Archivio per Luglio 2008

Anatomia di una mente in disordine/Chi ha paura dell’abbraccio?

Il sette luglio scorso, a circa tre mesi di distanza dall’ultimo episodio e proprio quando le cose parevano volgere al meglio, ho nuovamente esperito un principio di attacco di panico. È cominciato poco dopo essermi coricato: una spiacevole sensazione di soffocamento, il pensiero costante e insopportabile di trovarmi al termine di un vicolo stretto e senza uscita, la certezza di essere profondamente sbagliato – senza capacità alcuna di bonifica -, l’impotenza di cambiare le cose e la più nera disperazione a premermi sul petto.
Ho dormito una sola ora, in barba ai miei costanti (vani) tentativi di persuadermi che non sarebbe più accaduto.

Non so cosa ci sia oggi di così palesemente claudicante nella mia mente – una mente che è si sempre accordata con armonia e costanza al modo di vivere del sottoscritto e di chi lo circondava –, eppure mi è facile intuire che qualcosa si è definitivamente guastato.
Non posso continuare a sentirmi legato ad una persona che non è più unita a me allo stesso modo di otto mesi fa (né, ormai lo so, lo è mai stata). Sono trascorsi più di 250 giorni, ormai certe ferite avrebbero dovuto rimarginarsi, invece mi ritrovo una volta di più a contare le ore fosforescenti sulla mia sveglia analogica (quella del Mulino Bianco, unica reliquia di modernariato trash nella mia stanza, nonché copertina di Linus per il sottoscritto e, per tale motivo, dura a morire), tormentato e travolto dall’ineluttabilità del cambiamento.

La scorsa notte ho desiderato che fosse lì con me per calmarmi, che mi abbracciasse e mi sussurrasse:- Tranquillo, sono ancora qui, questo abbraccio ne è la dimostrazione.
Avrei pagato con l’anima e asperso tutti i fiori del mondo con la mia fede per avvertire la sua presenza accanto e ascoltarne il respiro rassicurante, come accadeva durante i periodi di vacanza, ricordi oramai sbiaditi dal tempo.

Non mi vergogno di gettare su carta pensieri così intimi; al contrario, mi faccio beffa dei benpensanti e dei moralisti. Non c’è niente di sordido o morboso, qui, nulla di legato alla sfera sessuale, ma solo a quella affettiva, all’emotività che mi governa.

Da piccolo ho ricevuto pochi abbracci da mio padre, sempre troppo brevi (ironia della sorte, proprio quando avrei potuto averne e comprenderne la forza l’ho perduto), e oggi, a trentaquattro anni, ne avverto distintamente la mancanza, ne sento il disturbante bisogno; eppure non si può questuarne ad altri, non sta bene, c’è chi potrebbe pensare male. Si finirebbe per essere sospettati, fraintesi.
E allora me ne resto qui, a pensare a tutti quelli che hanno paura dell’abbraccio e alla persona che ho trovato quattordici anni addietro senza sapere di esserne alla ricerca – dopo la dipartita di mio padre, tre lustri fa, ne aveva preso in qualche modo il posto –, che ho perduto senza che io lo volessi e che – in ogni caso – oggi non c’è più. Non come prima, almeno.
Tutto è diverso. Nulla è riconoscibile. Nulla è riconciliabile.

Non riesco ad accettare un cambiamento che mi è stato imposto.
Non riesco ad accettare un allontanamento arbitrariamente giustificato.
Non riesco ad accettare un abbandono nel momento del bisogno vissuto con tanta superficialità.
Non riesco ad accettare il mutismo e la rassegnazione passiva di chi non lotta per riappropriarsi di ciò che prima aveva.
Non riesco ad accettare il ridimensionamento unilaterale di un rapporto in nome di un altro.
Non riesco ad accettare di essere stato così facilmente rimpiazzato.
Non riesco ad accettare l’amputazione di una parte di me stesso.
Non riesco ad accettare che una persona sconosciuta mi ridefinisca per ciò che non sono. E che le si creda con tanta leggerezza.
Non riesco ad accettare la banalità di certi pensieri e l’ingenuità di certi egoismi infantili.
Non riesco ad accettare di aver sofferto più per questo distacco che per quello di mio padre. E che dall’altra parte questo aspetto non abbia goduto della minima considerazione, ma, anzi, lo si sia vissuto come un fastidio.
Non riesco ad accettare di essermi speso senza riserve per niente.
Non riesco ad accettare di essermi perso nei boschi, di non riuscire più a ritrovare la strada verso casa.
Non riesco ad accettare di essere appassito per colpa di qualcun altro.
Non riesco ad accettare l’irreparabilità della mia situazione.
Non riesco a respirare.

In questo purgatorio dove mi hanno catapultato a novembre 2007 diffido della trasparenza nei rapporti umani, sono irrigidito nei sentimenti, ho paura di lasciarmi andare, di patire la miseria che fino ad ora ho dovuto accollarmi interamente in nome della felicità altrui. Vedo gli altri paghi mentre io resto bloccato dove sono e razionalizzo l’amore.
Rimango indietro, sono un articolo già vecchio.

Una babilonia di pensieri incoerenti. Dio benedica questo casino.

R. non sai il danno che hai fatto, la tua piccola mente negligente non è così forte da intuirne anche solo vagamente i contorni smisurati, né l’irreversibilità.
Mi sono rotto, non esiste mastice che possa aggiustare le cose.

Brainquake in a dead calm sea

Brainquake in a dead calm sea

Anatomia di una maschera/Io non sono qui

E così il mio primo anno di iniziazione al teatro è terminato, tra monologhi, riempimento degli spazi, casse di risonanza e qualche applauso meritato.
Quello che mi hanno lasciato questi sette mesi di ricerca e sperimentazione vale più di quanto potrò mai racimolare in denaro nell’arco di una vita: un gruppo collaudato di amici, un passione vibrante per Shakespeare, il piacere dell’introspezione, il gusto di lasciarsi andare e scoprirsi diversi.
Ma, più di tutto, il distillato di me stesso, condensato e amalgamato in sette strati di cartapesta e qualche stilla di tempera.

La genesi della mia prima maschera è cominciata poco più di tre mesi fa.
Una maschera di pancia, creata modellando la creta ad occhi chiusi per tutto il tempo, lasciandosi guidare soltanto dall’istinto e da pensieri primitivi, plasmando e levigando con mani umide senza sapere cosa ne sarebbe uscito al termine.
Il risultato oggi riposa, quieto e immobile, su di un ripiano del mio armadio, in camera da letto; di tanto in tanto mi fermo ad osservarlo, a volte lo sfioro o lo rigiro cauto tra le dita, filo sottile – eppure robusto – legato al lato più oscuro e nascosto di Alessandro Supertramp.

Io non sono qui

Io non sono qui

Cento giorni fa stavo male, la maschera non mente.

Le cavità oculari sono collegate alla bocca attraverso due tentacoli rossi e pulsanti, in una triangolazione sofferta e afona, come a indicare che la vista è offuscata, le parole non servono. Tutto è prolassato. È incomunicabilità, è il tentativo estremo e disperato di esternare ciò che si prova da dentro, senza tuttavia riuscirci.
In quei giorni avevo realmente perso la voglia di osservare e il desiderio di esprimermi, entrambi inghiottiti da un evento luttuoso (l’incrinarsi di un rapporto è perdita). Avvertivo la mia mente, notoriamente prolifica, abortire grappoli di pensieri prematuri.

Quando è venuto il momento di dipingerla ho deciso di lasciare buona parte della superficie bianca, colorando soltanto le escrescenze di un rosso porpora: un viso esangue e ormai privo di emozioni, sdrucciolate tutte nelle protuberanze doloranti e incancrenite, a macerare, a stagnare martellanti senza possibilità di essere secrete. Tumori destinati a implodere. Questi erano i miei pensieri allora. Bubboni infetti. Questi i miei ricordi di allora: nulla che riuscisse a emergere allo scoperto, nessuno che potesse dare un senso all’orrore e alla miseria che stavo vivendo.
Sarebbe bastato accarezzare le convessità.
E quei punti bianchi a tratteggiare il rosso sangue dei tentacoli, come denti incarniti. Gengive fuoriuscite dalla bocca pronte ad aggredire – per paura – qualsiasi cosa vi si fosse avvicinata.

Quando l’ho indossata la prima volta ho sospeso il respiro per ascoltare i tramestii dello stomaco: stava parlando alla maschera ad un livello così primario che io non capivo, avvertivo solo l’avvicendarsi di un dialogo interiore. Io ero lì, eppure non ero lì. Qualcos’altro aveva preso il mio posto.

Mi domando che maschera uscirebbe oggi dalla mia mente disordinata.
La prima è risultata cupa e inquietante – perché io stesso ero inquietato nel momento della sua nascita – ma mi ha aiutato a capire come pure nei momenti più bui non ci si possa perdere completamente.

When the truth dies, very bad things happen
When a heart is broken there’s nothing to break
(Robbie Williams, Trippin’)