A che gioco giochiamo?

Prendo spunto dal titolo di un testo di Berne per parlare di giochi, anche se non nella accezione più immediata del termine.
Provate a prestare particolare attenzione alle situazioni comunicative che ci vedono quotidianamente coinvolti (come partecipanti o in quanto semplici spettatori) e vi accorgerete, in alcuni casi, di come certi comportamenti – o sequenze di comportamenti – tendano a ripetersi con una certa propensione.
Qualche esempio?

«Perché non…?»/«Sì, ma…» in cui una persona domanda consiglio ad un’altra su un determinato argomento ma, ogniqualvolta l’interrogato fornisce un parere o un’opinione apparentemente coerenti, il primo soggetto evidenzia immancabilmente come il suggerimento ricevuto non soddisfi del tutto la richiesta originale.

Un altro esempio frequente è quello classificabile come «Ti ho beccato». Si verifica quando un soggetto, nella vita professionale o anche in quella affettiva, organizza le cose in un modo che sembra sottolineare un disinteressato amore per la correttezza e la precisione: in realtà l’errore dell’altro, che prima o poi inevitabilmente arriva, viene accolto dal primo individuo con un sentimento di trionfo che rivela il senso profondo di tanta correttezza, vale a dire la ricerca della conferma di essere l’unico giusto, nonché la posizione di superiorità evidenziata dall’errore dell’altro.

«Guarda che cosa mi hai fatto fare» emerge quando una persona, dopo aver partecipato a una decisione in accordo apparente col proprio partner (un collega di lavoro, il compagno di viaggio, il consorte), alla prima difficoltà scarica sull’altro la responsabilità della scelta.

Il comportamento del «Goffo pasticcione», invece, è quello di colui che – «senza volerlo» – provoca “pasticci” che danneggiano l’altro e al contempo fanno fare al “maldestro” stesso una pessima figura: il “pasticcione” si profonde in una raffica di scuse alle quali l’interlocutore è “obbligato” a rispondere che “non importa” e che “sono cose che possono capitare a chiunque”.

«Prendetemi a calci», infine, è tipico di quelle situazioni relazionali gestite da una persona in modo tale che, per l’osservatore esterno, la conclusione naturale appare come inevitabile: l’insuccesso o il fallimento dell’obiettivo apparentemente perseguito (ad esempio in una relazione affettiva o sul lavoro).

Tutti gli esempi appena citati ricadono nella definizione di giochi psicologici, ossia una o più serie di transazioni che conducono uno degli interlocutori ad un tornaconto ben definito.

Il tornaconto è quasi sempre nascosto o mascherato da altre intenzioni

Il tornaconto è quasi sempre nascosto o mascherato da altre intenzioni

Qual è il vantaggio di applicare questi giochi (o meglio, queste strategie relazionali)?
Ho già parlato dell’importanza che le carezze hanno nell’equilibrio della vita di ciascuno di noi. La crescita del bambino si può descrivere come la sperimentazione e l’apprendimento di strategie atte all’ottenere carezze. Ma le carezze positive, cioè gradevoli, non sempre si ottengono facilmente; spesso una carezza ruvida è più a portata di mano, o addirittura è l’unica disponibile. Da qui l’apprendimento dei giochi come via, apparentemente più complicata ma spesso più accessibile di quella diretta, per ricevere carezze (gli stessi genitori, attraverso ciò che dicono o i comportamenti che mettono in atto, insegnano ai propri figli i giochi a cui sono abituati).

Ad esempio, il caso di «Perché non…?»/«Sì, ma…» può essere visto come un metodo per ricevere una carezza che il giocatore fornisce a se stesso utilizzando a tal fine le altre persone. Qui il tornaconto è la soddisfazione di confondere l’interlocutore (o gli interlocutori) mostrando e sottolineando l’incapacità nel dar consigli. Lo scambio di battute (o meglio, di transazioni) avviene su un doppio livello: uno immediato, apparentemente realistico e razionale, e uno nascosto, più profondo e carico di energia.

In «Guarda che cosa mi hai fatto fare» il tornaconto è la liberazione del peso della co-responsabilità, e insieme la legittimazione dell’attacco contro l’altro.

Per il «Goffo pasticcione» il tornaconto risiede nel poter esprimere la propria aggressività in forma socialmente ammessa, tanto che si viene addirittura scusati da chi ha ricevuto il danno.

«Prendetemi a calci». Qui più che mai, per comprendere il senso del tornaconto, bisogna ricordare il carattere sostitutivo delle carezze negative: una carezza negativa è meglio che niente, se non ho imparato altro modo per ottenerne.

I giochi psicologici sono una comunicazione malsana, che assorbe energie e tende a perpetrarsi una volta che se ne sia accettata la logica.
La conoscenza dei giochi rappresenta di fatto uno strumento per evitarli, una sorta di terapia. Dato che i giochi psicologici tendono tutti ad uno specifico tornaconto, chi intuisce che l’altro sta cercando di attirarlo in un gioco deve rifiutare di concedergli il vantaggio segreto a cui la sua strategia mira.
Ad esempio, di fronte a un «Perché non…?»/«Sì, ma…» sarà utile evitare di offrire consigli, e piuttosto tacere; di fronte a un «Ti ho beccato» si potrà riconoscere tranquillamente di non essere perfetti.

I giochi sono una modalità di impostare le relazioni con gli altri che offre sì alte remunerazioni in termini psicologici, ma che al contempo avvelena la vita sociale.

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