosso. Invece era un baratro.
A. “Stai su! Tu hai me che t voglio bene e lui no! buona giornata topino :*”
A. “Topino come va?hai parlato con <il mio nome>? Io c sono se hai bisogno..:)”
A. “Topino è un mondo materialista.. Valuta tu in questi anni cosa fare e come si mettono le cose con la <nome della nostra azienda>..poi al massimo prenderai atto delle conclusioni e andrai da <nome del precedente datore di lavoro di R.> a farti vivo..
Xke questo è un mondo di lupi.. Ma non lupo come te buono e solitario,lupi cattivi e avidi! Io t amo e t accolgo così come sei anche povero in canna..l’importante è avere qualche soldo x fare una vita dignitosa..non voglio vivere nel lusso voglio solo vivere serena..”
A. “Al max vai a fare il dipendente da <nome di un nostro partner aziendale>, sei in gamba e lo conosci..t prende subito..”
A. “In bocca al lupo x domani con <il mio nome>..”
A. “E ricordati che li dentro vali tanto tu quanto lui..siete al50..se t fa arrabbiare digli ciò che pensi!”
A. “tutto bene li con <il mio nome> e lavoro?buona giornata..”
A. “Mi mi mi! Topo… Sento puzza di imbroglio…mi ha chiamato papà con un’ansia x sapere se stasera vado la…sento proprio puzza di imbroglio!!!non mi fido!è come <il mio nome>! E non c volo andare ma ormai l’ho detto..verso le 20.30 mi chiami in ogni caso così ho la scusa x venire via?grazie topo!”
A. “Vedi che sta già succedendo quello che t dicevo? Non te ne faccio una colpa però è così..sei impegnato con il lavoro e stasera non c vediamo..
Quand’è che mi stupirai?venendo da me con dei fiori.. Va beh,sono ridicola…questa è l’ultima volta che lo ripeto…e so che è inutile…però ribadisco…”
R. “Ultime notizie: G. e I. hanno venduto l’attività…come prospettavano già a mia sorella tempo fa’. La brutta notizia è che chi l’ha comprata è quella bionda scazzosa e incagabile che incontriamo la mattina mentre porta il figlio alle elementari! E indovina? Si chiama <il mio nome>! Aiuto!”
Alla cattiveria e alla stupidità della gente non c’è vaccino, eppure non è tanto questo a infastidirmi. A offendermi non è la prova che anche R. sa essere sleale o, in certi casi, addirittura perfido. E non è nemmeno l’approssimazione miope di certe osservazioni esplose sul mio conto da una persona che non mi conosce (ma che non prova vergogna nel giudicarmi). Da sempre esiste chi abusa di sentenze con leggerezza, sputandole prima ancora di averle masticate del tutto (la meschinità degli uomini è una miccia in cerca di fuoco, scrive Carlos Ruiz Zafón; Guarda il santo e stima il miracolo sostiene, invece, la saggezza popolare).
Chiedetevi piuttosto come ci si possa sentire nell’intuire i propri continui sacrifici (accantonati in un lustro) riassunti e sviliti in pochi caratteri da una sciocchina appena arrivata, una moralista arrogante e superficiale che si erge a immacolato giudice della vita altrui (e a cui piuttosto mancano diversi gradi di apertura mentale) e che si crogiola in quella che lei stessa propaganda come una esistenza indiscutibilmente superiore alle altre, quando proprio la sua non è che una magra contraffazione della realtà.
Due esistenze parallele mentre la vita vera è altra, non certo il cieco affannarsi per rincorrere avidamente qualcosa (disposti a passare sopra tutto e tutti) il quale, una volta ottenuto, si rivela stoppino per un nuovo desiderio, pronto ad incendiarsi in un vizioso vortice di invidia e voracità.
Ma c’è dell’altro.
Nel leggere quei messaggi qualcosa mi si era da subito impigliato nella mente, come uno sgradevole stridio di fondo pur coperto da un ensemble apparentemente melodico, vale a dire l’anomalo rapporto di subordinazione venutosi a creare tra quelle due persone. Se all’inizio mi era apparso quasi paterno, a tutt’oggi lo reputo piuttosto un legame materno, solo che R. è la madre e A. la bambina.
Una bimba capricciosa e rigida, che pretende e non concede.
Ma R. che dice? R. cosa pensa realmente?
Condivide? Tollera? Ignora? Soccombe?
O semplicemente inganna i propri demoni?
Per quanto cerchi di interpretare la sua inerzia, non riesco a rispondermi.
Quei messaggi infantili, ripetitivi, autoreferenziali, e il temperamento sopito di R. mi appaiono indicativi di un rapporto simbiotico.
Più di una volta mi hanno richiamato alla mente l’immagine di una corteccia vuota all’interno.
E questa corteccia si chiama alessitimia.
L’alessitimia è un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere, e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi.
Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sè.
Letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni”.
Si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, come pure a distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche.
I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà ad individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o ad esprimere le proprie emozioni, e al contempo non sono in grado di interpretare le emozioni altrui.
La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d’introspezione e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media.
I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di essa, preferiscono l’isolamento.
L’alessitimia viene generalmente associata ad uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.
In psicosomatica viene considerata un importante fattore di rischio, in quanto può accrescere la suscettibilità individuale alla malattia.
Sono state proposte diverse teorie neurofisiologiche per l’origine eziologica dell’alessitimia: secondo alcuni ricercatori, i sintomi fisici dei pazienti alessitimici sono dovuti al fatto che le emozioni vengono incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie neuroendocrine e autonome.
Inoltre gli studi sulla specializzazione emisferica, compreso il modo in cui il cervello integra il linguaggio affettivo e propositivo, hanno portato all’idea che l’alessitimia sia dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro o ad una carenza nella comunicazione interemisferica.
Vi sono diversi livelli di alessitimia: a volte l’incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni non è assoluta, ma limitata ad alcuni particolari contenuti, situazioni, emozioni.
Il paziente-tipo che soffre di alessitimia si presenta come una persona passiva, dipendente e tendente al conformismo sociale, oltre che scarsamente adattata all’ambiente; mantiene uno stile di pensiero piuttosto infantile (spesso ricorre all’imitazione sociale nelle sue azioni), egoistico ed utilitaristico. La postura è rigida e le espressioni facciali scarse. Un alessitimico mostra una coscienza morale piuttosto rigida e tende ad attribuire gli eventi della sua vita a fattori esterni. È incapace di discriminare le emozioni l’una dall’altra, come pure di distinguere le emotività dagli stati somatici che le accompagnano; presenta difficoltà nel comunicare verbalmente i propri sentimenti ed è inabile nel ‘pensare ai sentimenti’, ossia nel mentalizzare le emozioni.
I soggetti affetti da alessitimia, inoltre, manifestano una fantasia impoverita e una scarsa disposizione a provare emozioni positive come gioia, felicità e amore.
Questo è quanto si trova in letteratura.
Non posso sapere se R. sia davvero alessitimico (né, a questo punto, ci tengo in modo particolare a volerlo scoprire), certo è questo suo modo distaccato di esperire ciò che gli gravita attorno è indice di una problematicità nel relazionarsi con gli altri (magari imputabile semplicemente al non ritenersi all’altezza di certe situazioni o, al contrario, a una scarsa considerazione della soggettività altrui, non saprei).
Ritengo tuttavia, con buona probabilità a torto, di certo illegittimamente, che una persona come A. non possa che esasperare ulteriormente questo sbilanciamento psicologico; l’impressione avuta da quell’assiduo scambio di messaggi, infatti, è che R. non viva attivamente la propria vita, ma assorba di riflesso l’esistenza di qualcun altro, spettatore passivo – unico e privilegiato – di quel teatrino ambulante che è la favola porcellanata di A. Ci si augura che la protagonista non si svegli mai. O che la ceramica non s’incrini.
È vero, non ho il diritto di giudicare nessuno (anche chi, a sua volta, ha poco altruisticamente messo me alla berlina). E mi starebbe bene di aver travisato tutto quanto.
Rimane il fatto, però, che anche l’ultimo scampolo di fiducia tra me e R. si è definitivamente eroso (come è possibile, in generale, fidarsi di chi chiede comprensione e poi, non visto, si pulisce le scarpe sui sentimenti degli altri?).
Soprattutto, mi domando, per quanto tempo ancora R. riuscirà a sostenere questa trazione urgente tra due poli opposti?
Come può essere ogni giorno in azienda e lavorare disteso se ogni sforzo (comune o singolo, perché anche lui, lo vedo, si sta impegnando di apparirmi come l’amico fedele di un tempo) viene ravvisato dall’altra metà del cielo come una immolazione ingiusta, un olocausto non necessario? E, per contro, come può riporre stima nel proprio socio intuendo che quest’ultimo ha perso ogni affettività in lui, dopo quanto è accaduto?
Un elastico non può rimanere teso per sempre.
Ed è perfettamente chiaro verso quale direzione tenderà una volta svincolato.

Mi sono scoperto prigioniero della mia stessa carne divenuta argilla di fronte al tuo silenzio e la tua inettitudine. Ora sono luce che filtra tra le crepe che iniziano a manifestarsi lungo le pareti.
“In questo silenzio
penso al losco tiro muto
riservato alle mie spalle
onoratissime!
Perché non parli
cosicché potrò stanarti
lingua a sonagli
sputa in bocca ai tuoi fratelli”
Lingua a sonagli – Carmen Consoli
“Mancava solo un corpo estraneo
nascosto a bordo come Alien
un viscido ominide
venuto per schierarsi dalla tua parte
maledetto sia
è uscito adesso all’improvviso
e avete già deciso
di fare a meno di me”
Valzer nello spazio – Samuele Bersani
“Caro il mio Francesco che conosci un po’ i colleghi
e forse non a caso vivi lì sugli Appennini
sai quaggiù ce n’è in qualche modo di tre tipi
bravi artisti, furbacchioni e topi
il topo canta solo di quanto lui sia puro
e poi dà via la madre per stare sul giornale
ed è talmente puro che ti lancia merda
soltanto per un titolo più largo
e io che il mio disprezzo me lo tengo dentro
che il letamaio è colmo già pubblicamente
ma quei presunti puri mi possono baciare
queste chiappe allegramente”
Caro Francesco – Ligabue