Ad un mese dal mio ultimo post – e a quasi un anno dal mio primo vagito su queste pagine – mi ritrovo qui a constatare che le cose sono cambiate (in un modo che ancora mi è in debito di chiarimenti, eppure è davvero così) e, per una volta tanto, in meglio.
Una moltitudine di microscopiche ramificazioni che – pur seguendo percorsi a volte netti, altre quanto meno improbabili – dirigono tutte verso una direzione comune: quella della guarigione intesa come riconferma della propria coscienza.
Al mio fianco, adesso, c’è una donna che riesce a far apparire tutta la mia splendida normalità come fosse l’ultimo dei miracoli mariani; che mi ama, mi stima e si sforza di entrarmi addentro ogni giorno di più. Poche cose al mondo si avvicinano per bellezza e intensità all’abbassare intenzionalmente le proprie difese di fronte ad un altro essere umano, fino a lasciarsi invadere completamente e con dolcezza, tra paura e desiderio.
Ora c’è un rapporto che lentamente si va ricucendo, fra comprensibili incertezze e tracce di un trascorso vissuto e condiviso che è più forte del presente e dei brusii di fondo esterni. Ed è un riscoprirsi che ripaga – anche se in parte – delle gravi emorragie emotive di un anno fa.
Ci sono nuovi amici e rinnovati interessi, e gli uni trainano gli altri e viceversa, in un vortice che inebria e del quale si fa fatica a saziarsi, perché la curiosità e la sperimentazione sono un cibo insostituibile tanto per l’animo quanto per l’intelletto umani.
C’è una mente che finalmente ha ripreso a pulsare affamata di vita.
Che non si sente più l’appendice stanca di un corpo esile eppure troppo pesante da portare, ma il centro industrioso da cui tutto si dipana.
E a parte i frequenti mal di testa di stagione (dopo tutto, questo mio disordine deve pur manifestarsi ogni tanto
), l’impressione è quella di aver riacquistato il controllo del velivolo e di saperne un po’ di più sulla strumentazione.
Insomma, aver posto la mia mente sopra un banco d’autopsia e averci rovistato dentro (in ogni recesso, anche sotto le piaghe maleodoranti) è innegabilmente servito a qualcosa.
Non mi sento di augurare a nessuno il mio percorso interiore solo per poterne uscire un bel giorno e utilizzarlo in seguito come argomento di conversazione (tredici mesi fa mi trovavo sdraiato in una stanza d’albergo a Berlino a riflettere su quanto sarebbe stato più semplice uscire definitivamente dalle scene) – nessuna autocelebrazione può valere il dolore coagulato della depressione -, eppure desidero che questo post simboleggi un piccolo manifesto per coloro che soffrono da tempo nel non riconoscersi più, per quei fragili condottieri che frastornati dalla cecità altrui non intravedono una via d’uscita per espugnare la solitudine, che soffrono di ansia da ricaduta, che hanno smarrito gli scopi appresi tra le mura domestiche o sui banchi di scuola.
Nonostante questa vita ci sommerga e in certi casi ci obblighi ad apnee intollerabili, costringendoci alla sopravvivenza, vale veramente la pena di viverla come ci è stata regalata, barattando le false certezze con il piacere di reinventarsi.
Siamo tutti città nascoste che solo pochi possono raccontare di aver ammirato.
Buon inizio d’anno. Questo il mio augurio, la mia mano tesa; in ritardo, ma a maggior ragione sincero.
Alcuni si ritengono perfetti unicamente perché sono meno esigenti nei propri confronti.
Herman Hesse
«Se vuoi un amico, addomesticami».
«Cosa bisogna fare?» aveva chiesto il piccolo principe.
«Bisogna essere molto pazienti», aveva risposto la volpe. «All’inizio ti siederai un po’ distante da me, così, tra l’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai niente. Le parole sono fonte di malintesi. Ma giorno dopo giorno, potrai venire a sederti un po’ più vicino…»
Il giorno seguente il piccolo principe era tornato.
«Sarebbe stato meglio tornare alla stessa ora», disse la volpe. «Se, per esempio, arrivi alle quattro del pomeriggio, io comincerò a essere felice sin dalle tre. Più passerà il tempo e più sarò felice. Quando ormai saranno le quattro, io mi agiterò e mi preoccuperò: scoprirò il prezzo della felicità.»
Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry
