Minima catarsi in cinque atti (Atto V: Un periodo di pieno di sorprese)

Ed eccomi qui, agli sgoccioli di questo tortuoso percorso intrapreso quasi una trentina di mesi fa.
Un viaggio sofferto e cupo a tratti, privo di punti di riferimento ed esente da verità a taglia unica, che pure mi ha regalato momenti di rara introspezione, numerosi pungoli per un’insospettata metamorfosi interiore e che, infine, mi ha condotto all’affrancamento dagli smunti spettri delle mie paure.
Il che non è poco.
Emancipazione significa indipendenza, ossia la libertà di lasciar correre i neonati pensieri e le proprie emozioni lungo i declivi striati della coscienza e della maturità, fragili aquiloni sospinti dalla sensibilità oltre i recinti dell’individualismo, degli schemi preordinati e del falso moralismo.

Oggi, pur coi miei mille dubbi e qualche scheggia di fiducia ancora tra le mani, sono un uomo felice.
La mia compagna mi ha riparato col suo amore, la mia mente non sanguina più. C’è ancora un po’ di disordine qua e là, ma di quello buono, di quello creativo, che quasi non infastidisce quando non si trovano tutte le risposte nel fondo della tasca.
Tra poco più di un mese ci sposeremo, perché finalmente ho la chiave di lettura dell’amore (qualcuno, una volta, mi scrisse che dell’amore io non avevo capito niente).
A ottobre diventerò padre di nostro figlio. Mi auguro di sapergli trasmettere il vigore della lealtà, la forza del rispetto verso i più deboli, il coraggio della dignità personale, giacché questa è la vera ribellione.
Di certo lo esorterò a dar spazio ai suoi sogni.
Dopotutto, dai propri errori s’impara.

Cosa accadrà nei prossimi mesi non riesco a immaginarlo.
Per la prima volta nella mia vita nemmeno mi interessa saperlo.
Sarà ciò che ho seminato – che abbiamo seminato -, tanto mi basta.

Non nego che mi sento sempre più estraneo da R. e dalle sue miserevoli comodità (di tanto in tanto mi capita ancora di scorgere nuove mail di A. sul monitor di R., puntuali come la sete in una riarsa giornata di sole, quand’anche abilmente eclissate da altre finestre, posizionate con pedante minuzia dal mio socio: quale cura maniacale, quante inutili energie sprecate nel mantenere in piedi questa goffa e sciocca psicosi di inganni); mi capita, a volte, di percepirmi come un alieno nella mia stessa azienda, a cui peraltro sono ancora affezionatissimo – ma la devozione, quella no, non è più la stessa di un tempo.

Probabilmente aveva ragione Alexander Dumas padre nel dire che “negli affari non ci sono amici, soltanto soci”.
E forse questo blog è proprio questo, il distillato di un’amicizia che non c’è più, o che si è solo sgranata.
Un fallimento per chi ha eretto la propria esistenza attorno a questo tipo di relazione, un nuovo punto di partenza per chi, nonostante tutto, non si rassegna a smettere di crederci.
Certo, ci sono ancora giorni in cui vince una rabbia soverchiante, altri in cui invece prevalgono le ferite e l’umiliazione. Ma sempre più spesso non avverto nulla.
Pur tuttavia non è il trascorso a interessarmi in questo momento. I ricordi sono tutto ciò che è rimasto a R. – un’esistenza ancorata al passato e ricorsivamente identica a sé stessa – e questo è già di per sé un mutuo salato da estinguere per la propria noncuranza cronica, zoppicante implementazione di un’ostinata paura verso i cambiamenti (d’altra parte chi non sa dove è diretto non arriva da nessuna parte, o no?).

Adesso è il presente a reclamare la mia attenzione, a chiedermi di volgere lo sguardo al futuro imminente.
Mi sento sereno e felice come mai mi è capitato di essere ed è una sensazione meravigliosa, che riscalda il mio ottimismo e veicola reattività e passione attraverso i complicati meccanismi che governano la mia persona, in una sorta di circolo virtuoso.

Soprattutto, oggi, so di avere gambe buone e allenate alla corsa.

Smessi museruola e paraocchi, mi osservo finalmente attorno.

Nella valigia ho le mie ritrovate capacità, una mente fina (non eccelsa, ma ancora svelta quanto basta) e un cuore temprato e di nuovo aperto alle visite.
L’allegra brigata di viaggio certo non mi manca.

Arrivederci, mostro! – mi fa eco da una copertina surreale il più autentico dei Ligabue: nella sua rodata saggezza sa bene che si peccherebbe di eccesso di ottimismo nel rivolgere un addio alle proprie inquietudini. Tra un bicchiere di lambrusco e una manciata di poesia in musica, sembra dirmi: “So cosa hai passato, ci sono stato anche io. Ora prenditi il tuo tempo”.
Così il commiato ai miei personali mostri lo lascio qui tra queste righe, in silenzio. Non è una sepoltura vera e propria, quanto piuttosto un’incisione tra le mie prime rughe, a memoria di come spesso le certezze siano soltanto illusioni vestite a festa.

Le certezze sono illusioni vestite a festa

È questo, dunque, l’ultimo congedo dal mondo di Alessandro Supertramp?
Chi può saperlo, preferisco credere alle parole di Sepúlveda: “Smetti di scrivere solo quando sai come continua la storia. Ricorda che si possono scrivere eccellenti romanzi con parole da venti dollari, ma che c’è più merito a scriverli con parole da venti centesimi. Non dimenticare che il tuo mestiere è solo una parte del tuo destino. La tristezza si risolve al bar, mai nella letteratura.”

Indipendentemente da dove e come tirerà il vento, continuerò a seguirvi su queste pagine, proprio voi che in silenzio, sussurrando o, al contrario, gridando con indignazione il vostro pensiero, mi avete accompagnato con costanza e affetto in questi due anni e mezzo, sfamandomi con qualche buon consiglio e ripulendomi dai giudizi di merito.
È stato anche il vostro viaggio, questo.

Il mio grazie è poca cosa rispetto a quanto avete saputo donarmi.

Buona vita.

“Comincia a ingiallirsi il nero del livido
non è più così tanto nitido
e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo
Ho cambiato la scheda al telefono
ho lavato nel lago lo spirito

e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo.
È un periodo pieno di sorprese
e non si contano più le offese
che per decenza mi rimangerei
ma ero stanco di sentirmi come
uno straccio sotto ai tuoi piedi
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi.”
Un periodo pieno di sorprese – Samuele Bersani

«Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio… per questa volta.»
The Big Kahuna

“E gli occhi han preso il colore del cielo,
a furia di guardarlo… e con quegli occhi,
ciò che vedevi, nessuno può saperlo.

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
e ad ogni sosta c’era sempre qualcuno
e quasi sempre tu hai provato a parlare
ma non sentiva nessuno

e le tue gambe andavano sempre
sono sempre più adagio
e le tue braccia reggevano a stento
il peso della valigia

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
ma adesso forse ti puoi riposare
un bagno caldo e qualcosa di fresco
da bere e da mangiare

ti apro io la valigia mentre tu resti li
e piano piano ti faccio vedere
c’erano solo quattro farfalle
un po’ più dure a morire

e sole pioggia neve tempesta
sulla valigia e nella tua testa
e gambe per andare
e bocca per baciare

sole pioggia neve tempesta
sui tuoi capelli su quello che hai visto
e braccia per tenere e fianchi per ballare”
Il peso della valigia – Ligabue

2 Risposte a “Minima catarsi in cinque atti (Atto V: Un periodo di pieno di sorprese)”


  1. 2 federica 8 luglio, 2010 - 22:48 alle 22:48

    “C’è ancora un po’ di disordine qua e là, ma di quello buono, di quello creativo, che quasi non infastidisce quando non si trovano tutte le risposte nel fondo della tasca”. Questa è l’ancora di salvezza :)


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