In questo verboso e tortuoso percorso che è l’analisi della mia mente mi trovo puntualmente a fronteggiare un’evidenza: interiorizzo a lungo ciò che mi accade senza aprirmi agli altri (amici, famigliari, conoscenti). Tengo tutto dentro, come se la cosa servisse a lenire certe inquietudini. Questa terapia del bozzolo è un po’ il leit-motiv dei miei primi trentatré anni di vita, il che è abbastanza poco intelligente a ben rifletterci, se non altro perché significa non confrontarsi con chi ti sta accanto, e il non-confronto in molti casi significa non-crescita.
Le frequentazioni abituali (come quelle occasionali) stimano il sottoscritto un temperamento vivace e brillante (un tantino troppo ligio al dovere in alcune circostanze) eppure mi chiedo come mi si possa conoscere quando sono io stesso a insabbiare dettagli sulla mia sfera personale e sui miei propositi, a mascherare le esigenze affettive, a esporre verità mentre ne penso altre, a limitare le mie considerazioni entro il recinto della morigeratezza, a camuffare le spigolature del mio carattere.
Potrei riempire pagine intere nel tentativo di motivare questa invariabile prudenza calcolata: paura di espormi e soffrire, timore di essere giudicato negativamente, insicurezza radicata da esperienze trascorse ma non elaborate, complessi di inferiorità, egoismo, narcisismo. Tutto può essere (escludo la chiusura mentale, perché non è cosa mia).
E, ogni volta che mi fermo a riflettere sullo stato delle cose e a introiettare eventi ed emozioni in base alla mia interiorità, alimento ulteriormente la convinzione che solo io posso comprendermi a pieno, che io soltanto ho la capacità e i mezzi per ripararmi dalle incertezze e dal distacco altrui. Perché – qualsiasi cosa ti raccontino gli amici – quando si prova fame d’affetto la si patisce e basta, non è che mezzora o mezza giornata possano saziare l’appetito di una vita intera.
Ci sono persone convinte di non meritare l’amore. Ad oggi non so dire se rientro o meno di diritto nella categoria, ma indubbiamente ho un grosso problema a riguardo. Voglio ma ho paura. Desidero ma scappo. Amo ma non lo esprimo.
Mi muovo sullo sfondo di quadri dipinti con fango e nicotina, in una perenne foschia emotiva che mi nasconde agli occhi degli altri per mia stessa rinuncia.
So bene che occultarsi non serve a nulla se non a farsi del male; che è un meccanismo perverso per non-vivere; che non è difesa, al contrario, è resa; ma è come stare a disquisire sul perché uno scorpione punga. Lo fa e basta.
C’è comunque un aspetto positivo in tutto questo metabolizzare, vale a dire una spontanea propensione a sondare l’animo umano senza accontentarsi di un’analisi di superficie che può fornire risposte pronte ma inquinate. Mi ritengo fortunato poiché non è da tutti scegliere con cura le parole giuste per non travalicare il pensiero altrui, o tacere valutazioni che potrebbero urtare – o peggio ancora, offendere – la sensibilità dell’interlocutore. L’essere presenti fisicamente (di persona o con la voce) quando qualcuno ha bisogno – senza che vi sia obbligo di domandare da parte dell’altro o dell’altra -, semplicemente captando e raccogliendo con il cuore un incipit che ci viene presentato dall’istinto, è un’attitudine rara, un tesoro che merita di essere preservato.
Essere intra-riflessivi aiuta a capirsi meglio e, conseguentemente, ad avere maggior rispetto per le coscienze a noi più prossime.







