Mai il pensiero della mia fine mi ha disturbato. Sin da adolescente mi sono persuaso che qualora la mia esistenza si fosse bruscamente interrotta, sarei comunque stato felice per il breve percorso compiuto (in gioventù, come nella disconoscenza, è fin troppo facile inciampare nella propria presunzione).
In effetti ancora oggi la penso così (e alla soglia della maturità, non rimane dunque che l’ignoranza come unica opzione praticabile
, con la non trascurabile differenza che – rispetto a vent’anni fa – adesso so che il principale motivo di tale convincimento va ricercato nell’aver vissuto talmente poco da non aver nulla a cui avvinghiarmi per far presa al momento del distacco (inutile raccontarsela, noi tutti sappiamo che non c’è alcunché di eroico in chi afferma di non temere una dipartita prematura, semmai soltanto vuoto e tristezza): nessun amore, nessun rimpianto (il che è anche peggio), pochissime amicizie irrecuperabili, una manciata di sogni ridimensionati.
Insomma, tirate le righe la somma fa comunque zero.
Eppure negli ultimi mesi è proprio la vita degli altri, paradossalmente, a sfuggirmi tra le mani e a farmi vedere questo piccolo mondo in ottica differente.
Lunedì scorso sono stato a far visita a mio zio nel reparto di oncologia.
Mio zio si trova lì come ospite degente, non come salariato dell’ente pubblico.
Nemmeno un anno fa la sua allegria valicava il quintale, oggi la sua stentata quarantina di chili ti muove qualcosa dentro.
Guardarlo senza comunicargli nient’altro che la mia presenza non è stato facile.
Non lo è stato nemmeno ricacciare indietro un principio di lacrime, eppure di fronte allo spirito che ancora alberga in quel corpicino estraneo (mai dimenticherò la luce nei suoi occhi annacquati e oramai troppo grandi, come a dire “Sono qui, mi vedi?, sono ancora qui e sono io”) ho sentito germogliare in me una forza tale da spazzare via ogni sciocchezza.
Perché la vita ben difficilmente si accorda con quello che avremmo voluto per noi e per gli altri, eppure è troppo breve per non trattenerla.
Non è avidità, non è egoismo, non è paura. Forse è solo incoscienza.
Nessuno verrà mai a tirare le somme per noi, spetta a noialtri capire quanto abbiamo vissuto, quanto ci siamo negati, quanto siamo riusciti a donare (e a donarci) alle persone incontrate per caso lungo la via.
Non è con un semplice elenco di movimenti dare/avere che si contestualizza un’intera esistenza (una grande sofferenza potrà essere compensata, ossia elidersi, con una grande gioia, ma la somma non farà mai zero: resteranno sempre il ricordo confortante di quell’attimo intenso di felicità e la grafia irregolare di una cicatrice che tanto ha sanguinato dolore).
La vita è ciò che ci accade mentre facciamo grandi progetti su noi stessi.
In fondo, va bene. Va bene anche così.
“Vertigine, volando al ritmo degli angeli
si muore presto, uh…
Ma è vivere succhiando la vita dagli angoli”
Cado giù (Samuele Bersani)

Sono “inciampata” in questo post proprio oggi, in un momento così particolare della mia vita… Belle riflessioni, davvero.
parole molto vere le tue quando dici:
“La vita è ciò che ci accade mentre facciamo grandi progetti su noi stessi.”
Io aggiungerei a ciò che ci accade la parola “dentro”.
… Il bello è sapere che prima di noi qualcuno è riuscito a pareggiare il bilancio: non è uno scherzo, il Signore Budda è stato il primo, e non il solo, della nostra epoca.