Rivisitazione di un titolo di Calvino per raccontare quanto bene ci si può fare con poco.
Metti tre amici, ciascuno con le proprie inquietudini (chi più profonde e radicate, chi meno, in ogni caso da tutti parimenti avvertite), ognuno con pochi soldi in tasca e un impellente bisogno di evadere; metti un weekend che si preannuncia meteorologicamente mediocre eppure prodigo di sorprese; metti che non ci sia altro a trattenerti in catene e che un pizzico di follia prenda a tarlarti il cervello.
Risultato: un finesettimana ad Amsterdam, tra magia, arte, fiori e perdizione.
Attimi da incorniciare, momenti che sai benissimo – mentre li vivi – che non torneranno più e proprio per questo li esperisci ancor più intensamente.
Le risate aperte, la condivisione di emozioni genuine, la creatività di certe conversazioni surreali, l’interesse nell’ascolto di piccole-grandi confessioni, le follie che ci si può permettere solo in rari momenti della vita.
Sono tesori che germoglieranno in ricordi perenni, a testimonianza del fatto che non tutto è andato sprecato.
E poco importa se hai speso i pochi soldi che avevi messo da parte per una macchina usata; poco importa se il lunedì successivo dovrai riprendere la routine quotidiana che ti mangia le giornate; nulla importa se non il qui-e-ora.
Tre amici veri, un viaggio di tre giorni, una stanza d’albergo (una tripla) che era la 33.
Diobonino, mi è tornato il sorriso.
Archivio per Aprile 2008
Se un weekend di aprile tre amici
Pubblicato 28 Aprile, 2008 - 6:51 Generale Lascia un commentoTags: amicizia, condivisione, emozioni, ricordi, risate, sorrisi
Oggi compie gli anni una persona che tanto ha preso parte nella mia vita e tanto ha preso con sé della mia vita.
Quest’anno non ho avuto la forza di rivolgerle i miei auguri, che pure sento.
Lo faccio qui, adesso, di nascosto, sapendo che non può leggermi; perché nonostante il dispiacere e lo sciupio di fiducia, l’affetto rimane.
Buon compleanno.
Lascia andare
Pubblicato 12 Aprile, 2008 - 22:54 Generale 1 CommentoTags: comportamenti giudicanti, disconoscenza, lasciare andare, mitizzazione, rassegnazione, rinascita, singolarità, tradimento delle aspettative
Da alcuni giorni sono riemerso da una situazione sgradevole e oltremodo dolorosa, una macchia paludosa nella quale mi ero smarrito – o meglio, invischiato – nel novembre dell’anno scorso.
Per anni ho convogliato tutte le mie energie verso una persona che si è poi rivelata essere la meno attenta ai bisogni altrui (mi riferisco, in particolare, a quelli del sottoscritto nell’unico momento del bisogno emerso in due lustri).
Non voglio entrare nel merito della questione, so bene quali sono i miei difetti e quali i miei limiti (Vasco diceva: “Gli amici veri sono quelli che capiscono che stai male anche senza bisogno che tu glielo dica. Io non sono capace di chiedere aiuto.”); la cosa che mi ha ferito maggiormente, tuttavia, è stato vedersi disconosciuti il proprio ruolo e la propria singolarità costruiti con fatica e dedizione lungo un arco temporale importante (diciamolo pure: essere messi da parte alla prima occasione migliore non è piacevole per nessuno, a maggior ragione quando si sta navigando in acque mosse e si vorrebbe ricevere semplicemente un briciolo di sostegno e di comprensione).
Che fare, allora, a parte rassegnarsi?
Forse sbaglierò, ma ho scoperto che gridare tutta la propria rabbia è salutare (anche a rischio di qualche caduta di stile), perché nessuno dovrebbe soffrire a lungo senza che l’altra pedina ne sia messa al corrente.
Sofferenza significa non dormire più di tre-quattro ore per notte per oltre quattro mesi (e non è tanto la mancanza di riposo a sfiancare, quanto piuttosto le ore trascorse al buio a tormentarsi); significa perdere la propria autostima dai buchi delle tasche; significa andare a insidiare le basi psichiche su cui ci si è costruiti un’esistenza (per povera che sia), mettendo in discussione le proprie capacità di adulto; significa venire precipitati in basso verso i pensieri più neri e perfidi a cui la mente possa autoassoggettarsi; significa sfilarsi di dosso ogni speranza per un futuro di crescita (o, in termini più semplici e meno astratti, nel deficere della curiosità di alzarsi la mattina per vedere se fuori piove o c’è il sole); significa non percepire più quanto si è attraenti dentro, e significa anche non (voler) scorgere ciò che di gradevole ci sta sfiorando le mani in quel momento.
Nel mio caso, poi, il malessere è stato giudicato, anziché lenito.
Dalla persona cui avevo elargito la mia dedizione, perché non era previsto che io reagissi a quel modo (il lato negativo dell’essere ritenuti forti è l’insofferenza ingenerata dal venir visti arrancare anche una sola volta).
Dalla dolce metà della persona cui avevo concesso la mia fiducia, poiché il mio comportamento denotava un che di morboso, di inspiegabile attraverso il raziocino, di insano e puerile (giudizi affettati che ben sottolineano la presunzione e la povertà di spirito di chi, appena arrivato, pretende di sapere tutto sul trascorso di una vita: quanta stupidità si annida nella disconoscenza…).
Dalla famiglia della persona cui avevo offerto le spalle come sostegno e le orecchie per conforto, perché la mia infelicità era una minaccia ai nuovi equilibri venutisi a creare (sottintendendo che io valevo di meno, of course).
E pensare che aprendomi e raccontando il mio non-vivere avevo creduto di commettere un atto sincero di coraggio, di trasparenza; invece ho scoperto che le mie confidenze erano passate ingenuamente di labbra in orecchio, e quando ne ho cercato (e trovato) le prove mi è stata rinfacciata la scarsa onestà e sono stato accusato di aver messo a repentaglio un rapporto di fiducia (“Ma quale fiducia” – mi domandavo io incredulo – “se perfetti estranei sono al corrente di miei pensieri così intimi da non essermi mai usciti di bocca? Se per colpa di leggerezze commesse da altri sono stato giudicato in modo così sommario e mediocre?”).
Ebbene, in quel momento è accaduto qualcosa di bizzarro: è come se qualcuno mi avesse improvvisamente preso in mano e mi avesse sollevato da terra, allontanandomi dallo stallo in cui versavo da mesi, facendomi vedere con straordinaria chiarezza lo svolgersi della scena in tutta la sua interezza.
Mi è venuto da piangere e da ridere assieme prendendo atto che avevo consumato quattro mesi della mia vita a rimpiangere il nulla; e che il rancore non era più mirato ai soggetti incapaci di comprendere le violente fluttuazioni del mio stato d’animo, ma – al contrario – verso me stesso, che avevo mitizzato la persona sbagliata e avevo cercato e preteso sostegno e sensibilità da chi non me li poteva offrire (dopotutto forse è vero che ogni strada ha già un suo nome: non si può idealizzare ciò che non è come vorremmo).
L’unica strada percorribile era lasciare vivere quella persona nel suo autismo di ovattate certezze. E se da me era richiesta solo apparenza, solo apparenza sarebbe stata.
Lì ho capito il vero significato di “lasciare andare”.
Sono di nuovo libero, adesso.
Non c’è più asservimento, il dolore e l’aggressività sono fuoriusciti dai pori del mio spirito. Ed è piacevolissimo ritornare a credere in se stessi.
I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza.
(M. Proust)
Dream on, dream on
There’s nothing wrong
If you dream on, dream on
Of being a swan
(Elisa, Swan)
Vivete le vostre esperienze da giovani se volete trarne i frutti per crescere.
Inseguite i vostri desideri senza timore di sbagliare, nutrite i vostri sogni.
Non lasciatevi confondere, non permettete che nessuno vi dica in cosa credere.
Coltivate voi stessi.
Vivete fanciulli, vivete adesso.

