Archivio per 11 Febbraio 2008

Personal velocity

È da fine novembre dell’anno scorso che ho qualche difficoltà nel riconoscermi allo specchio la mattina. A dirla tutta, da gennaio ho proprio smesso di cercare la mia immagine riflessa (qualcuno può gentilmente spiegarmi il vero significato della parola EVITAMENTO?).
Com’è che un giorno qualunque avverti qualcosa rompersi dentro (lo senti proprio, un piccolo ma percettibile cric!) e all’improvviso metti da parte tutto ciò che hai sempre creduto di te stesso? Che l’autostima si sfalda e rovina in un pulviscolo di colpe e rimorsi? Che smetti di pensare al sesso (anzi, d’un tratto ti riesce insopportabile la volgarità che ammicca in abbondanza su giornali patinati e schermi al plasma); che ti interroghi sui testi che hai letto e che ora ti scrutano silenziosi dai ripiani alti della tua libreria senza esserti di alcun aiuto; che rimani istupidito di fronte a tutto ciò che normalmente ti regalava emozioni; che sempre più spesso afferri sciarpa e giaccone e senza meta ti lanci inquieto per le vie affollate del centro solo per osservare gente sconosciuta che corre verso di te e poi oltre di te, in un vano tentativo di registrare almeno uno sguardo interessante (eppure ti giungono facce che sono in realtà facciate, e ti chiedi se davvero siano felici).
Va tutto a due velocità: la tua, lenta e vischiosa, e quella degli altri, lesta e febbrile (FERMATEVI, VI PREGO, SIETE DEI GENERATORI DI NAUSEA!).

Gli altri, ossia tutto ciò che non sei tu.
Gli amici non li riconosci più (nemmeno quelli intimi), in famiglia non trovi nulla che valga realmente la pena di essere raccontato e così vince il silenzio, i tuoi punti di riferimento sono evaporati come neve al sole mentre dormivi.
Momenti di bilancio, insomma. Un Guzzanti d’annata lo parafraserebbe magistralmente con: – C’è grossa crisi!
Or dunque, ragazzi, che si fa adesso? Si apre la caccia ai perché? Un buon inizio, non foss’altro che questo costringe ad anatomizzare la mente, passare in rassegna i ricordi andati, rovistare in posti non sempre piacevoli; insomma, filtrare la propria vita al setaccio della moviola con l’unico intento di attribuire una ragione a quel cric! che hai avvertito una notte non troppo lontana. E questo spaventa chiunque abbia un briciolo di coscienza e di sana emotività: quando tutto funziona nessuno sta a domandarsi il perché, né a sbirciare dietro le quinte. È solo a motore ingolfato che normalmente ci si ritrova ad alzare il coperchio e a rimanere a bocca aperta…

Mi ritiro abbandonando una riflessione sulla sedia (se volete potete raccoglierla voi). Secondo Schopenhauer la vita è la risultante tra due forze che si originano nello stesso punto (noi stessi) ma che seguono direttrici differenti: una protende verso le nostre aspirazioni naturali, l’altra è richiamata dagli eventi che ci accadono.
Che sia davvero così?

Personal velocity

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