La sindrome di Stoccolma (Parte III: le disattese e il credo)

È molto più frequente di quanto si pensi abitualmente: in un dato momento, in una coppia qualsiasi (genitore-figlio, partner, amici, colleghi), possono venirsi a creare le condizioni per una dipendenza malsana (le motivazioni – e un loro eventuale accavallamento – sono di una numerosità elevata): fra le due persone s’instaura un rapporto di invischiamento psicologico all’interno del quale un soggetto avverte un forte bisogno inconscio che l’altro gli dipenda (per distinguerli l’uno dall’altro chiameremo IO il primo soggetto, TU il secondo); il TU, nelle fasi iniziali, si sente “nutrito” dalla dipendenza e dunque alimenta inconsapevolmente il bisogno che l’IO ha di creare una figura dipendente.
Il rapporto, pertanto, sembra vivere in equilibrio e agli occhi degli altri appare spesso ideale poiché l’incastro emotivo che si instaura conferisce al legame una sembianza di contiguità indissolubile e perfetta.
In realtà il vincolo è evidentemente malato. Il progetto umano è per definizione alimentato da un bisogno di autorealizzazione e non può coincidere perfettamente con le esigenze dell’altro; quindi entrambe le persone soffrono, una perché trattiene, l’altra perché è trattenuta.
Capita così che ad un certo punto uno dei due soggetti, in genere quello che sottostà alle esigenze dell’altro, si senta soffocato e trattenuto dentro la spirale egoistica dell’altro e inizi a manifestare il proprio tormento.

A volte è l’IO, cioè colui che tende a trattenere a sé l’altro, a percepire un forte disagio, soprattutto nei casi in cui egli sia una persona che matura psicologicamente e avverte il disagio di avere accanto a sé una persona che non corrisponde più alle sue nuove esigenze (relazionali, culturali, affettive). Altre volte è il TU a crescere e l’IO a sentirsi inadeguato accanto alla nuova persona che viene considerata irraggiungibile.

Accorgersi che ciò che si è fatto è stato utile all’altra persona ma privo di finalità per sé demolisce il morale e toglie le forze e la voglia per continuare il proprio progetto di vita. È quindi di importanza vitale capire quanto prima a chi appartiene il progetto di vita al quale si sta dedicando tutta la propria attenzione (l’insopportabilità di una vita senza senso può condurre a drammi personali irrimediabili, noi esseri umani conosciamo modi originalissimi per arrecarci danno :) .

Che una persona rinunci a qualcosa a cui tiene particolarmente per amore dell’altro è corretto e nobile – ed è un comportamento che dovrebbe assumere anche l’altro soggetto – ma che rinunci incondizionatamente al senso della propria vita o che compia molte scelte in funzione dell’altro, è un suicidio psicologico e spirituale che, proprio per il bisogno di autorealizzazione insito in ognuno di noi e nella prospettiva di una inevitabile disattesa del rapporto tra i due soggetti, prima o poi porterà ad un bilancio particolarmente doloroso (in genere ad una crisi depressiva, intesa come svolta da cambiamento, che avrà il valore di un risveglio dal torpore vissuto nel progetto dell’altra persona, ma che sarà estremamente penoso da gestire).

Absolute devotion

Absolute devotion

Con questo post si conclude la mia breve trilogia sulle dipendenze dagli altri.
Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio vivamente il seguente testo: “Vivere senza disturbi d’ansia”, di Magda Maddalena Marconi, Armando Editore.

Per quanto riguarda il sottoscritto la propria personale disattesa è sopraggiunta tre mesi fa e ancora oggi, lo ammetto, l’elefantiaco vuoto venutosi a creare rimane apparentemente incolmabile.

Eppure, come declama un Accorsi d’annata in Radiofreccia: “Credo che un Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock-n-roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici, be’, ogni tanto questo vuoto me lo riempiono. Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire cha hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx. Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.”

Buona sorte a tutti.

2 Risposte a “La sindrome di Stoccolma (Parte III: le disattese e il credo)”


  1. 1 myr 22 Febbraio, 2008 - 13:56 alle 13:56

    se pensi alle canzoni d’amore, ai film in cui si parla d’amore, e alle idee che la gente ha comunemente dell’amore, il tutto diventa ancora + assurdo.
    tutti sono convinti che se non ‘dipendi’ dall’altra persona, non ’soffri’ quando non ci sei insieme, allora ‘non è amore’.
    nessuno sa cosa sia l’amore ma tutti sono prontissimi a definire dettagliatamente quando c’è e quando non c’è. ma soprattutto vedono nella sofferenza un chiaro sintomo.
    questo x me è (xchè lo è) inconcepibile.
    l’amore deve portare felicità sempre. anche quando per un momento non si sta appiccicati, xchè soffrire? ognuno ha la sua vita, i propri impegni e cmq sapere che qualcuno ti vuol bene dà felicità punto.

    invece nelle canzoni, nei film, nei media e nel pensiero comune se non soffri, non ‘te lo sogni la notte’ allora non sei innamorata.
    ma vaff… :D

  2. 2 critical times 2 Settembre, 2008 - 20:30 alle 20:30

    Ciao!
    L’hai superata la crisi? Io ci sto in mezzo da mesi…come vorrei comunicare via email e scambiare idee!!!


Lascia un commento