Barcellona è una città dalle mille facce, non vi è alcun dubbio.
La vecchia matrona stanca che ti scruta in silenzio per gli stretti e freschi vicoli del barrio gótico.
La puttana consumata che tenta di circuirti fra le mille luci sfavillanti de La Rambla.
La giovane amante giocosa e piena di vita che ti rincorre nascondendosi tra gli arbusti secolari nei giardini di Montjuïc.
La zingara ambigua che si imbelletta le unghie sulle note distorte e metalliche, portate dal vento, delle giostre del Tibidabo.
L’estrosa signora, vagamente snob, che passeggia indolente e annoiata fra le lattee colonne e i meravigliosi mosaici colorati di Parc Güell.
La bimba oziosa abbandonata al sole sulle dune mosse della Barceloneta.
La pazza furiosa che ride sguaiata puntandoti contro l’indice dalle fruttate cime incompiute di una dissonante Sagrada Família.
Dopo sei anni sono tornato in questa città di porto, l’occasione è stata il
lungo ponte di fine maggio. Avevo voglia di rivedere i luoghi magistralmente descritti dall’abile penna di Zafón ne L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo (da pochi giorni è uscito l’inedito Marina), di calpestare le sue parole color seppia e respirare i gotici effluvi notturni di Eglésia de Santa Maria del Mar e de la Catedral, immerse nella fioca luce di lampioni solitari.
Devo ammettere che risalire sul tram blau alla volta dell’Avenida Tibidabo è stato emozionante.
Nulla a che vedere con la torrida estate del 2003 (sembra un secolo e mezzo fa).
Un sole invitante, mitigato da una costante e piacevole brezza marina, e una diffusa euforia collettiva (complice l’ancora fresca vittoria in Champions League strappata al Manchester dal FC Barcelona) hanno accolto il sottoscritto e i due suoi storici amici di ventura, alla volta di una quattro giorni di gloria e divertimenti.
Budget ridotto all’osso (una decina di euro a testa per un viaggio aereo A/R in seconda, poche decine di euro per una tripla in un albergo-ostello a due stelle risicate) e tanta voglia di lasciarsi andare, di celebrare noi stessi e il legame che ormai ci unisce da anni.
Riflettendoci, a volte basta davvero poco per recuperare la smarrita essenza del ritrovarsi assieme per stare insieme e la gioia della condivisione di interessi, per capire che non c’è nulla di così sbagliato nel nostro modo di percepire le cose. Anche quando ti viene detto che hai fatto un passo falso (“Once you attack you can’t take it back” ammonisce Veronica Ciccone in Ring my bell). Anche quando tutto sembra darti contro. Anche quando le colonne portanti sulle quali poggiavi ti si sgretolano fra le braccia, rivelando la loro natura effimera. Anche quando è più facile dubitare di te stesso, piuttosto che far valere le tue ragioni e urlarle in faccia al mondo.
L’amicizia è un carburante ad elevato rendimento il cui prezzo lo stabiliamo noi.
A proposito, questo ritorno catalano lo dedico a R. (che proprio Barcellona mi fece conoscere nell’agosto del 2003) e a M. che qualche giorno prima della mia partenza, durante la tratta Lecco-Roma, hanno trovato il tempo per una delle loro visite lampo in quel di Modena. Il loro affetto è prezioso, spero di meritarlo sempre.
Augurandomi di aver offerto uno spunto interessante, per quanto apparentemente banale (in un momento di crisi – non solo economica, ma soprattutto di valori – quale quello attuale, accontentandosi di vitto e alloggio appena più che essenziali, un weekend in una delle tanti capitali europee è il modo più economico e sano per rinvigorire mente e spirito), a costo di apparire più melenso del solito, mi concedo in chiusura una nota malinconica a margine: di questi indimenticabili quattro giorni non posso fare a meno di citare la mia Non-Barcellona, vale a dire la persona – la più importante – che non era con me a passeggio tra El Raval e l’Eixample, e insieme alla quale avrei voluto stendermi sui prati di Montjuïc a leggere poesie: G., la tua ombra vacante si avvertiva anche a mille chilometri di distanza. Questa foto è per te.

«Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei domandargli piccato: “Perché, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent'anni?”»
Essere consapevole di quel che si sa e riconoscere le proprie mancanze: questa è la sapienza.
(Confucio)
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