Lascia andare

Da alcuni giorni sono riemerso da una situazione sgradevole e oltremodo dolorosa, una macchia paludosa nella quale mi ero smarrito – o meglio, invischiato – nel novembre dell’anno scorso.

Per anni ho convogliato tutte le mie energie verso una persona che si è poi rivelata essere la meno attenta ai bisogni altrui (mi riferisco, in particolare, a quelli del sottoscritto nell’unico momento del bisogno emerso in due lustri).

Non voglio entrare nel merito della questione, so bene quali sono i miei difetti e quali i miei limiti (Vasco diceva: “Gli amici veri sono quelli che capiscono che stai male anche senza bisogno che tu glielo dica. Io non sono capace di chiedere aiuto.”); la cosa che mi ha ferito maggiormente, tuttavia, è stato vedersi disconosciuti il proprio ruolo e la propria singolarità costruiti con fatica e dedizione lungo un arco temporale importante (diciamolo pure: essere messi da parte alla prima occasione migliore non è piacevole per nessuno, a maggior ragione quando si sta navigando in acque mosse e si vorrebbe ricevere semplicemente un briciolo di sostegno e di comprensione).

Che fare, allora, a parte rassegnarsi?
Forse sbaglierò, ma ho scoperto che gridare tutta la propria rabbia è salutare (anche a rischio di qualche caduta di stile), perché nessuno dovrebbe soffrire a lungo senza che l’altra pedina ne sia messa al corrente.
Sofferenza significa non dormire più di tre-quattro ore per notte per oltre quattro mesi (e non è tanto la mancanza di riposo a sfiancare, quanto piuttosto le ore trascorse al buio a tormentarsi); significa perdere la propria autostima dai buchi delle tasche; significa andare a insidiare le basi psichiche su cui ci si è costruiti un’esistenza (per povera che sia), mettendo in discussione le proprie capacità di adulto; significa venire precipitati in basso verso i pensieri più neri e perfidi a cui la mente possa autoassoggettarsi; significa sfilarsi di dosso ogni speranza per un futuro di crescita (o, in termini più semplici e meno astratti, nel deficere della curiosità di alzarsi la mattina per vedere se fuori piove o c’è il sole); significa non percepire più quanto si è attraenti dentro, e significa anche non (voler) scorgere ciò che di gradevole ci sta sfiorando le mani in quel momento.

Nel mio caso, poi, il malessere è stato giudicato, anziché lenito.
Dalla persona cui avevo elargito la mia dedizione, perché non era previsto che io reagissi a quel modo (il lato negativo dell’essere ritenuti forti è l’insofferenza ingenerata dal venir visti arrancare anche una sola volta).
Dalla dolce metà della persona cui avevo concesso la mia fiducia, poiché il mio comportamento denotava un che di morboso, di inspiegabile attraverso il raziocino, di insano e puerile (giudizi affettati che ben sottolineano la presunzione e la povertà di spirito di chi, appena arrivato, pretende di sapere tutto sul trascorso di una vita: quanta stupidità si annida nella disconoscenza…).
Dalla famiglia della persona cui avevo offerto le spalle come sostegno e le orecchie per conforto, perché la mia infelicità era una minaccia ai nuovi equilibri venutisi a creare (sottintendendo che io valevo di meno, of course).

E pensare che aprendomi e raccontando il mio non-vivere avevo creduto di commettere un atto sincero di coraggio, di trasparenza; invece ho scoperto che le mie confidenze erano passate ingenuamente di labbra in orecchio, e quando ne ho cercato (e trovato) le prove mi è stata rinfacciata la scarsa onestà e sono stato accusato di aver messo a repentaglio un rapporto di fiducia (“Ma quale fiducia” – mi domandavo io incredulo – “se perfetti estranei sono al corrente di miei pensieri così intimi da non essermi mai usciti di bocca? Se per colpa di leggerezze commesse da altri sono stato giudicato in modo così sommario e mediocre?”).

Ebbene, in quel momento è accaduto qualcosa di bizzarro: è come se qualcuno mi avesse improvvisamente preso in mano e mi avesse sollevato da terra, allontanandomi dallo stallo in cui versavo da mesi, facendomi vedere con straordinaria chiarezza lo svolgersi della scena in tutta la sua interezza.

Mi è venuto da piangere e da ridere assieme prendendo atto che avevo consumato quattro mesi della mia vita a rimpiangere il nulla; e che il rancore non era più mirato ai soggetti incapaci di comprendere le violente fluttuazioni del mio stato d’animo, ma – al contrario – verso me stesso, che avevo mitizzato la persona sbagliata e avevo cercato e preteso sostegno e sensibilità da chi non me li poteva offrire (dopotutto forse è vero che ogni strada ha già un suo nome: non si può idealizzare ciò che non è come vorremmo).

L’unica strada percorribile era lasciare vivere quella persona nel suo autismo di ovattate certezze. E se da me era richiesta solo apparenza, solo apparenza sarebbe stata.

Lì ho capito il vero significato di “lasciare andare”.

Sono di nuovo libero, adesso.
Non c’è più asservimento, il dolore e l’aggressività sono fuoriusciti dai pori del mio spirito. Ed è piacevolissimo ritornare a credere in se stessi.

I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza.
(M. Proust)

Dream on, dream on
There’s nothing wrong
If you dream on, dream on
Of being a swan

(Elisa, Swan)

Liberi da ogni condizionamento

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1 Risposta a “Lascia andare”


  1. 1 myr 17 Aprile, 2008 - 23:08 alle 23:08

    succede di sbagliare la scelta della persona su cui riporre la fiducia.
    l’importante è imparare dagli errori, e questo può succedere solo se si comprende cosa li ha causati. questo è quello che ti auguro ;)

    in bocca al lupo! ;p


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