Sapete che c’è? Non ci parliamo più. Siamo così presi dalla nostra frenetica e nevrotica esistenza che sempre meno spesso ci accorgiamo di uno sguardo che cerca tenerezza, di un sorriso regalato per amore, di una parola di pregio nascosta (e dunque inespressa) in mezzo a frasi che hanno sapore di consuetudine.
Costantemente bombardati da stimoli di ogni genere (TV, Internet, pubblicità) non riusciamo più a leggere un articolo per intero, saltelliamo da una riga all’altra cercando di individuare e sradicare a colpo d’occhio le sole voci rilevanti, cannibalizziamo centinaia di pagine web alla ricerca spasmodica di link parlanti - siamo dei necrofori di parole -, perché non c’è tempo per analizzare tutto, bisogna correre, meglio ancora se anticipare, selezionando a priori con impietose cesoie invisibili.
I tempi si sono compressi - anche quelli della comunicazione - i messaggi devono essere chiari e concisi. Fagocitiamo tutto, senza che nulla rimanga a decantare e si sedimenti nella nostra mente. Ricordi che sono ancora gli stessi di qualche anno fa perché i nuovi non trovano terreno fertile.
I nostri scambi di pensieri sono monologhi paralleli, cantava un ispirato Niccolò Fabi appena due lustri fa, e aveva perfettamente ragione perché oramai non si tiene più conto della complementarietà della comunicazione.
Partiamo da un semplice presupposto: la comunicazione può essere vista come un equo scambio in cui ciascuno di noi tenta di stabilire un contatto con un preciso stato dell’io dell’altro (ho riferito degli stati dell’io nel mio precedente intervento). Questo scambio, o transazione, viene definito unità minima di comunicazione e risulta composto almeno da un messaggio in andata e uno in ritorno, ovvero da uno stimolo e da una risposta (di norma il processo comunicativo è un tale fluire di transazioni che è praticamente impossibile dire quale sia il primo messaggio, e dunque quale lo stimolo e quale la risposta).
Le persone possono, di fatto, trovarsi d’accordo nel comunicare con gli stessi stati dell’io, o con quelli corrispondenti. Per esempio, possono mettersi in rapporto l’Adulto con l’Adulto (scambiandosi informazioni o lavorando insieme alla risoluzione di un problema); oppure una persona può rivolgere una richiesta di aiuto ad un’altra e quindi cercare, col proprio Bambino, un Genitore protettivo per ottenere il sostegno di cui necessita. Reciprocamente, un individuo può impartire un comando severo e cercare così la sottomissione di uno stato dell’io Bambino. In tutti questi casi il processo della comunicazione è fluente, e potrebbe, di per sé, non arrestarsi mai (naturalmente incontra la propria naturale conclusione nel momento in cui le persone hanno esaurito l’argomento o decidono di occuparsi d’altro). Le transazioni di questo tipo vengono solitamente chiamate transazioni complementari, le quali possono poi a loro volta suddividersi in paritetiche (qualora vengano coinvolti i medesimi stati dell’io, vale a dire le persone si collocano sullo stesso piano) o asimmetriche (una persona si colloca “più in lato” dell’altra).
Vi sono tuttavia circostanze in cui chi risponde utilizza uno stato dell’io differente (o comunque non equivalente) da quello che l’altro si attendeva. È il caso ad esempio delle risposte brusche e irritate – ovvero giudicanti – a chi domandava un’informazione; o della pura informazione rivolta a chi chiedeva un aiuto. Si parla allora di transazioni incrociate; dopo una transazione di questo tipo è inevitabile che qualcosa muti nella comunicazione: o si interrompe o si modificano gli stati dell’io coinvolti.
Le transazioni incrociate esprimono un’incomprensione o l’inizio di un litigio (usate consapevolmente rappresentano altresì un modo per interrompere una comunicazione sgradita).
Non so voi, ultimamente io vivo malissimo qualsiasi tipo di raffronto non corrisposto con coerenza (tra l’altro questa situazione di disagio tende spesso ad autoalimentarsi e pertanto ad acuirsi pericolosamente, portando noi stessi ad evitare con deliberazione scambi comunicativi “alla pari” con una particolare persona una volta che ne siamo rimasti delusi o scottati). Chissà, magari questa visione del dialogo può apparire un po’ troppo semplicistica (o schematica), ma indubbiamente è vero che le incomprensioni si originano sempre da una mancata consonanza tra gli interlocutori. E la fretta, l’amor di sé e una marcata miopia dei sentimenti ne sono le principali concause.
Come dice Serena Dandini: parla con me.
“I nostri scambi di pensieri
sono monologhi paralleli (…)
siamo figli di una madre frettolosa
che ha generato soltanto figli sordi
non conversiamo più
versiamo solamente
indifferenti realtà”
Monologhi paralleli (Niccolò Fabi)
“And maybe someday we will meet
And maybe talk and not just speak”
Same mistake (James Blunt)


eee bho!
imho lo scambio di opinioni per avvenire realmente richiede che il contesto abbia dei requisiti precisi, talmente precisi che è quasi un miracolo quando avviene.
dev’esserci la predisposizione non solo mentale (derivante dal contesto e dalle circostanze) ma proprio caratteriale di entrambi gli interlocutori.
x esempio una cosa che invece succede quasi sempre è che uno dei due interlocutori mentre sembra che ascolti abbia un pregiudizio totalizzante secondo cui qualunque cosa l’altro stia dicendo è certamente sbagliata, e nn vede l’ora di contesterla.
personalmente sono l’eccesso opposto: talmente mi immedesimo nel punto di vista dell’altro che spesso perdo il mio e non riesco a difendere le mie idee x questo (l’altro lato della medaglia sigh :p )