Fame di carezze

Sarà la precarietà di questo strano inizio secolo, sarà che molte delle mie certezze sono impietosamente crollate qualche mese fa (eppure anche non avere capisaldi è di per sé una certezza!), fatto sta che ultimamente mi ritrovo sempre più spesso a pensare che in questo breve viaggio di sola andata le relazioni umane sono l’unico mezzo reale che abbiamo a disposizione per colmare la nostra fame di carezze.

Recentemente ho letto che la psiche dell’uomo – per mantenersi attiva e unitaria nella sua complessità – necessita di un’adeguata ricchezza di contatti col mondo esterno attraverso gli organi sensoriali (si parla appunto di fame di stimoli, ossia fame di riconoscimenti, come di un bisogno basilare dell’individuo umano). Nel contatto tra persone la carezza rappresenta – per chi la riceve – il percepire che l’altro si è accorto di noi. Per contro, la deprivazione sensoriale (per i bambini come per gli adulti) è un deserto in cui nessuno si accorge della nostra esistenza.

Tutti sappiamo che esistono carezze fisiche e verbali: le prime, più vicine alla nostra fame primordiale, hanno un maggior impatto sullo stato dell’io Bambino. Le seconde, invece, si rivolgono alla persona in se stessa (è il caso di riconoscimenti quali “Sei un amico”, “Sei veramente in gamba”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”).
L’aspetto singolare (e proprio per questo affascinante) è che in una situazione di vuoto quasi tutti noi preferiamo una carezza negativa a nessuna carezza, ossia siamo orientati a provocare l’ambiente che ci circonda per averne in risposta reazioni negative piuttosto che non averne affatto, poiché se è vero che l’adulto può resistere in una situazione di povertà di stimoli e di riconoscimenti, è altrettanto certo che questa resistenza impegna tutte le energie della persona.

Riuscire a vivere senza un costante rifornimento di carezze è senz’altro segno di forza e autonomia. “Ricordarsi del tempo felice” non sempre è “maggiore dolore”, come dice Dante: può anche essere la considerazione del valore della propria vita e di quanto abbiamo saputo fare, ed essere dunque nutrimento nei momenti in cui l’esperienza presente offre troppo poco al nostro bisogno di carezze.

Fame di carezze

Fame di carezze

C’è però da riflettere su come questa specie di economia delle carezze venga alimentata da alcuni comandamenti negativi sottintesi nelle abitudini della nostra società (quali la povertà di segnali affettivi e di espressione dei sentimenti, l’obbligo di schermirsi quando si è lodati, l’insincerità nelle relazioni interpersonali): “NON dare carezze agli altri”; “NON rifiutare carezze indesiderate”; “NON chiedere carezze, pur avendone bisogno”; “NON accettare carezze, anche se le desideri”; “NON dare carezze a te stesso”.
Al contrario, è necessario regalare carezze agli altri, come e quanto lo si desidera; offrire carezze a se stessi; chiedere le carezze di cui si ha bisogno; accettarle quando ci sono gradite, rifiutarle quando non lo sono.

Questa prospettiva è un cammino personale di felicità.

5 Risposte a “Fame di carezze”


  1. 1 eugeniagrassi 17 Marzo, 2008 - 15:04 alle 15:04

    Mi permetto di invadere questo spazio, spazio con il quale sto acquisendo una certa dimestichezza nel corso del tempo.
    Mi spiego: scoperto casualmente una settimana fa, ho preferito leggere prima – e con calma – tutto quello che era stato già scritto per poi esprimere una opinione più consapevole.
    Conscia di non essere una critica letteraria (ho solo diciannove anni) questi testi mi hanno colpita e coinvolta completamente.
    I suoi brani sono di una verità e una interiorità sconvolgente.
    O almeno a me hanno fatto questo effetto.
    Trovare una persona capace di emozioni così veritiere, capace di esprimerle con tale sincerità, senza alcuna censura o remora è stato un incontro quanto inaspettato quanto piacevole.
    Vorrei avere inoltre la presunzione di rispondere a modo mio, con la mia esperienza, al tema da lei trattato: la sfera individuale è molto complessa. Sfera individuale intesa, in questo contesto, come appagamento psicologico e fisico.
    Il contatto fisico è una dimensione sconosciuta in quello che lei definisce come un inizio secolo strano.
    Me ne rendo conto io stessa a lungo insofferente (addirittura accompagnata da un moto di disagio) agli abbracci dei conoscenti, alle pacche sulle spalle, ai baci di congedo (che io personalmente ritengo di una falsità disarmante) e così via.
    Poi una piccola e breve svolta: l’ambiente ecclesiastico.
    Mi sento quasi in dovere di fare una piccola premessa precisando che non frequento più (oggi è quasi una vergogna essere credenti), colpa di una mia concezione religiosa che non mi è ancora chiara.
    Ad ogni modo questa evanescente parentesi mi ha fatto notare come il concetto del contatto possa essere recuperato e riutilizzato senza alcuna malizia: educatori, catechisti e bambini e anche il clero stesso che gestiscono relazioni interpersonali senza avidità, o doppi fini. Questa è stata la mia esperienza.
    Comunque sia rapportarsi con gli altri non è affatto semplice, forse perchè noi stessi sappiamo che dall’altro cerchiamo qualcosa, una risposta, un gesto che ci faccia capire quanto siamo speciali.
    Ma abbiamo altresì paura di essere rifiutati, di non essere capiti.
    E dunque ci troviamo nel limbo dell’indifferenza, luogo da alcuni prediletto per non trovarsi di fronte ad una scelta del come comportarsi, un luogo per altri dal quale fuggire. Ma come?
    Non credo ci sia una risposta adatta. E forse i miei sono solo pensieri sparsi e male espressi.
    Ad ogni modo mi sento di citarle un brano di un libro “Fight club” scritto da Chuck Palahniuk. Forse lo conosce già, oppure ha visto un omonimo film che è la trasposizione cinematografica del dattiloscritto.
    Leggendo il suo intervento non sono riuscita a non pensare a questo spezzone che mi aveva tanto intrigata.
    La ringrazio comunque per ciò che scrive; la domenica, in vista dei suoi aggiornamenti, è diventato un momento di lettura piacevole.

    Buona giornata, Eugenia Grassi.

    Che cos’ha in mente Tyler, domando io?
    Il meccanico apre il posacenere e ci spinge l’accendino.
    “E’ una prova questa?” chiede. “Ci stai mettendo alla prova?”
    Dov’è Tyler?
    “La prima regola del fight club è che non si parla del fight club” dice il meccanico. “E l’ultima regola del Progetto Caos è che non si fanno domande.”
    Dunque cosa può dire a me?
    “Quello che devi capire è che tuo padre è stato il tuo modello di Dio” dice lui.
    Dietro di noi il mio lavoro e il mio ufficio sono sempre più piccoli, sempre più piccoli, sempre più piccoli, non ci sono più.
    Ho odore di benzina sulle mani.
    “Se sei un maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio” dice il meccanico. “E se non hai mai consciuto tuo padre se prende il largo o muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio?”
    Qui c’è l’insieme dogmatico di Tyler Durden. Scarabocchiato su pezzetti di carta mentre io dormivo e consegnatomi da battere a macchina e fotocopiare sul lavoro. L’ho letto tutto. Probabilmente lo ha letto anche il mio capo.
    “La fine che fai” dice il meccanico, “è passare la vita a cercare un padre e Dio.”
    “Quello che devi considerare” dice, “è la possibilità che tu a Dio non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare.”
    Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perchè l’odio di Dio è meglio della sua indifferenza.
    Se tu potessi essere o il peggior nemico di Dio o niente di niente, cosa sceglieresti?
    Noi siamo i figli di mezzo di Dio, secondo Tyler Durden, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione.
    Se non otteniamo l’attenzione di Dio non abbiamo speranza di dannazione o redenzione.
    Che cos’è peggio, l’inferno o niente?
    Solo se veniamo presi e puniti possiamo essere salvati.
    “Brucia il Louvre” dice il meccanico, “e pulisciti il culo con la Gioconda. Almeno così Dio saprà come ci chiamiamo.”
    Più in basso cadi, più in alto volerai. Più lontano corrì, più Dio ti rivuole indietro.
    “Se il figliol prodigo non avesse mai lasciato casa sua” dice il meccanico, “il vitello grasso sarebbe ancora vivo.”
    Non è abbastanza essere conteggiato con i granelli di sabbia sulla spiaggia o le stelle in cielo.

  2. 2 myr 17 Marzo, 2008 - 21:42 alle 21:42

    ‘Happyness is real only when is shared’ :D
    adesso ho capito xchè ti firmavi Supertramp ehehe l’altro giorno quel film l’ho visto anch’io: molto bello ed efficace, anche se lui alla fine arriva ad una conclusione che personalmente conoscevo già da tempo.
    E si adatta benissimo anche a questo post.
    Se ci pensi, anche quando mangi un dolce buonissimo, è diverso mangiarlo da solo piuttosto che con qualcuno che mangi lo stesso dolce. Quando capita infattti, ci si sente molto + soddisfatti se qualcun altro ‘ne assaggia un po” xchè è la condivisione che riempie le emozioni.

    La vita è un flusso di emozioni e solo se le condividi esse raggiungono il loro pieno spessore costituendo tanta ricchezza da farti sentire felice.

    molti vivono senza ‘un costante riferimento di carezze’ come dici tu ma mancherà loro sempre qualcosa e la loro vita sarà arida sempre un po’.
    e infine il desiderio di attirare l’attenzione con gesti negativi piuttosto che non attirarne affatto, è semplicemente un segnale di inquietudine personale. è l’insoddisfazione che grida al mondo x ricevere aiuto. e il mondo ne è pieno x l’incapacità diffusa di comunicare sentimenti affettivi autentici.

  3. 3 Jack Tisana 20 Marzo, 2008 - 15:43 alle 15:43

    passavo da eio e mi è piaciuto il tuo post sul convivio 2.0 e quindi mi sono soffermato un po’ nei tuoi pensieri e in quelli degli ospiti.
    Una piccola riflessione in merito al post: noi siamo sempre rivolti a cercare qualcosa “fuori” perchè crediamo che sia lì la realtà, quando viceversa tutto si crea nella nostra mente. Da questa illusione nasce tutto il caos che contribuiamo ad alimentare nelle dinamiche di relazione. Ci sono schiere di pubblicazioni sull’argomento ma credo che la frase precedente sia una buona sintesi dell’argomento.
    In definitiva possiamo studiare un’intera enciclopedia ma ciò che conta è quello che sperimentiamo nella nostra mente di cui il corpo è un ottimo veicolo di prova.
    Quindi viva il web 2.0 ma una buona bevuta in compagnia aggiunge gli elementi di vita che il virtuale non consente.

  4. 4 Micol 2 Dicembre, 2009 - 8:53 alle 8:53

    Mi capita ogni tanto di trovare nelle mie scorribande notturne sul web pensieri d’altri che mi colpiscono e in qualche modo entrano a far parte di alcuni ragionamenti, che io stessa mi sono trovata a fare… o appartengono ad alcune mie sensazioni ed emozioni.
    Quando ho trovato questi pensieri ho sentito il bisogno di fermare quell’istante riportando da me queste impressioni.
    Ho trovato tanta delicata manifestazione di un animo sensibile e acuto nel saper descrivere percezioni e sentimento.
    Sarebbe infinitamente migliore un mondo dove l’uomo fosse meno vile e smettesse di rinnegare la propria parte femminile, manifestare apertamente le proprie necessità che non sono debolezze come tanti pensano che siano. Fanno parte della nostra intima percezione dei bisogni naturali che hanno lo scopo di avvicinarci agli altri e mostrarci più disponibili alla condivisione di rapporti. Rapportarsi con rispetto e affetto, ci fa sentire rilassati e se ne beneficia tutti di un’apertura armonica che sempre meno è riscontrabile.

    GRAZIE ALIENO CHE GUARDI AD UN MONDO FATTO DI SOLI UOMINI O UOMINI SOLI

    MIC


  1. 1 A che gioco giochiamo? « Anatomia di una mente in disordine Trackback su 29 Marzo, 2008 - 18:38 alle 18:38

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