Archivio per Febbraio 2008

Tengotuttodentro.com

In questo verboso e tortuoso percorso che è l’analisi della mia mente mi trovo puntualmente a fronteggiare un’evidenza: interiorizzo a lungo ciò che mi accade senza aprirmi agli altri (amici, famigliari, conoscenti). Tengo tutto dentro, come se la cosa servisse a lenire certe inquietudini. Questa terapia del bozzolo è un po’ il leit-motiv dei miei primi trentatré anni di vita, il che è abbastanza poco intelligente a ben rifletterci, se non altro perché significa non confrontarsi con chi ti sta accanto, e il non-confronto in molti casi significa non-crescita.

Le frequentazioni abituali (come quelle occasionali) stimano il sottoscritto un temperamento vivace e brillante (un tantino troppo ligio al dovere in alcune circostanze) eppure mi chiedo come mi si possa conoscere quando sono io stesso a insabbiare dettagli sulla mia sfera personale e sui miei propositi, a mascherare le esigenze affettive, a esporre verità mentre ne penso altre, a limitare le mie considerazioni entro il recinto della morigeratezza, a camuffare le spigolature del mio carattere.
Potrei riempire pagine intere nel tentativo di motivare questa invariabile prudenza calcolata: paura di espormi e soffrire, timore di essere giudicato negativamente, insicurezza radicata da esperienze trascorse ma non elaborate, complessi di inferiorità, egoismo, narcisismo. Tutto può essere (escludo la chiusura mentale, perché non è cosa mia).
E, ogni volta che mi fermo a riflettere sullo stato delle cose e a introiettare eventi ed emozioni in base alla mia interiorità, alimento ulteriormente la convinzione che solo io posso comprendermi a pieno, che io soltanto ho la capacità e i mezzi per ripararmi dalle incertezze e dal distacco altrui. Perché – qualsiasi cosa ti raccontino gli amici – quando si prova fame d’affetto la si patisce e basta, non è che mezzora o mezza giornata possano saziare l’appetito di una vita intera.

Ci sono persone convinte di non meritare l’amore. Ad oggi non so dire se rientro o meno di diritto nella categoria, ma indubbiamente ho un grosso problema a riguardo. Voglio ma ho paura. Desidero ma scappo. Amo ma non lo esprimo.
Mi muovo sullo sfondo di quadri dipinti con fango e nicotina, in una perenne foschia emotiva che mi nasconde agli occhi degli altri per mia stessa rinuncia.
So bene che occultarsi non serve a nulla se non a farsi del male; che è un meccanismo perverso per non-vivere; che non è difesa, al contrario, è resa; ma è come stare a disquisire sul perché uno scorpione punga. Lo fa e basta.

Dietro l’eclissi c’è dell’altro…

Dietro l’eclissi c’è dell’altro…

C’è comunque un aspetto positivo in tutto questo metabolizzare, vale a dire una spontanea propensione a sondare l’animo umano senza accontentarsi di un’analisi di superficie che può fornire risposte pronte ma inquinate. Mi ritengo fortunato poiché non è da tutti scegliere con cura le parole giuste per non travalicare il pensiero altrui, o tacere valutazioni che potrebbero urtare – o peggio ancora, offendere – la sensibilità dell’interlocutore. L’essere presenti fisicamente (di persona o con la voce) quando qualcuno ha bisogno – senza che vi sia obbligo di domandare da parte dell’altro o dell’altra -, semplicemente captando e raccogliendo con il cuore un incipit che ci viene presentato dall’istinto, è un’attitudine rara, un tesoro che merita di essere preservato.
Essere intra-riflessivi aiuta a capirsi meglio e, conseguentemente, ad avere maggior rispetto per le coscienze a noi più prossime.

Un giorno in pretura

Oggi sono stato condannato. L’accusa – perentoria, giunta da una amabile gentildonna – è quella di non avere dedicato tempo sufficiente alla crescita di un rapporto.
“Peccato. È tutto passato.” Questa la sentenza.

Ma Dio del cielo, mi sto rompendo in quattro per cercare di costruirmi un futuro, lavoro quotidianamente dodici-quattordici ore senza soluzione di continuità, arrivo a casa la sera e devo fare i conti con la realtà che mi attende, riesco a leggere appena qualche poesia prima di accasciarmi inerme sul cuscino. La domenica, quando va bene, tento di mettere un poco d’ordine tra i miei pensieri confusi scrivendo su questo blog. Capita anche che qualche amico (o amica) mi chiami per sfogarsi un po’, per raccontarmi le ultime involuzioni di una vita non propriamente allineata alle aspettative.
E alla fine di tutto devo lavarmi il viso nel biasimo di chi sostiene che non scrivo più lunghe lettere romantiche ogni sera, o che al telefono risulto un po’ freddino (a parte che la pulzella in oggetto è il barone rosso della comunicatività, gareggiando ogni dì nel triathlon della convergenza multimediale: dalle 10 alle 15 mail giornaliere, dalle 5 alle 8 chiamate sul telefonino, dai 5 ai 10 sms oversized: e puntualmente mi trova alle prese col mio lavoro – a volte sa farmi sentire davvero noioso per la troppa abnegazione, non so come ci riesca -, alla guida dell’automobile – no auricolare bluetooth, désolé sono un pezzente – o a tavola per la cena, quando non la salto proprio).
A proposito, la madonna in questione non è nemmeno la mia fidanzata.
La prima volta sorridi lusingato pensando che ti vuole bene (anche la seconda e la terza); la settima cominci a pensare che forse è un po’ troppo espansiva, ma in fondo è ancora una ragazzina; la nona volta soffochi quel ghigno nervoso di cui ti penti immediatamente e fai semplicemente notare che al lavoro è meglio non sentirsi; la tredicesima ti viene da tuonare un “mavaff…” da gran cerimoniere (quale delle parole “Non-starmi-così-addosso” non capisci?).

Tenetemi la mano troppo poco e mi vedrete smarrito, tenetemela troppo a lungo e mi vedrete dileguare in uno sbuffo umido.
Sarò pure un’arma da combattimento, lo ammetto (nell’autocritica vado forte, se non si fosse ancora capito :-) , però un rapporto appena più equilibrato proprio no? E dire che da parte mia si prospettava una perfetta intesa caratteriale (tipo tosto, carina, mille interessi, acculturata, sportiva, di buona famiglia); la fisicità latitava, inutile nasconderlo, ma non sono mai stato un tipo da colpo di fulmine, mi occorre tempo per apprezzare i tesori che man mano scopro.
E invece c’è chi ha già deciso per me.
Poco importa se alle duecentotrentasette mail giunte in poco più di un mese ho sempre risposto puntualmente. Basta sgarrare una settimana per essere marcati a fuoco.
No-way.

Ad ogni modo vorrei tranquillizzare lo Stato italiano: non ricorrerò in cassazione, tutti soldi pubblici risparmiati.

Saluti e baci dal cinico Alex.

Mi ripartorisco

L’aspetto positivo nel toccare il fondo è che si arriva immancabilmente ad un punto in cui lo spirito insorge rivendicando con rabbia tutta la sua esclusività, il proprio diritto alla vita.
È il vigore che prevale sull’abulia, il sangue che soffoca l’autolesionismo, il grido liberatorio che vince l’apnea.
E poco importa quanto ci si senta inadeguati e o se agli occhi degli altri si appaia fragili o non all’altezza. La sommossa è tanto più irrefrenabile (e fragorosa) quanto più procrastinata.

Ho deciso di ripartire da zero, signori.

Nuove amicizie. Via la zavorra, nella vita non si può mettere da parte tutto con l’auspicio che possa servire in futuro (e comunque non esistono scatole sufficientemente grandi :-) . Meglio viaggiare (in seconda, of course) con un semplice bagaglio a mano.
Meglio smettere di raccontarsela e scremare tra chi ogni giorno ti dimostra il proprio affetto e chi invece te lo racconta e basta.
Le relazioni inattese (inedite o riscoperte) sono spesso il miglior corroborante per l’anima.

Nuove abitudini. Non si può languire in gabbie dorate sperando che qualcuno (chi, poi?) intervenga a soccorrerci, è essenziale darsi una mano da soli e rimettersi in gioco al più presto (sono talmente tanti a farlo ogni giorno che nessuno si accorgerebbe di uno in più).
Basta reagire: uscire più spesso (anche da soli, chi ha paura di andare al cinema prenotando un unico posto? :-) , viaggiare (pur con pochi soldi, apre la mente allo stesso modo), frequentare corsi che aiutino a sciogliersi e a lasciarsi andare, visitare mostre, praticare attività fisica (il corpo è intrinsecamente legato alla mente e allo spirito nel nostro essere tridimensionali), leggere di tutto (dalle poesie ai manuali delle istruzioni :O).
L’importante è dar corso al cambiamento, alimentando il pensiero e restituendo voce e dignità alle nostre urgenze interiori.

Nuovi orizzonti: non necessariamente lontani (a volte la felicità è più vicina a noi di quanto pensiamo) ma più sentiti. È lecito cambiare sentiero se la strada attuale non ci incanta più, come non c’è nulla di sbagliato nel dire “Ho cambiato idea”.
La gioia è in tutte le cose (non solo nelle persone), occorre sforzarsi a guardare quanto ci circonda sotto nuove prospettive.

The only way out is down

The only way out is down

Da oggi mi ripartorisco. Il club dei quasi cadaveri lo lascio frequentare a chi ormai pensa di sapere tutto di sé e degli altri. Io comincio a udire i miei vagiti soltanto adesso.

Animo gente, gli artefici della nostra metamorfosi siamo noi e noi soltanto!

Il bambino ribelle

La settimana scorsa mi è successa una cosa strana. Diversamente sana è un termine più azzeccato.
La premessa è che sono una persona estroversa ma molto, molto normativa (penso peraltro che si sia capito dai precedenti post :-) , vittima di una sorta di compensazione caratteriale (evidentemente provo colpa per la mia esuberanza e quindi cerco di autogestirmi, ossia, tradotto in altri termini, di castrarmi).
Bene. Lunedì scorso mi sono trovato a frequentare un corso sulla comunicazione rivolto alle imprese.
Eravamo 30/35 persone in tutto, in un aula molto formale, sedute dietro banchi ordinati e puliti, allineati proprio come a scuola. Età media 40 anni.
A sorpresa la docente (una psicologa) ci chiede di improvvisare in 15 minuti un discorso di qualsiasi genere (potendo spaziare dall’auto-presentazione alla barzelletta) da tenere davanti agli altri per coprire un intervallo di tempo dai 60 ai 90 secondi, non di più. Il tutto ripreso da una videocamera.
Panico totale, la gente ha cominciato a guardarsi attorno spaurita, nemmeno gli fosse stato chiesto di aprire i libri contabili.
I minuti di silenzio sono volati via. Mentre io era ancora lì a chiedermi di cosa diavolo avrei dovuto parlare, hanno cominciato i primi. Da quel momento è decollata una sfilza di inesorabili e monocorde: “Io sono … e il mio lavoro consiste nel …” (pochissime variazioni e comunque tutte sul tema “Io sono … e ho l’hobby di …”/“Io sono … e l’ultimo film che ho visto è stato …”).
Tutti sistematicamente uguali, tutti piacevolmente inquadrati.
Ebbene, non so cosa mi sia scattato dentro ma qualunque cosa fosse aveva le sembianze di un NO. Un guizzo talmente veloce e irriverente da non poter essere interiorizzato e filtrato dalla mia parte razionale.
Quando è stato il turno del sottoscritto mi sono alzato con un foglio in mano (giusto per ancorarmi a qualcosa ed evitare di gesticolare come il mentore di Karate Kid in una grottesca danza di dai-la-cera-togli-la-cera) e ho esordito così:

Ciao a tutti, mi chiamo … e ho scritto questa cosa per voi.

ODE AL PETO
Il peto è quella cosa che ci riscalda le lenzuola nelle gelide notti d’inverno.
È un punto fermo nella nostra esistenza: gli amici vanno e vengono, gli amori nascono e muoiono, ma il peto è sempre lì, a ricordarci che esistiamo è che è meglio fuori che dentro.
Il peto è quella piccola voce liberatoria che ci fa tornare bambini.
È una indispensabile valvola di sfogo che ci impedisce di esplodere.
È un bambino inopportuno, un grido libertino, un’esclamazione di gioia.
È uno spettacolo multiforme e – con un accendino a portata di mano – anche multicolore.
È aria e vita assieme, è una poesia di una sola strofa.
Come diceva la nonna della brava C.
(la docente, ndr), “quando la pancia fa male, la testa va a far veglia al culo”.
Ma grazie al peto, si spera che il dolore passi in fretta.

Silenzio e sgomento per qualche decimo di secondo, visi allibiti-divertiti-contrariati-beffardi-beffati. Le mani mi tremavano reggendo il foglio e intanto pensavo: “Ma sei cretino? Che cosa esattamente volevi provare?” E ancora: “Attraverso quale insignificante trauma infantile sei dovuto passare per ridurti ad allestire questa pietosa sceneggiata?”. Poi lo scroscio di applausi.

Ho ripreso a respirare.

Per quale motivo Alex Supertramp decide di immortalare questo mediocre aneddoto su un post che nessuno mai leggerà? Be’, diciamoci la verità, non certo per l’intensità e la gloriosa magnificenza dei versi vomitati in fretta e furia su un ritaglio bianco di cellulosa :-)
No, lo faccio perché dopo anni di auto-livellamento e aderenza a precise regole formali (non scritte ma ben conosciute da tutti), ho ridato voce al bambino ribelle che pensavo di aver rinchiuso in bagno per sempre.
E l’ho fatto in una sera uguale a tante altre, senza che davvero vi fosse un motivo particolare, dando semplicemente corpo ad un’incontenibile urgenza interiore. Questa è stata la vera e inaspettata insurrezione!
E, dio-del-cielo-santissimo, è stato sublime e liberatorio come non mai!

Now I walk into the wild

Now I walk into the wild

Insomma, varrà pure la pena di fare i coglioni ogni tanto e gridare agli altri di essere ancora vivi, ‘eccheccazzo!

La sindrome di Stoccolma (Parte III: le disattese e il credo)

È molto più frequente di quanto si pensi abitualmente: in un dato momento, in una coppia qualsiasi (genitore-figlio, partner, amici, colleghi), possono venirsi a creare le condizioni per una dipendenza malsana (le motivazioni – e un loro eventuale accavallamento – sono di una numerosità elevata): fra le due persone s’instaura un rapporto di invischiamento psicologico all’interno del quale un soggetto avverte un forte bisogno inconscio che l’altro gli dipenda (per distinguerli l’uno dall’altro chiameremo IO il primo soggetto, TU il secondo); il TU, nelle fasi iniziali, si sente “nutrito” dalla dipendenza e dunque alimenta inconsapevolmente il bisogno che l’IO ha di creare una figura dipendente.
Il rapporto, pertanto, sembra vivere in equilibrio e agli occhi degli altri appare spesso ideale poiché l’incastro emotivo che si instaura conferisce al legame una sembianza di contiguità indissolubile e perfetta.
In realtà il vincolo è evidentemente malato. Il progetto umano è per definizione alimentato da un bisogno di autorealizzazione e non può coincidere perfettamente con le esigenze dell’altro; quindi entrambe le persone soffrono, una perché trattiene, l’altra perché è trattenuta.
Capita così che ad un certo punto uno dei due soggetti, in genere quello che sottostà alle esigenze dell’altro, si senta soffocato e trattenuto dentro la spirale egoistica dell’altro e inizi a manifestare il proprio tormento.

A volte è l’IO, cioè colui che tende a trattenere a sé l’altro, a percepire un forte disagio, soprattutto nei casi in cui egli sia una persona che matura psicologicamente e avverte il disagio di avere accanto a sé una persona che non corrisponde più alle sue nuove esigenze (relazionali, culturali, affettive). Altre volte è il TU a crescere e l’IO a sentirsi inadeguato accanto alla nuova persona che viene considerata irraggiungibile.

Accorgersi che ciò che si è fatto è stato utile all’altra persona ma privo di finalità per sé demolisce il morale e toglie le forze e la voglia per continuare il proprio progetto di vita. È quindi di importanza vitale capire quanto prima a chi appartiene il progetto di vita al quale si sta dedicando tutta la propria attenzione (l’insopportabilità di una vita senza senso può condurre a drammi personali irrimediabili, noi esseri umani conosciamo modi originalissimi per arrecarci danno :) .

Che una persona rinunci a qualcosa a cui tiene particolarmente per amore dell’altro è corretto e nobile – ed è un comportamento che dovrebbe assumere anche l’altro soggetto – ma che rinunci incondizionatamente al senso della propria vita o che compia molte scelte in funzione dell’altro, è un suicidio psicologico e spirituale che, proprio per il bisogno di autorealizzazione insito in ognuno di noi e nella prospettiva di una inevitabile disattesa del rapporto tra i due soggetti, prima o poi porterà ad un bilancio particolarmente doloroso (in genere ad una crisi depressiva, intesa come svolta da cambiamento, che avrà il valore di un risveglio dal torpore vissuto nel progetto dell’altra persona, ma che sarà estremamente penoso da gestire).

Absolute devotion

Absolute devotion

Con questo post si conclude la mia breve trilogia sulle dipendenze dagli altri.
Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio vivamente il seguente testo: “Vivere senza disturbi d’ansia”, di Magda Maddalena Marconi, Armando Editore.

Per quanto riguarda il sottoscritto la propria personale disattesa è sopraggiunta tre mesi fa e ancora oggi, lo ammetto, l’elefantiaco vuoto venutosi a creare rimane apparentemente incolmabile.

Eppure, come declama un Accorsi d’annata in Radiofreccia: “Credo che un Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock-n-roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici, be’, ogni tanto questo vuoto me lo riempiono. Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire cha hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx. Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.”

Buona sorte a tutti.

La sindrome di Stoccolma (Parte II: rispecchiamento e annullamento)

Dipendere da una persona significa essere incapaci di vivere la propria libertà e soffrire per questa condizione.
Se una persona, in qualsiasi relazione umana, entra troppo nei “panni mentali dell’altro” rischia di impastarsi in una dinamica psichica che altro non è se non una simbiosi, intesa come fusione insana in cui una persona si annulla nell’altra. Inizialmente questo stato mentale regala sensazioni piacevoli (sembrerà strano ma risveglia gli appagamenti vissuti nella prima infanzia); poco dopo, però, ogni tentativo di separazione scatena forti stati d’ansia.

In un rapporto simbiotico una persona si sente talmente parte integrante dell’altra al punto che questa dinamica guasta l’attività psichica del singolo in quanto si sostituisce all’altro. Si avverte che qualcosa di intangibile sta avvenendo, qualche cosa (di psicologico ma anche di fisico) che oltrepassa l’empatia (ossia lo stare insieme nel pathos della persona che soffre o che gioisce tutelando però i propri confini) e che porta a fondersi e confondersi nell’altro, perdendo di vista la propria singolarità.
Si finisce per non percepire più se stessi (depersonalizzazione): il vuoto emotivo che ne deriva e l’incapacità di riprendersi immediatamente porta alla generazione di una forte sensazione di perdita del senso della realtà (derealizzazione).

Questa fase può essere l’anticamera per conseguenze peggiori, quali attacchi d’ansia e crisi di panico (tachicardia, sudorazione, tremore). Il panico ci fa percepire la nostra condizione umana di vulnerabilità e di precarietà, spesso ci accompagna alla perdita della speranza (letteralmente di-sperazione): sembra che tutte le certezze precedenti, fisiche, psichiche e del proprio modo d’essere s’impoveriscano fino a svanire nel nulla del non-senso.
Come può mantenersi vivo il senso dell’esistenza quando il disagio che si subisce sconvolge tutte le certezza precedenti? Perdere all’improvviso la serenità acquisita distoglie l’attenzione da ciò che prima dava un senso pieno alla propria vita.
E qui possono aprirsi i cancelli della depressione.

Il posto buio in fondo alla mia mente

Il posto buio in fondo alla mia mente

Tutto questo vi appare esagerato?
Avete mai sentito parlare della Sindrome di Stoccolma? Il termine venne utilizzato per la prima volta da un agente speciale dell’FBI, tale Conrad Hassel, nell’agosto del 1973, quando due rapinatori tennero in ostaggio per sei giorni quattro impiegati di una banca a Stoccolma. Durante la prigionia la preoccupazione maggiore degli ostaggi si rivolse non tanto alla propria incolumità quanto – paradossalmente – al timore che la polizia potesse scoprire il luogo della reclusione e intervenire. Nel periodo del sequestro una delle vittime sviluppò un tale legame emotivo con un sequestratore da durare anche dopo la liberazione. Addirittura in sede di processo alcuni ostaggi testimoniarono a favore dei rapitori. Questo comportamento fu in seguito riscontrato anche in molti altri sequestri, tanto da essere catalogato come sindrome.
La sindrome di Stoccolma crea incredibili rapporti affettivi tra le vittime dei sequestri e i rapitori a causa della dinamica di dipendenza reciproca che si crea (la dipendenza viene vissuta come necessità di sopravvivenza).

L’essere umano, per sua natura, nasce per individuarsi e socializzare (cioè per diventare un individuo a sé stante che è in grado di vivere da solo) nutrendo il bisogno e traendo piacere dalla condivisione con altri individui.
È dunque auspicabile che la paura della separazione rimanga nella vita psichica di ciascuno di noi (come faremmo altrimenti a stringere dei legami sani con le persone significative e a mantenerli vivi?), ma è altrettanto importante che tale paura non sia limitante o eccessiva (il problema della dipendenza da qualcuno è estremamente pesante da sopportare), sfociando nell’angoscia.

Orazio diceva: “Nei momenti difficili ricordati di mantenere l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva”.

La sindrome di Stoccolma (Parte I: uno stupido arido riccio)

Oggi parlo di dipendenze. Dipendenze da persone, per la precisione.
È possibile provare un affetto incondizionato per una persona (non importano l’età o il sesso) al punto di annullarvisi dentro a poco a poco, perdendo di vista ogni sana distanza, smantellando i propri confini psichici in nome della più cieca devozione?
A me è capitato e da qui voglio prendere spunto non tanto per soffermarmi sulle motivazioni, quanto piuttosto sulle conseguenze del poi.

Da che ho memoria ho puntualmente rifuggito come la peste ogni tipo di vincolo affettivo a lungo termine (no, non sono né misogino né misantropo, se mai un semplice insicuro) perché i legami in genere mi spaventano da sempre (in quanto perdita parziale di autonomia personale, in quanto indebolimento della propria volontà, in quanto sinonimo di compromesso ed esclusività, in quanto sconvolgimento dell’io nel momento esatto in cui tutto finisce). Non ho mai avuto storie serie con l’altra metà del cielo e di fronte alle occasioni che avrebbero potuto risanarmi lo spirito mi sono sempre dimostrato irriconoscente, fuggendo alla prima richiesta di definizione del rapporto. Uno stupido arido riccio.
Ho imparato ad arrangiarmi presto nella vita e questo ha certamente contribuito. Ho dovuto costruirmi attorno una muraglia per nascondere agli occhi altrui le mie debolezze (la mia forte emotività e una sensibilità ai limiti dell’imbarazzante) e anche questo ha giocato un ruolo importante.
L’assurdo è che pensavo di esserci riuscito, di essermi temporaneamente vaccinato contro il bisogno di qualcuno (ora so che si tratta di un’impresa impossibile, l’essere umano non può non comunicare per definizione).

Poi, quando meno me lo aspettavo, una persona mi si è affiancata spontaneamente e ha deciso di affrontare il viaggio assieme a me per circa quattordici anni. Nella fattispecie stiamo parlando del mio più caro amico (niente sesso o altre complicazioni affettive, dunque, proprio per questo mi sono sentito sicuro). Pur differenti per molti aspetti – seppur in maniera complementare -, parecchi lati comuni del nostro carattere ci hanno unito nel tempo.
Ho convissuto e condiviso con lui una parte significativa della mia vita (dagli esami universitari alle vacanze improvvisate, dai momenti di euforia a quelli meno congeniali), al punto di arrivare a considerarlo uno di famiglia e, senza accorgermene, un punto di riferimento. L’unico, il più importante in assoluto.

Tre mesi fa questa persona è stata finalmente graziata dall’amore, trovando stabilità emotiva (che il Signore li abbia in gloria entrambi!) e incendiando nel sottoscritto la miccia di un ordigno di potenza inaudita.
Cosa è successo? Molto semplicemente in quel momento ho realizzato di dipendere da qualcuno (proprio ciò da cui mi ero sempre riparato) e di aver vissuto la mia vita fino a quel momento in funzione della sua presenza.
Mi sono guardato attorno e non ho visto altro che me stesso, desolata unità di confusione (curioso per uno che ha sempre fatto dell’isolamento il proprio punto di forza :-) .
Tutto ciò mi ha portato all’evitamento e all’allontanamento da quella persona, non potendo (e non volendo) accettare la ridefinizione dei tempi e degli spazi comuni.

Male, malissimo.

È calato l’inverno.

A cold cold place in me

A cold cold place in me

E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città
cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu.
Nasce l’esigenza di sfuggirsi per non ferirsi di più.
(Prendila così, Lucio Battisti)

Personal velocity

È da fine novembre dell’anno scorso che ho qualche difficoltà nel riconoscermi allo specchio la mattina. A dirla tutta, da gennaio ho proprio smesso di cercare la mia immagine riflessa (qualcuno può gentilmente spiegarmi il vero significato della parola EVITAMENTO?).
Com’è che un giorno qualunque avverti qualcosa rompersi dentro (lo senti proprio, un piccolo ma percettibile cric!) e all’improvviso metti da parte tutto ciò che hai sempre creduto di te stesso? Che l’autostima si sfalda e rovina in un pulviscolo di colpe e rimorsi? Che smetti di pensare al sesso (anzi, d’un tratto ti riesce insopportabile la volgarità che ammicca in abbondanza su giornali patinati e schermi al plasma); che ti interroghi sui testi che hai letto e che ora ti scrutano silenziosi dai ripiani alti della tua libreria senza esserti di alcun aiuto; che rimani istupidito di fronte a tutto ciò che normalmente ti regalava emozioni; che sempre più spesso afferri sciarpa e giaccone e senza meta ti lanci inquieto per le vie affollate del centro solo per osservare gente sconosciuta che corre verso di te e poi oltre di te, in un vano tentativo di registrare almeno uno sguardo interessante (eppure ti giungono facce che sono in realtà facciate, e ti chiedi se davvero siano felici).
Va tutto a due velocità: la tua, lenta e vischiosa, e quella degli altri, lesta e febbrile (FERMATEVI, VI PREGO, SIETE DEI GENERATORI DI NAUSEA!).

Gli altri, ossia tutto ciò che non sei tu.
Gli amici non li riconosci più (nemmeno quelli intimi), in famiglia non trovi nulla che valga realmente la pena di essere raccontato e così vince il silenzio, i tuoi punti di riferimento sono evaporati come neve al sole mentre dormivi.
Momenti di bilancio, insomma. Un Guzzanti d’annata lo parafraserebbe magistralmente con: – C’è grossa crisi!
Or dunque, ragazzi, che si fa adesso? Si apre la caccia ai perché? Un buon inizio, non foss’altro che questo costringe ad anatomizzare la mente, passare in rassegna i ricordi andati, rovistare in posti non sempre piacevoli; insomma, filtrare la propria vita al setaccio della moviola con l’unico intento di attribuire una ragione a quel cric! che hai avvertito una notte non troppo lontana. E questo spaventa chiunque abbia un briciolo di coscienza e di sana emotività: quando tutto funziona nessuno sta a domandarsi il perché, né a sbirciare dietro le quinte. È solo a motore ingolfato che normalmente ci si ritrova ad alzare il coperchio e a rimanere a bocca aperta…

Mi ritiro abbandonando una riflessione sulla sedia (se volete potete raccoglierla voi). Secondo Schopenhauer la vita è la risultante tra due forze che si originano nello stesso punto (noi stessi) ma che seguono direttrici differenti: una protende verso le nostre aspirazioni naturali, l’altra è richiamata dagli eventi che ci accadono.
Che sia davvero così?

Personal velocity

Personal velocity

Apparentemente tutto bene

La mente in disordine è la mia, quella di un più che trentenne che dopo anni di compostezza e coerenza ha cominciato a perdere ingranaggi lungo la strada.
Vecchio copione! – direte voi, eppure ciascuno lo vive e lo interpreta a modo proprio, con la vicinanza emotiva che gli compete e la lucidità del momento.
Avete mai sentito parlare di ingiunzioni? O di spinte?

Il nostro copione, per l’appunto, viene quotidianamente influenzato attraverso ingiunzioni, ossia messaggi limitativi precoci che in pratica indicano “come non si deve essere”. Lo fanno i nostri genitori (sembra un paradosso, eppure lo commettono in buona fede – perlopiù senza rendersene conto), a volte i nostri amici, ne siamo bombardati in continuazione dalla televisione.
Qualche esempio di ingiunzione? Non sbagliare, fai tutto al massimo, non fare con leggerezza, non manifestare emozioni, non chiedere, non essere intimo, non appartenere, non fermarti a pensare, non esistere.
Tutte queste ingiunzioni, comunicate quasi esclusivamente attraverso canali non verbali, vanno ad incidere sul nostro modo di essere e vengono controbilanciate dalle spinte, che invece intervengono più sul nostro modo di fare, in una sorta di meccanismo azione-reazione.

In quella che è conosciuta come l’Analisi Transazionale vengono individuate cinque tipologie di “consigli”, detti appunto spinte: SII PERFETTO, SII FORTE, COMPIACI, SBRIGATI e SFORZATI.
Dalle spinte l’individuo, tanto più è piccolo e non autonomo, deduce che “mi apprezzeranno solo se sarò perfetto, sarò forte, sarò compiacente, andrò di fretta, ci proverò in continuazione”. L’individuo potrà poi decidere se aderire o meno a questi messaggi ma, comunque vada, di certo il segnale “non essere te stesso” è arrivato.
Tutte le diverse spinte boicottano la nostra riuscita in qualche progetto (la vita stessa è un progetto di massima).

Chi ha un marcato SII FORTE non si permetterà di sognare ad occhi aperti (alcune ingiunzioni che sottostanno a questa spinta sono: non sentire, non mostrare emozioni, non essere debole, non essere intimo, non essere te stesso).

Il soggetto che persegue il COMPIACI (con le sue ingiunzioni: non essere autonomo, non crescere, non pensare) incontrerà difficoltà a mettere in opera un proprio progetto.

Chi avverte il SII PERFETTO (e le relative ingiunzioni: non essere te stesso, non sbagliare, non essere spensierato, non provare piacere) non si concederà nessuna soddisfazione per i risultati raggiunti e troverà sempre qualche cosa che non va, molto facilmente si butterà subito in un’altra avventura senza godersi il risultato raggiunto.

Lo SBRIGATI (le cui ingiunzioni di riferimento sono: non essere intimo, non avere la tua età, non esistere, non pensare, non prenderti il tempo necessario) inquina tutte le fasi della riuscita del progetto.

L’individuo che rincorre lo SFORZATI dedica molta energia a ciò che fa, tuttavia l’ingiunzione non riuscire – imposta da figure genitoriali bisognose di dimostrare la loro bravura -, per bilanciare una sensazione di inferiorità, lo porta ad andare a testa bassa senza sapere dove e perché.

My need for human touch

My need for human touch

Ebbene, perché farnetico di spinte e ingiunzioni in questo mio primo vagito su ADUMID (perdonate l’acronimo, ma è decisamente più comodo che scrivere ogni volta Anatomia di una mente in disordine ;-) ? Perché tutto parte da qui, da queste direttive che assorbiamo e assimiliamo in continuazione (ignorando di farlo) e nelle quali rischiamo infine di rimanere invischiati per tutta la parte restante della nostra esistenza.

Da qui, oggi, comincia la dissezione della mia mente.

A proposito, il mio nome qui, in questa selvaggia terra di nessuno, è Alexander Supertramp (quello vero, intendo, non è importante), abito nella zona di Modena e tra poco più di due mesi varcherò la soglia dei 34 anni.

Apparentemente va tutto bene.

“Scoprii che l’ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura. Scoprii di non essere disciplinato per virtù, ma per reazione alla mia negligenza; di sembrare generoso per nascondere la mia meschinità, di passare per prudente solo perché sono malpensante, di essere arrendevole per non soccombere alle mie collere represse, di essere puntuale solo perché non si sappia quanto poco mi importa del tempo altrui…”
(Memoria delle mie puttane tristi, Gabriel García Márquez)