Archivio per 16 Febbraio 2008

La sindrome di Stoccolma (Parte II: rispecchiamento e annullamento)

Dipendere da una persona significa essere incapaci di vivere la propria libertà e soffrire per questa condizione.
Se una persona, in qualsiasi relazione umana, entra troppo nei “panni mentali dell’altro” rischia di impastarsi in una dinamica psichica che altro non è se non una simbiosi, intesa come fusione insana in cui una persona si annulla nell’altra. Inizialmente questo stato mentale regala sensazioni piacevoli (sembrerà strano ma risveglia gli appagamenti vissuti nella prima infanzia); poco dopo, però, ogni tentativo di separazione scatena forti stati d’ansia.

In un rapporto simbiotico una persona si sente talmente parte integrante dell’altra al punto che questa dinamica guasta l’attività psichica del singolo in quanto si sostituisce all’altro. Si avverte che qualcosa di intangibile sta avvenendo, qualche cosa (di psicologico ma anche di fisico) che oltrepassa l’empatia (ossia lo stare insieme nel pathos della persona che soffre o che gioisce tutelando però i propri confini) e che porta a fondersi e confondersi nell’altro, perdendo di vista la propria singolarità.
Si finisce per non percepire più se stessi (depersonalizzazione): il vuoto emotivo che ne deriva e l’incapacità di riprendersi immediatamente porta alla generazione di una forte sensazione di perdita del senso della realtà (derealizzazione).

Questa fase può essere l’anticamera per conseguenze peggiori, quali attacchi d’ansia e crisi di panico (tachicardia, sudorazione, tremore). Il panico ci fa percepire la nostra condizione umana di vulnerabilità e di precarietà, spesso ci accompagna alla perdita della speranza (letteralmente di-sperazione): sembra che tutte le certezze precedenti, fisiche, psichiche e del proprio modo d’essere s’impoveriscano fino a svanire nel nulla del non-senso.
Come può mantenersi vivo il senso dell’esistenza quando il disagio che si subisce sconvolge tutte le certezza precedenti? Perdere all’improvviso la serenità acquisita distoglie l’attenzione da ciò che prima dava un senso pieno alla propria vita.
E qui possono aprirsi i cancelli della depressione.

Il posto buio in fondo alla mia mente

Il posto buio in fondo alla mia mente

Tutto questo vi appare esagerato?
Avete mai sentito parlare della Sindrome di Stoccolma? Il termine venne utilizzato per la prima volta da un agente speciale dell’FBI, tale Conrad Hassel, nell’agosto del 1973, quando due rapinatori tennero in ostaggio per sei giorni quattro impiegati di una banca a Stoccolma. Durante la prigionia la preoccupazione maggiore degli ostaggi si rivolse non tanto alla propria incolumità quanto – paradossalmente – al timore che la polizia potesse scoprire il luogo della reclusione e intervenire. Nel periodo del sequestro una delle vittime sviluppò un tale legame emotivo con un sequestratore da durare anche dopo la liberazione. Addirittura in sede di processo alcuni ostaggi testimoniarono a favore dei rapitori. Questo comportamento fu in seguito riscontrato anche in molti altri sequestri, tanto da essere catalogato come sindrome.
La sindrome di Stoccolma crea incredibili rapporti affettivi tra le vittime dei sequestri e i rapitori a causa della dinamica di dipendenza reciproca che si crea (la dipendenza viene vissuta come necessità di sopravvivenza).

L’essere umano, per sua natura, nasce per individuarsi e socializzare (cioè per diventare un individuo a sé stante che è in grado di vivere da solo) nutrendo il bisogno e traendo piacere dalla condivisione con altri individui.
È dunque auspicabile che la paura della separazione rimanga nella vita psichica di ciascuno di noi (come faremmo altrimenti a stringere dei legami sani con le persone significative e a mantenerli vivi?), ma è altrettanto importante che tale paura non sia limitante o eccessiva (il problema della dipendenza da qualcuno è estremamente pesante da sopportare), sfociando nell’angoscia.

Orazio diceva: “Nei momenti difficili ricordati di mantenere l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva”.