Sono trascorsi dodici mesi da quando ho deciso di mettermi a nudo su queste pagine (in maniera prudenzialmente anonima, lo ammetto, tuttavia di fronte alla natura dei sentimenti poco importano nomi e cognomi).
Non ho polso su quanto di me e delle mie incertezze sia emerso nel corso di questo tragitto, probabilmente una media appannata tra l’intensità dei miei pensieri più puri (talvolta ingenui) e la profondità di certi miei deliri (talora iniqui).
Di tanto in tanto ancora riemergono quei giorni neri del duemilaotto – quando ho avvertito l’urgenza di ritagliarmi un piccolo confessionale in questo spazio – e allora registro nuovamente qualcosa rovesciarsi alla base dello stomaco (lambito da ombre seghettate e pruriginose) e gli occhi ostinatamente spegnersi, orfani capricciosi che si sottraggono dal rivivere certe scene penose.
Proprio come stasera – ad una distanza di sicurezza di appena pochi giorni dal mio trentacinquesimo compleanno ma anche dall’inizio di una nuova primavera; solo che stasera, come da qualche settimana oramai, godo del vantaggio di riuscire a considerare con ritrovata imperturbabilità (e non ho ancora capito se sia un bene o un male) la confusione e il dolore che mi hanno travolto un anno fa.
Il lavoro.
È sempre stato la mia vita. Non fosse che la mia cura maniacale per i dettagli, l’obbligo spasmodico di guadagnare tempo per precedere gli altri, l’intransigenza verso le mie stesse inadempienze, mi hanno portato a reggere un fardello insostenibile, proprio perché di forma mutevole e dai confini vaghi.
È come voler raggiungere l’infinito, col risultato di tendere asintoticamente alla mortificazione.
Ho rischiato di finalizzare la mia vita ad un risultato numerico, di divenire uno strumento di me stesso.
Ancora oggi ho difficoltà nella gestione del mio tempo libero (inesistente proprio perché non riesco a concedermelo), nondimeno l’autocoscienza è presente e pulsante e spero dunque in un lento ma costante progredire.
La famiglia.
Quando mio padre se ne è andato ho autonomamente deciso che mi sarei preso cura della mia famiglia. Ero il più piccolo, certo, ma ero un maschio e questo – nella mia testolina affranta e appartata – era sufficiente a responsabilizzarmi (se di responsabilizzazione si può parlare, dal momento che non ho mai avuto nulla di frivolo da cui affrancarmi). Non a iper-responsabilizzarmi, però, come poi è avvenuto.
Dai diciotto ai trentaquattro anni ho relegato in soffitta i divertimenti e le esperienze comuni a ogni adolescente. L’università l’ho vissuta come una sfibrante corsa a ostacoli per giungere alla meta della laurea, condizione sine qua non per meritare uno stipendio all’altezza delle mie aspettative. Speravo di guadagnare a sufficienza per mantenere le donne della mia vita, mia madre e mia sorella, come se questo potesse in qualche modo restituire a mia madre l’affetto di un marito scomparso prematuramente, e a mia sorella un po’ di orgoglio fraterno.
Oggi mi è chiaro che questo non è spirito di sacrificio. Questa è autoflagellazione, perché prima o poi si arriva a non tollerare più nulla, la spina dorsale della mente troppo affaticata per riacquistare forze.
E quando si aggiungono anche i problemi di salute a nulla vale alzare lo sguardo al cielo e chiedere “per favore, basta, ne ho già passate a sufficienza”.
Il credo primario, quello che è il motore nativo del nostro io più interiore, è la fede in noi stessi. Persa quella non rimane nulla.
Le affinità elettive.
Per anni ho avuto accanto un amico nel quale ho finito pericolosamente per rispecchiarmi, aspetto che mi ha condotto ad una sorta di involuzione dell’interiorità. Certe mancanze nel suo modo di esprimere le emozioni e nel gestire i rapporti interpersonali mi erano evidenti, eppure ciò non rappresentava un problema per il sottoscritto.
Mi sono speso, mi sono dato e mi sono aperto con lui più di quanto abbia mai fatto con nessun altro. La sua pacatezza (che oggi non vedo più – come ho fatto erroneamente in passato – come solidità e sicurezza) mi offrivano un riparo dalle intemperie della vita. E lui era il fratello che non avevo mai avuto, la figura maschile di riferimento che mi era mancata nella fase della crescita (non è facile accompagnarsi da soli nell’età adulta, continuando a rassicurarsi a voce bassa, impersonando il ruolo del proprio genitore).
Nell’unico momento di bisogno di conforto – di cui solitamente fungevo da dispensatore, ma anche ai migliori ottimisti capita a volte di finire le scorte personali – mi ha abbandonato alla silenziosa disperazione della solitudine e non ha lottato contro la mia corazza spuria. Per i posteri: nonostante oggi spiri una certa aria di restaurazione, il coraggio di una persona si misura negli sforzi per comprendere – e capovolgere – una situazione apparentemente inverosimile, senza arrendersi di fronte agli insuccessi fisiologici. Quando tutto funziona meraviglia, chiunque è capace di dimostrarti affetto e complicità (Verba rebus proba, I fatti devono provare la bontà delle parole, diceva Seneca).
Oggi – a distanza di un anno e mezzo – le cose si sono in qualche modo riassestate, ma chi si scotta col fuoco difficilmente riattizza le braci, e ad ogni modo non lo sento più così vicino (tradire la fiducia è il modo peggiore di rendere irrecuperabile un rapporto).
Il mio era solo innato bisogno di elargire affetto e amicizia, di voler costruire ulteriormente su quel rapporto, nulla di più. Quando le cose sono mutate è crollato l’ultimo baluardo della mia spensieratezza giovanile ancora vergine.
Tutte questi aspetti – linee spezzate che si intersecano su di un grande foglio bianco – oggi li valuto con uno sguardo diverso. Non più maturo, ma semplicemente più obiettivo proprio perché ne sono finalmente avulso.
Forse è proprio vero che non si vive fino a che non si è molto sofferto.
Il tempo cura tutto dal momento che la memoria è mendace.
Eppure questo continuo vagabondare nei sotterranei dell’anima – come li definiva Dostoevskji – è servito a liberarmi da certe mie paure.
Quella di non essere sempre all’altezza della situazione.
Quella di non essere in grado di amare.
Quella di sentirmi diverso dagli altri.
Quella di non riuscire a farcela di nuovo da solo.
Come una lunga corsa notturna in taxi, ignorando quale sia la destinazione. Ci si ritrova in un luogo sconosciuto, una piazza affollata, una stazione di campagna deserta, profili e volti nuovi. E ci si domanda quale sarà la prossima mossa.
Be’, io corro ancora.

"Quando perdiamo il diritto di essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi" (Charles Evans Hughes)
Un uomo può cadere molte volte, ma non è mai un insuccesso finché non rifiuta di rialzarsi (Evil Knievel)
Il tempo è il più saggio dei consiglieri (Plutarco)
Conquista te stesso, non il mondo (René Descartes)