Con l’approssimarsi della fine dell’estate ricominciano le giornate fatte di quotidianità, ritmi frenetici e appuntamenti fissi.
Quest’anno – dopo mesi di iper-riflessione e malessere sintomatico – le ferie mi hanno finalmente portato vigore mentale (le cose sembrano dunque assestarsi su nuovi binari), ma un interrogativo implicito rimane: si può davvero passare attraverso un grande dolore o una forte delusione e rimanere indenni? Essere gli stessi di prima?
Personalmente penso di no. Si può assomigliare a ciò che si era prima, eventualmente anche arrivare a credere di non essere cambiati, ma non è così. O perlomeno non è così semplice.
Quando ci si impaluda a riflettere sulla propria reale essenza, mettendo in dubbio il proprio modo di esperire le emozioni e i sentimenti che quotidianamente germogliano; quando lo si fa per qualcosa che va oltre il paio d’ore, intendo, allestendo un’infinita serie di processi contro se stessi, in luogo di un più semplice (e salubre) esame di coscienza; quando si perdono di vista i propri riferimenti e gli ideali che hanno animato le giornate andate cominciano a sbiadire troppo in fretta; quando si pensa ad un momento passeggero di sconforto e invece ci si ritrova a lottare contro i buchi neri della propria personalità; quando certe piccole paure mutano in fragorose instabilità fisiche ed emotive e si abbattono sulla nostra inquieta esistenza; quando le notti non sono più fatte per dormire ma per concentrarsi su se stessi ritirandosi dentro se stessi, e le ore di luce se ne trascinano stancamente dietro le conseguenze; in tutti questi casi è oltremodo difficile tornare a essere la fotocopia di se stessi, anche quando tutto intorno a noi riprende una parvenza di normalità (ma che cos’è in fondo la normalità? E rispetto a cosa va misurata?).
È come un taglio sottile e ben nascosto, eppure in perenne suppurazione. Una cicatrice discreta a ricordo dello sconforto e delle umiliazioni attraverso cui ci si è dovuti snodare (e a volte si tratta di un percorso doloroso e di non breve durata), monito tacito – eppure tangibile – sull’eventualità che possa accadere di nuovo.
Non si è mai completamente al riparo da se stessi.
Il punto, tuttavia, non è tanto se è possibile o meno tornare ad essere quelli di un tempo (paradossalmente, quando si supera un dolore importante ci si fortifica l’animo al punto da non provare affatto il desiderio di poter tornare indietro), quanto piuttosto se sia possibile continuare lungo il proprio cammino coerentemente con quanto si è stati prima.
E la risposta, nel mio caso, è sì. Sì, è possibile.
Non esattamente come prima, ma – in maniera diversa – parimenti bella comunque.
Più autentica, invero, più conscia del dolore e delle difficoltà affrontati per uscirne.
Più matura, meno idillica e superficiale; meno risoluta, forse, ma ugualmente fiduciosa.
Più consapevole della propria forza, non della propria infallibilità.
Di fronte al deserto emotivo di oggi, al vuoto a cui a volte ci si adegua per sopravvivere in compagnia, è già qualcosa.
E buon rientro a tutti.

L’aridità dei sentimenti guasta l’anima
“Ci sono dolori da cui è impossibile guarire… il nostro è uno di quelli, ma questo non ci impedisce di camminare insieme agli altri con le spalle diritte e i piedi fermi a terra…
Una cicatrice è un segno indelebile, non una malattia.”
(La bestia nel cuore, di Cristina Comencini)
“Non criticare ciò che non puoi capire” (Bob Dylan)