Archivio per Marzo 2008

A che gioco giochiamo?

Prendo spunto dal titolo di un testo di Berne per parlare di giochi, anche se non nella accezione più immediata del termine.
Provate a prestare particolare attenzione alle situazioni comunicative che ci vedono quotidianamente coinvolti (come partecipanti o in quanto semplici spettatori) e vi accorgerete, in alcuni casi, di come certi comportamenti – o sequenze di comportamenti – tendano a ripetersi con una certa propensione.
Qualche esempio?

«Perché non…?»/«Sì, ma…» in cui una persona domanda consiglio ad un’altra su un determinato argomento ma, ogniqualvolta l’interrogato fornisce un parere o un’opinione apparentemente coerenti, il primo soggetto evidenzia immancabilmente come il suggerimento ricevuto non soddisfi del tutto la richiesta originale.

Un altro esempio frequente è quello classificabile come «Ti ho beccato». Si verifica quando un soggetto, nella vita professionale o anche in quella affettiva, organizza le cose in un modo che sembra sottolineare un disinteressato amore per la correttezza e la precisione: in realtà l’errore dell’altro, che prima o poi inevitabilmente arriva, viene accolto dal primo individuo con un sentimento di trionfo che rivela il senso profondo di tanta correttezza, vale a dire la ricerca della conferma di essere l’unico giusto, nonché la posizione di superiorità evidenziata dall’errore dell’altro.

«Guarda che cosa mi hai fatto fare» emerge quando una persona, dopo aver partecipato a una decisione in accordo apparente col proprio partner (un collega di lavoro, il compagno di viaggio, il consorte), alla prima difficoltà scarica sull’altro la responsabilità della scelta.

Il comportamento del «Goffo pasticcione», invece, è quello di colui che – «senza volerlo» – provoca “pasticci” che danneggiano l’altro e al contempo fanno fare al “maldestro” stesso una pessima figura: il “pasticcione” si profonde in una raffica di scuse alle quali l’interlocutore è “obbligato” a rispondere che “non importa” e che “sono cose che possono capitare a chiunque”.

«Prendetemi a calci», infine, è tipico di quelle situazioni relazionali gestite da una persona in modo tale che, per l’osservatore esterno, la conclusione naturale appare come inevitabile: l’insuccesso o il fallimento dell’obiettivo apparentemente perseguito (ad esempio in una relazione affettiva o sul lavoro).

Tutti gli esempi appena citati ricadono nella definizione di giochi psicologici, ossia una o più serie di transazioni che conducono uno degli interlocutori ad un tornaconto ben definito.

Il tornaconto è quasi sempre nascosto o mascherato da altre intenzioni

Il tornaconto è quasi sempre nascosto o mascherato da altre intenzioni

Qual è il vantaggio di applicare questi giochi (o meglio, queste strategie relazionali)?
Ho già parlato dell’importanza che le carezze hanno nell’equilibrio della vita di ciascuno di noi. La crescita del bambino si può descrivere come la sperimentazione e l’apprendimento di strategie atte all’ottenere carezze. Ma le carezze positive, cioè gradevoli, non sempre si ottengono facilmente; spesso una carezza ruvida è più a portata di mano, o addirittura è l’unica disponibile. Da qui l’apprendimento dei giochi come via, apparentemente più complicata ma spesso più accessibile di quella diretta, per ricevere carezze (gli stessi genitori, attraverso ciò che dicono o i comportamenti che mettono in atto, insegnano ai propri figli i giochi a cui sono abituati).

Ad esempio, il caso di «Perché non…?»/«Sì, ma…» può essere visto come un metodo per ricevere una carezza che il giocatore fornisce a se stesso utilizzando a tal fine le altre persone. Qui il tornaconto è la soddisfazione di confondere l’interlocutore (o gli interlocutori) mostrando e sottolineando l’incapacità nel dar consigli. Lo scambio di battute (o meglio, di transazioni) avviene su un doppio livello: uno immediato, apparentemente realistico e razionale, e uno nascosto, più profondo e carico di energia.

In «Guarda che cosa mi hai fatto fare» il tornaconto è la liberazione del peso della co-responsabilità, e insieme la legittimazione dell’attacco contro l’altro.

Per il «Goffo pasticcione» il tornaconto risiede nel poter esprimere la propria aggressività in forma socialmente ammessa, tanto che si viene addirittura scusati da chi ha ricevuto il danno.

«Prendetemi a calci». Qui più che mai, per comprendere il senso del tornaconto, bisogna ricordare il carattere sostitutivo delle carezze negative: una carezza negativa è meglio che niente, se non ho imparato altro modo per ottenerne.

I giochi psicologici sono una comunicazione malsana, che assorbe energie e tende a perpetrarsi una volta che se ne sia accettata la logica.
La conoscenza dei giochi rappresenta di fatto uno strumento per evitarli, una sorta di terapia. Dato che i giochi psicologici tendono tutti ad uno specifico tornaconto, chi intuisce che l’altro sta cercando di attirarlo in un gioco deve rifiutare di concedergli il vantaggio segreto a cui la sua strategia mira.
Ad esempio, di fronte a un «Perché non…?»/«Sì, ma…» sarà utile evitare di offrire consigli, e piuttosto tacere; di fronte a un «Ti ho beccato» si potrà riconoscere tranquillamente di non essere perfetti.

I giochi sono una modalità di impostare le relazioni con gli altri che offre sì alte remunerazioni in termini psicologici, ma che al contempo avvelena la vita sociale.

Elisione

Mai il pensiero della mia fine mi ha disturbato. Sin da adolescente mi sono persuaso che qualora la mia esistenza si fosse bruscamente interrotta, sarei comunque stato felice per il breve percorso compiuto (in gioventù, come nella disconoscenza, è fin troppo facile inciampare nella propria presunzione).
In effetti ancora oggi la penso così (e alla soglia della maturità, non rimane dunque che l’ignoranza come unica opzione praticabile :-) , con la non trascurabile differenza che – rispetto a vent’anni fa – adesso so che il principale motivo di tale convincimento va ricercato nell’aver vissuto talmente poco da non aver nulla a cui avvinghiarmi per far presa al momento del distacco (inutile raccontarsela, noi tutti sappiamo che non c’è alcunché di eroico in chi afferma di non temere una dipartita prematura, semmai soltanto vuoto e tristezza): nessun amore, nessun rimpianto (il che è anche peggio), pochissime amicizie irrecuperabili, una manciata di sogni ridimensionati.
Insomma, tirate le righe la somma fa comunque zero.
Eppure negli ultimi mesi è proprio la vita degli altri, paradossalmente, a sfuggirmi tra le mani e a farmi vedere questo piccolo mondo in ottica differente.

Nuvole sulla strada

Nuvole sulla strada

Lunedì scorso sono stato a far visita a mio zio nel reparto di oncologia.
Mio zio si trova lì come ospite degente, non come salariato dell’ente pubblico.
Nemmeno un anno fa la sua allegria valicava il quintale, oggi la sua stentata quarantina di chili ti muove qualcosa dentro.
Guardarlo senza comunicargli nient’altro che la mia presenza non è stato facile.
Non lo è stato nemmeno ricacciare indietro un principio di lacrime, eppure di fronte allo spirito che ancora alberga in quel corpicino estraneo (mai dimenticherò la luce nei suoi occhi annacquati e oramai troppo grandi, come a dire “Sono qui, mi vedi?, sono ancora qui e sono io”) ho sentito germogliare in me una forza tale da spazzare via ogni sciocchezza.
Perché la vita ben difficilmente si accorda con quello che avremmo voluto per noi e per gli altri, eppure è troppo breve per non trattenerla.
Non è avidità, non è egoismo, non è paura. Forse è solo incoscienza.
Nessuno verrà mai a tirare le somme per noi, spetta a noialtri capire quanto abbiamo vissuto, quanto ci siamo negati, quanto siamo riusciti a donare (e a donarci) alle persone incontrate per caso lungo la via.
Non è con un semplice elenco di movimenti dare/avere che si contestualizza un’intera esistenza (una grande sofferenza potrà essere compensata, ossia elidersi, con una grande gioia, ma la somma non farà mai zero: resteranno sempre il ricordo confortante di quell’attimo intenso di felicità e la grafia irregolare di una cicatrice che tanto ha sanguinato dolore).
La vita è ciò che ci accade mentre facciamo grandi progetti su noi stessi.
In fondo, va bene. Va bene anche così.

“Vertigine, volando al ritmo degli angeli
si muore presto, uh…
Ma è vivere succhiando la vita dagli angoli”
Cado giù (Samuele Bersani)

Resurrezione

Domenica scorsa ho avuto modo di riascoltare un discorso tenuto da Robert Kennedy all’Università del Kansas il 18 marzo del 1968. Ho avvertito il bisogno di riproporlo qui, in questo giorno di ideale risurrezione collettiva, perché – a distanza di quarant’anni – sono parole più che mai attuali e che scuotono ancora la coscienza.

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Robert Kennedy

Auguri a tutti.

Grigiopiatto

Penso che l’indifferenza sia una malattia che va curata.
A volte con sensibilità e tolleranza, altre con coraggio, nerbo e perseveranza, altre ancora allontanandosi in silenzio giacché meglio si comprende ciò che si è perso quando oramai più non ci appartiene.

“Diffida dell’uomo a cui piace tutto, di quello che odia tutto e, ancora di più, di colui che è indifferente a tutto.”
Johann Caspar Lavater

Fame di carezze

Sarà la precarietà di questo strano inizio secolo, sarà che molte delle mie certezze sono impietosamente crollate qualche mese fa (eppure anche non avere capisaldi è di per sé una certezza!), fatto sta che ultimamente mi ritrovo sempre più spesso a pensare che in questo breve viaggio di sola andata le relazioni umane sono l’unico mezzo reale che abbiamo a disposizione per colmare la nostra fame di carezze.

Recentemente ho letto che la psiche dell’uomo – per mantenersi attiva e unitaria nella sua complessità – necessita di un’adeguata ricchezza di contatti col mondo esterno attraverso gli organi sensoriali (si parla appunto di fame di stimoli, ossia fame di riconoscimenti, come di un bisogno basilare dell’individuo umano). Nel contatto tra persone la carezza rappresenta – per chi la riceve – il percepire che l’altro si è accorto di noi. Per contro, la deprivazione sensoriale (per i bambini come per gli adulti) è un deserto in cui nessuno si accorge della nostra esistenza.

Tutti sappiamo che esistono carezze fisiche e verbali: le prime, più vicine alla nostra fame primordiale, hanno un maggior impatto sullo stato dell’io Bambino. Le seconde, invece, si rivolgono alla persona in se stessa (è il caso di riconoscimenti quali “Sei un amico”, “Sei veramente in gamba”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”).
L’aspetto singolare (e proprio per questo affascinante) è che in una situazione di vuoto quasi tutti noi preferiamo una carezza negativa a nessuna carezza, ossia siamo orientati a provocare l’ambiente che ci circonda per averne in risposta reazioni negative piuttosto che non averne affatto, poiché se è vero che l’adulto può resistere in una situazione di povertà di stimoli e di riconoscimenti, è altrettanto certo che questa resistenza impegna tutte le energie della persona.

Riuscire a vivere senza un costante rifornimento di carezze è senz’altro segno di forza e autonomia. “Ricordarsi del tempo felice” non sempre è “maggiore dolore”, come dice Dante: può anche essere la considerazione del valore della propria vita e di quanto abbiamo saputo fare, ed essere dunque nutrimento nei momenti in cui l’esperienza presente offre troppo poco al nostro bisogno di carezze.

Fame di carezze

Fame di carezze

C’è però da riflettere su come questa specie di economia delle carezze venga alimentata da alcuni comandamenti negativi sottintesi nelle abitudini della nostra società (quali la povertà di segnali affettivi e di espressione dei sentimenti, l’obbligo di schermirsi quando si è lodati, l’insincerità nelle relazioni interpersonali): “NON dare carezze agli altri”; “NON rifiutare carezze indesiderate”; “NON chiedere carezze, pur avendone bisogno”; “NON accettare carezze, anche se le desideri”; “NON dare carezze a te stesso”.
Al contrario, è necessario regalare carezze agli altri, come e quanto lo si desidera; offrire carezze a se stessi; chiedere le carezze di cui si ha bisogno; accettarle quando ci sono gradite, rifiutarle quando non lo sono.

Questa prospettiva è un cammino personale di felicità.

Uno, nessuno e centomila

Giovedì scorso sono stato ad assistere a I monologhi della vagina.
Diciotto conversazioni semiserie interpretate da sole donne modenesi assolutamente non professioniste (per molte di loro era la prima volta su un palcoscenico).
La sorpresa è stata dunque ancora più forte nello scoprire alcune perle di rara bellezza (tra tutte, una nonna argentina di 87 anni che pareva un’attrice consumata, mentre – sprofondata in una poltrona di broccato rosso – recitava in un fluente e affascinante spagnolo la inundación, l’inondazione).
Il teatro è vita. Il teatro è amore. Il teatro è espressione di sé.
Sono appena tre mesi che – più titubante del solito – ho intrapreso questa via insolita e faticosa, eppure la recitazione mi ha già dato più di quanto osassi sperare. Coraggio, vigore, slancio, voce per i miei pensieri. E tanti, tantissimi autori da scoprire e di cui indossare i personaggi: da Shakespeare a De Filippo, da Collodi a Saint-Exupéry, da Pirandello a Goldoni.
Il teatro è passione. Il teatro è rigore. Il teatro è appagamento.
Le luci dei faretti che ti inebriano, il sipario che si alza mentre il cuore galoppa, le scenografie che ghermiscono gli occhi rapiti del pubblico. E, naturalmente, il pubblico.
Il teatro è equilibrio. Il teatro è elevazione.
Il teatro sono le mille voci dentro di te che gridano per uscire.

“Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.”
Benjamin Franklin

Non parliamo più

Sapete che c’è? Non ci parliamo più. Siamo così presi dalla nostra frenetica e nevrotica esistenza che sempre meno spesso ci accorgiamo di uno sguardo che cerca tenerezza, di un sorriso regalato per amore, di una parola di pregio nascosta (e dunque inespressa) in mezzo a frasi che hanno sapore di consuetudine.
Costantemente bombardati da stimoli di ogni genere (TV, Internet, pubblicità) non riusciamo più a leggere un articolo per intero, saltelliamo da una riga all’altra cercando di individuare e sradicare a colpo d’occhio le sole voci rilevanti, cannibalizziamo centinaia di pagine web alla ricerca spasmodica di link parlanti – siamo dei necrofori di parole -, perché non c’è tempo per analizzare tutto, bisogna correre, meglio ancora se anticipare, selezionando a priori con impietose cesoie invisibili.
I tempi si sono compressi – anche quelli della comunicazione – i messaggi devono essere chiari e concisi. Fagocitiamo tutto, senza che nulla rimanga a decantare e si sedimenti nella nostra mente. Ricordi che sono ancora gli stessi di qualche anno fa perché i nuovi non trovano terreno fertile.
I nostri scambi di pensieri sono monologhi paralleli, cantava un ispirato Niccolò Fabi appena due lustri fa, e aveva perfettamente ragione perché oramai non si tiene più conto della complementarietà della comunicazione.

Partiamo da un semplice presupposto: la comunicazione può essere vista come un equo scambio in cui ciascuno di noi tenta di stabilire un contatto con un preciso stato dell’io dell’altro (ho riferito degli stati dell’io nel mio precedente intervento). Questo scambio, o transazione, viene definito unità minima di comunicazione e risulta composto almeno da un messaggio in andata e uno in ritorno, ovvero da uno stimolo e da una risposta (di norma il processo comunicativo è un tale fluire di transazioni che è praticamente impossibile dire quale sia il primo messaggio, e dunque quale lo stimolo e quale la risposta).
Le persone possono, di fatto, trovarsi d’accordo nel comunicare con gli stessi stati dell’io, o con quelli corrispondenti. Per esempio, possono mettersi in rapporto l’Adulto con l’Adulto (scambiandosi informazioni o lavorando insieme alla risoluzione di un problema); oppure una persona può rivolgere una richiesta di aiuto ad un’altra e quindi cercare, col proprio Bambino, un Genitore protettivo per ottenere il sostegno di cui necessita. Reciprocamente, un individuo può impartire un comando severo e cercare così la sottomissione di uno stato dell’io Bambino. In tutti questi casi il processo della comunicazione è fluente, e potrebbe, di per sé, non arrestarsi mai (naturalmente incontra la propria naturale conclusione nel momento in cui le persone hanno esaurito l’argomento o decidono di occuparsi d’altro :-) . Le transazioni di questo tipo vengono solitamente chiamate transazioni complementari, le quali possono poi a loro volta suddividersi in paritetiche (qualora vengano coinvolti i medesimi stati dell’io, vale a dire le persone si collocano sullo stesso piano) o asimmetriche (una persona si colloca “più in lato” dell’altra).

Transazioni complementari

Transazioni complementari

Vi sono tuttavia circostanze in cui chi risponde utilizza uno stato dell’io differente (o comunque non equivalente) da quello che l’altro si attendeva. È il caso ad esempio delle risposte brusche e irritate – ovvero giudicanti – a chi domandava un’informazione; o della pura informazione rivolta a chi chiedeva un aiuto. Si parla allora di transazioni incrociate; dopo una transazione di questo tipo è inevitabile che qualcosa muti nella comunicazione: o si interrompe o si modificano gli stati dell’io coinvolti.
Le transazioni incrociate esprimono un’incomprensione o l’inizio di un litigio (usate consapevolmente rappresentano altresì un modo per interrompere una comunicazione sgradita).

Transazione incrociata

Transazione incrociata

Non so voi, recentemente io vivo malissimo qualsiasi tipo di raffronto non corrisposto con coerenza (tra l’altro questa situazione di disagio tende spesso ad autoalimentarsi e pertanto ad acuirsi pericolosamente, portando noi stessi ad evitare con deliberazione scambi comunicativi “alla pari” con una particolare persona una volta che ne siamo rimasti delusi o scottati).
Magari questa visione del dialogo può apparire un po’ troppo semplicistica (o schematica), ma indubbiamente è vero che le incomprensioni si originano sempre da una mancata consonanza tra gli interlocutori. E la fretta, l’amor di sé e una marcata miopia dei sentimenti ne sono le principali concause.
Come dice Serena Dandini: parla con me.

“I nostri scambi di pensieri
sono monologhi paralleli (…)
siamo figli di una madre frettolosa
che ha generato soltanto figli sordi
non conversiamo più
versiamo solamente
indifferenti realtà”
Monologhi paralleli (Niccolò Fabi)

“And maybe someday we will meet
And maybe talk and not just speak”
Same mistake (James Blunt)

Me, myself and I

In un precedente post ho accennato al mio lato bambino (il termine utilizzato era bambino ribelle).
Negli ultimi tempi ho approfondito l’argomento, avendo modo di rileggere in chiave moderna i già noti concetti di io, super io ed es alle basi della teoria freudiana.
Ogni individuo, infatti, presenta nell’arco della sua esistenza tre diverse modalità di comportamento: una è appropriata a una persona che ragioni e agisca prevedendo e valutando le conseguenze dei suoi atti; un’altra appare simile a quello che sarebbe l’esprimersi e l’agire di un bambino; una terza modalità rivela aspetti imitativi che fanno pensare a qualcosa di assimilato da una figura genitoriale.
Questi sono i tre stati dell’io, rispettivamente individuati – in letteratura – da Adulto, Bambino e Genitore.

Lo stato dell’io Bambino è di fatto un insieme di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento che risalgono alla nostra infanzia individuale: il carattere semplice, totalitario, restio a cedere al confronto con la realtà è una caratteristica tipica di questa disposizione. Qualora prevalga l’espressione immediata dei sentimenti, dei bisogni e dei desideri si parla poi di Bambino Libero (o Bambino Naturale); se, per contro, hanno preponderanza la compiacenza, la remissività e l’adesione senza discussione alle norme proposte ci si riferisce al Bambino Adattato.

Il Genitore è la parte di noi stessi che stabilisce ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, ciò che si deve e ciò che non si deve fare. In esso possono prevalere il comando, la norma e la critica (si parla allora di Genitore Normativo) o l’affetto, la protezione e l’accudimento (tipiche del Genitore Affettivo).

L’Adulto è una figura di raccordo tra le due precedenti, che risulta adeguata alla realtà presente e, allo stesso tempo, persegue un’indipendenza da ciò verso cui spingono l’energia del bambino e i messaggi del genitore; col termine ‘adeguata’ si vuole intendere la capacità di rispondere, in maniera positiva, alla realtà quale essa è, e non quale desidereremmo che fosse.

Gli stati dell'io

Gli stati dell'io

Questa classificazione è propria di ognuno di noi e trasmette un’immagine di ciò che è buono e auspicabile per l’equilibrio di una persona: è bene avere tra le proprie risorse spendibili non solo l’Adulto, ma anche un Genitore Normativo e un Genitore Affettivo, un Bambino Libero e parimenti un Bambino Adattato, poiché la vita sociale richiede una serie infinita di adattamenti.

Inutile dire che il disequilibrio tra queste nostre tre fondamentali attitudini interiori accompagna molti di noi lungo il personale cammino di vita.
Un esempio comune è la contaminazione tra gli stati dell’io.
La funzione dell’Adulto è esaminare la realtà, tener conto dei dati, formulare analisi e valutazioni. Ma i messaggi del genitore, autorevoli proprio in quanto tali, possono deviare la correttezza dell’analisi. Non solo: c’è anche il punto di vista del Bambino che – forte dell’energia del quale è normalmente investito questo stato dell’io – può essere più potente dell’obiettività dell’adulto.
Giudizi di questo tipo, vale a dire provenienti dall’area del pregiudizio genitoriale o dell’illusione infantile, possono essere scambiati da chi li pronuncia per corrette valutazioni della realtà.
L’area del pregiudizio o dell’illusione rappresenta dunque una porzione dell’Adulto che è invasa, rispettivamente, dal Genitore o dal Bambino.

Un’altra alterazione ricorrente è l’esclusione. Si può parlare di uno stato dell’io esclusore quando viene costantemente e monotonamente impiegato un solo stato dell’io, poiché la persona ha sperimentato (in parte nella realtà e in parte nella fantasia) che le altre parti di sé sono troppo pericolose. Così certe persone che si sono in qualche modo assestate o “compensate” mostrano un comportamento rigidamente genitoriale, riuscendo solo a intellettualizzare (magari con elevate prestazioni) ma risultando incapaci di proteggere un altro individuo o di esprimere un sentimento (il che, come è facile comprendere, è fortemente limitante per la persona che vive questa patologia).

Penso che ognuno di noi abbia sperimentato in particolari momenti di vita il prevalere (più o meno prolungato) di uno stato dell’io sugli altri due. Adulto, Genitore e Bambino ci influenzano quotidianamente più di quanto non vorremmo ammettere, soprattutto in termini di comunicatività e comunicazione con e verso gli altri (ma di questo magari parlerò in un prossimo post).

Analizzando la mia mente in disordine devo (a malincuore) ammettere che il ruolo di Genitore (perlopiù Normativo) ha quasi sempre goduto di maggior spazio rispetto agli stati di Adulto e Bambino, tuttavia ho avuto altresì modo di comprendere che questa condizione – oltre a non possedere necessariamente una connotazione negativa – è comunque assolutamente non definitiva, in quanto legata al contesto (spaziale e temporale) in cui viviamo.

Insomma, il modo migliore per conoscersi è mettersi in ascolto di sé e studiarsi e il mio personale viaggio è appena iniziato.