Archivio per 4 Luglio 2008

Anatomia di una maschera/Io non sono qui

E così il mio primo anno di iniziazione al teatro è terminato, tra monologhi, riempimento degli spazi, casse di risonanza e qualche applauso meritato.
Quello che mi hanno lasciato questi sette mesi di ricerca e sperimentazione vale più di quanto potrò mai racimolare in denaro nell’arco di una vita: un gruppo collaudato di amici, un passione vibrante per Shakespeare, il piacere dell’introspezione, il gusto di lasciarsi andare e scoprirsi diversi.
Ma, più di tutto, il distillato di me stesso, condensato e amalgamato in sette strati di cartapesta e qualche stilla di tempera.

La genesi della mia prima maschera è cominciata poco più di tre mesi fa.
Una maschera di pancia, creata modellando la creta ad occhi chiusi per tutto il tempo, lasciandosi guidare soltanto dall’istinto e da pensieri primitivi, plasmando e levigando con mani umide senza sapere cosa ne sarebbe uscito al termine.
Il risultato oggi riposa, quieto e immobile, su di un ripiano del mio armadio, in camera da letto; di tanto in tanto mi fermo ad osservarlo, a volte lo sfioro o lo rigiro cauto tra le dita, filo sottile – eppure robusto – legato al lato più oscuro e nascosto di Alessandro Supertramp.

Io non sono qui

Io non sono qui

Cento giorni fa stavo male, la maschera non mente.

Le cavità oculari sono collegate alla bocca attraverso due tentacoli rossi e pulsanti, in una triangolazione sofferta e afona, come a indicare che la vista è offuscata, le parole non servono. Tutto è prolassato. È incomunicabilità, è il tentativo estremo e disperato di esternare ciò che si prova da dentro, senza tuttavia riuscirci.
In quei giorni avevo realmente perso la voglia di osservare e il desiderio di esprimermi, entrambi inghiottiti da un evento luttuoso (l’incrinarsi di un rapporto è perdita). Avvertivo la mia mente, notoriamente prolifica, abortire grappoli di pensieri prematuri.

Quando è venuto il momento di dipingerla ho deciso di lasciare buona parte della superficie bianca, colorando soltanto le escrescenze di un rosso porpora: un viso esangue e ormai privo di emozioni, sdrucciolate tutte nelle protuberanze doloranti e incancrenite, a macerare, a stagnare martellanti senza possibilità di essere secrete. Tumori destinati a implodere. Questi erano i miei pensieri allora. Bubboni infetti. Questi i miei ricordi di allora: nulla che riuscisse a emergere allo scoperto, nessuno che potesse dare un senso all’orrore e alla miseria che stavo vivendo.
Sarebbe bastato accarezzare le convessità.
E quei punti bianchi a tratteggiare il rosso sangue dei tentacoli, come denti incarniti. Gengive fuoriuscite dalla bocca pronte ad aggredire – per paura – qualsiasi cosa vi si fosse avvicinata.

Quando l’ho indossata la prima volta ho sospeso il respiro per ascoltare i tramestii dello stomaco: stava parlando alla maschera ad un livello così primario che io non capivo, avvertivo solo l’avvicendarsi di un dialogo interiore. Io ero lì, eppure non ero lì. Qualcos’altro aveva preso il mio posto.

Mi domando che maschera uscirebbe oggi dalla mia mente disordinata.
La prima è risultata cupa e inquietante – perché io stesso ero inquietato nel momento della sua nascita – ma mi ha aiutato a capire come pure nei momenti più bui non ci si possa perdere completamente.

When the truth dies, very bad things happen
When a heart is broken there’s nothing to break
(Robbie Williams, Trippin’)