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	<title>Anatomia di una mente in disordine</title>
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		<title>Anatomia di una mente in disordine</title>
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		<title>Crisalide</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 09:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di questo anno che se ne va, il più intenso e bello che abbia mai abitato, serberò un ricordo speciale. Benedico ogni risata di gioia sfuggita alle mie labbra vissute, ogni pugno rabbioso scagliato contro la vita e i pregiudizi delle menti piccole e ammuffite, gli amici di sempre e quelli nuovi che ho assaporato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=573&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di questo anno che se ne va, il più intenso e bello che abbia mai abitato, serberò un ricordo speciale.<br />
Benedico ogni risata di gioia sfuggita alle mie labbra vissute, ogni pugno rabbioso scagliato contro la vita e i pregiudizi delle menti piccole e ammuffite, gli amici di sempre e quelli nuovi che ho assaporato in trentasei mesi di cammino (vi siete guadagnati tutto l’affetto di cui sono capace, ragazzi), la gioia incontenibile al primo sorriso di tuo figlio e la serenità del suo sguardo appeso al tuo da una richiesta urgente di affetto e protezione, le persone lasciate alle spalle (con balsamico sollievo) e quelle che invece hanno deciso di unirsi al tragitto forti della convinzione che la positività rende la vita più colorata.</p>
<p>Dodici mesi memorabili, talvolta sofferti, eppure profondi e sgargianti.<br />
Altri dodici nuovi sulla soglia, che non mi sorprendono statico nell’attesa, ma già avviato a corrergli incontro.<br />
Non un solo refolo di vita sprecato. Mai più.<br />
Sono la vita che vive e che vivo, in un lento, incessante, divenire.</p>
<p>Felicità e cambiamento a tutti.</p>
<div id="attachment_574" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/12/lannocheverra.jpg"><img class="size-medium wp-image-574" title="L'anno che verrà" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/12/lannocheverra.jpg?w=300&#038;h=205" alt="" width="300" height="205" /></a><p class="wp-caption-text">L’anno che verrà è già stato qui.</p></div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/573/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/573/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=573&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Alex Supertramp</media:title>
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			<media:title type="html">L'anno che verrà</media:title>
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		<title>Teoria del movimento</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 13:20:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recentemente ho avuto la fortuna di vedermi capitare fra le mani un pezzo scritto anni fa da Luis Sepúlveda. Mi ha talmente colpito nella sua semplicità e nella sua forza che ho pensato di riportarlo qui, manifesto ideale del mio pensiero. Un monito contro la chiusura mentale, un auspicio per le generazioni che verranno. Buona [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=540&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recentemente ho avuto la fortuna di vedermi capitare fra le mani un pezzo scritto anni fa da Luis Sepúlveda. Mi ha talmente colpito nella sua semplicità e nella sua forza che ho pensato di riportarlo qui, manifesto ideale del mio pensiero.<br />
Un monito contro la chiusura mentale, un auspicio per le generazioni che verranno.</p>
<p>Buona lettura.</p>
<p><em>«Partire è un po’ morire», ha scritto un poeta di cui non ricordo il nome. Non condivido questa affermazione, per quanto possa sembrare poetica, perché per me partire, l’atto di andare via, di lasciare un luogo, porta con sé una carica di sfida, e la sfida è l’essenza dell’avventura. Iniziare un viaggio significa predisporsi ad accogliere le novità, le cose sconosciute, inattese, quelle a cui non siamo abituati. Le nostre abitudini si nutrono dell’influenza che ricevono dalle altre, così come la nostra cultura dipende dal contatto e dal sistematico confronto con altre culture. Al di là della bellezza della frase che mi è servita per iniziare questo testo, rifiuto il suo eventuale contenuto perché mi sembra una difesa della sedentarietà, e i corpi sedentari sono inclini all’esaurimento precoce.<br />
La sedentarietà sociale riesce solo a creare pregiudizi e luoghi comuni che rendono più difficile la comprensione. Chi non ha mai viaggiato sostiene, per esempio, che in Inghilterra il cibo sia povero ed insipido, che i vini tedeschi siano maldestre imitazioni, che in Italia si mangi solo pasta, che in Spagna non conoscano altro che la paella, o che in Cina la dieta si basi esclusivamente sul riso. Cito luoghi comuni e apparentemente inoffensivi, e dico apparentemente perché dietro di loro si acquatta la peggiore delle autoaffermazioni nazionaliste, quella che sostiene : “Le nostre cose sono le migliori perché sono le uniche che conosco”. Di qui alla patologia del patriottismo non c’è che un passo.<br />
Noi esseri umani ci mettiamo in movimento, vale a dire viaggiamo, per due motivi: uno è la curiosità di sapere cosa accada al di là dei limiti entro i quali potremmo condurre una vita tranquilla e placidamente mediocre. Questa curiosità ci spinge a metterci in moto e ci trasforma in trasgressori, perché osiamo abbandonare la tranquillità e le abitudini note per confrontarci con altre, senza sapere se ne riceveremo benessere o inquietudine. L’altro motivo che ci mette in movimento è di solito involontario: quando ci azzardiamo a protestare contro la mediocrità che impera nel nostro ambiente, allora ne veniamo espulsi.<br />
Per spiegarmi meglio, racconterò una storia che ho ascoltato tempo fa da alcuni indios guarandies a El Pantanal, nel territorio umido del Basso Mato Grosso. Parla di un uomo che viveva ossessionato dal desiderio di sapere cosa ci fosse oltre la linea verde dell’orizzonte della selva. Una sera si avvicinò al falò intorno al quale si riunivano i vecchi saggi della sua tribù. Erano saggi davvero, ma saggi del luogo. Quando comunicò loro la decisione di camminare verso la linea dell’orizzonte per vedere cosa ci fosse dall’altro lato, non ricevette i consigli che sperava e fu invece sottoposto a uno sfinente questionario. Non ti bastano i dolci frutti della papaia e della guayaba che crescono vicino al fiume? Forse la manioca non cresce generosa nel tuo orto? Ti sembrano forse insipidi i pesci che si impigliano nelle tue reti? La pelle dello yacaré in cui porti le tue frecce non ti sembra abbastanza resistente? L’uomo rispose di sì a tutte le domande, ma aggiunse che tutto questo non gli bastava, che non voleva possedere altre cose, bensì sapere cosa ci fosse dall’altro lato dell’orizzonte. Allora i vecchi saggi si infuriarono, prima di scagliare come un dardo l’ultima delle loro inquisizioni: “Ci consideri forse incapaci di rispondere a tutte le tue domande?”<br />
Stavolta l’uomo rispose che essi potevano parlare di tutto quello che si trovava da questa parte dell’orizzonte, ma non di quello che c’era dall’altro alto, perché nessuno di loro si era mai spinto fin laggiù. I vecchi saggi, incolleriti, lo accusarono di voler sapere di più di ciò che era consentito e lo espulsero dalla tribù. “Potrai tornare solo se, dall’altro lato dell’orizzonte, troverai qualcosa di meglio di ciò che avevi qui”, lo condannarono alla fine i vecchi saggi dall’alto della loro saggia immobilità. L’uomo si mise in marcia verso l’orizzonte. Camminò molti giorni attraversando selve e savane, eppure, via via che avanzava, la verde linea dell’orizzonte restava sempre alla stessa distanza, inalterabile. Una notte, mentre l’uomo meditava vicino al fuoco su quello strano prodigio che non lo allontanava, ma che gli impediva di avvicinarsi all’orizzonte, fu sorpreso dall’arrivo di uno sconosciuto.<br />
Sembrava stanco. Salutò, poi chiese il permesso di riposare vicino al fuoco. L’uomo che cercava l’orizzonte notò che l’altro, sebbene parlasse la sua stessa lingua, non lo faceva con il tono alto delle genti che vivevano vicino al fiume, abituate a parlare in quel modo per far sì che il sordo rumore delle acque non portasse via le loro voci. Lo sconosciuto veniva dalla selva profonda, e per questo il tono della sua voce era basso: doveva essere abituato a parlare in quel modo per far sì che le sue parole non restassero prigioniere del fogliame, o per impedire che si confondessero con le imitazioni della voce umana con cui si divertivano i pappagalli in cima agli alberi.<br />
Lo sconosciuto si strofinò i piedi, doloranti per il lungo cammino, e guardò meravigliato l’uomo che cercava l’orizzonte: aveva scostato qualche tizzone dal fuoco e glielo aveva messo vicino ai piedi. Quel tepore fu come un balsamo per la sua stanchezza. Allora lo sconosciuto tirò fuori dalla bisaccia due pezzi di manioca e ne offrì uno all’uomo che cercava l’orizzonte. Egli lo accettò e senza darvi troppo peso cominciò ad arrostire il suo pezzo di manioca sulle fiamme. L’altro, invece, si incamminò verso il folto della selva e ritornò con due grandi foglie, nelle quali avvolse amorevolmente la sua porzione. Aspettando che si cuocesse, osservò l’uomo che cercava l’orizzonte mentre cercava di mangiare la sua razione mezza calcinata. Poi, dopo aver tastato la sua parte, la ritirò dal fuoco, aprì l’involucro di foglie, ed ecco la manioca bianca e fragrante. Gliene offrì la metà, e l’uomo che cercava l’orizzonte seppe di aver trovato qualcosa di meglio di ciò che già conosceva.<br />
Uno mangiava un cibo dal sapore inimmaginabile, e l’altro provava una sensazione di sollievo ai piedi che mai prima aveva sperimentato. Dopo cena, si distesero per riposare, ma prima disposero in terra i loro talismani protettori. L’uomo che cercava l’orizzonte si meravigliò delle collane di piume multicolori, e l’altro si commosse alla bellezza delle pietre verdi e azzurre che il suo anfitrione aveva disposto attorno al fuoco.<br />
All’alba si prepararono a continuare il cammino. All’uomo che cercava l’orizzonte piaceva la compagnia dell’altro, e forse per questo gli chiese dove andasse. “Verso l’orizzonte, voglio vedere cosa c’è dall’altro lato”, rispose e le sue parole rallegrarono l’uomo che veniva da fiume. “Allora possiamo andare insieme”, gli disse contento. Ma la sua allegria durò poco, perché, appena si misero in movimento, l’uomo della selva cominciò a camminare nella direzione dalla quale veniva lui.<br />
“No, l’orizzonte è di là”, disse l’uomo del fiume.<br />
“Ti sbagli. Io vengo da lì, e l’orizzonte è di fronte ai miei occhi. Perché tu gli dai le spalle?”, chiese l’uomo della selva.<br />
Dopo un istante di esitazione, seppero di star cercando la stessa cosa e di avere iniziato a trovarla.<br />
Allora parlarono a lungo, dei costumi della loro gente, del colore degli uccelli, della sagacità degli animali, del sapore di frutti, dei segreti del fiume e della selva, dei loro destini così simili, esiliati perché volevano sapere più di quanto fosse loro concesso.<br />
Quando i due uomini si separarono, e uno iniziò il cammino di ritorno verso il fiume, e l’altro verso la selva profonda, sapevano che cercando l’orizzonte avevano trovato qualcosa di più importante: la certezza dell’esistenza dell’altro, dell’altro uguale nella forma, ma differente nelle abitudini, e ciascuno si vide più ricco di quando aveva iniziato il cammino, perché il viaggio aveva dato loro le conoscenze che mai avrebbero avuto i vecchi saggi dell’immobilità.<br />
Non so se ciò che ho raccontato sia una leggenda o una storia inventata da quei guarandies con i quali ho condiviso molti giorni a El Pantanal, ma credo che riassuma l’essenza del viaggio, il nocciolo del movimento che forse non ci conduce al punto desiderato, ma che in nessun caso ce ne allontana. Al contrario, è come il perseguimento dell’utopia: sempre irraggiungibile, eppure, via via che vi ci avviciniamo, o crediamo di farlo, ci riempie di segnali e di riferimenti che la rendono sempre più desiderabile.<br />
Quando compii sedici anni ricevetti dai miei zii il più bello dei regali: uno zaino e la spinta a mettermi in cammino. Mi sarebbe piaciuto che mi avessero raccontato anche questa storia. Non fu così, ma visto che l’ho ascoltata durante uno dei miei viaggi, mi piace pensare che fosse nascosta in qualche tasca di quello zaino.<br />
Per finire, devo confessare che una delle mie debolezze è quella di visitare la sezione viaggi dei negozi di sport. Lì osservo e cerco gli zaini che regalerò ai miei figli quando arriverà l’irrimandabile momento in cui dovranno mettersi in cammino. Avverrà vicino al fuoco, e io racconterò loro la storia guarandi. Sarò felice, allora, perché so che, a ogni ritorno, mi racconteranno i portenti che avranno visto, mi confermeranno l’inequivoco colore universale della speranza, e renderanno sopportabile la sudata sedentarietà della vecchiaia, che non ci consente altro che viaggi immaginari.</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_545" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><em><em><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/06/viaggio.jpg"><img class="size-medium wp-image-545" title="“Verso l’orizzonte, voglio vedere cosa c’è dall’altro lato”" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/06/viaggio.jpg?w=300&#038;h=219" alt="" width="300" height="219" /></a></em></em><p class="wp-caption-text">“Verso l’orizzonte, voglio vedere cosa c’è dall’altro lato”</p></div>
<p><em> </em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/540/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/540/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=540&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Minima catarsi in cinque atti (Atto V: Un periodo di pieno di sorprese)</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 20:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed eccomi qui, agli sgoccioli di questo tortuoso percorso intrapreso quasi una trentina di mesi fa. Un viaggio sofferto e cupo a tratti, privo di punti di riferimento ed esente da verità a taglia unica, che pure mi ha regalato momenti di rara introspezione, numerosi pungoli per un’insospettata metamorfosi interiore e che, infine, mi ha [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=525&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ed eccomi qui, agli sgoccioli di questo tortuoso percorso intrapreso quasi una trentina di mesi fa.<br />
Un viaggio sofferto e cupo a tratti, privo di punti di riferimento ed esente da verità a taglia unica, che pure mi ha regalato momenti di rara introspezione, numerosi pungoli per un’insospettata metamorfosi interiore e che, infine, mi ha condotto all’affrancamento dagli smunti spettri delle mie paure.<br />
Il che non è poco.<br />
Emancipazione significa indipendenza, ossia la libertà di lasciar correre i neonati pensieri e le proprie emozioni lungo i declivi striati della coscienza e della maturità, fragili aquiloni sospinti dalla sensibilità oltre i recinti dell’individualismo, degli schemi preordinati e del falso moralismo.</p>
<p>Oggi, pur coi miei mille dubbi e qualche scheggia di fiducia ancora tra le mani, sono un uomo felice.<br />
La mia compagna mi ha riparato col suo amore, la mia mente non sanguina più. C’è ancora un po’ di disordine qua e là, ma di quello buono, di quello creativo, che quasi non infastidisce quando non si trovano tutte le risposte nel fondo della tasca.<br />
Tra poco più di un mese ci sposeremo, perché finalmente ho la chiave di lettura dell’amore (qualcuno, una volta, mi scrisse che dell’amore io non avevo capito niente).<br />
A ottobre diventerò padre di nostro figlio. Mi auguro di sapergli trasmettere il vigore della lealtà, la forza del rispetto verso i più deboli, il coraggio della dignità personale, giacché questa è la vera ribellione.<br />
Di certo lo esorterò a dar spazio ai suoi sogni.<br />
Dopotutto, dai propri errori s’impara.</p>
<p>Cosa accadrà nei prossimi mesi non riesco a immaginarlo.<br />
Per la prima volta nella mia vita nemmeno mi interessa saperlo.<br />
Sarà ciò che ho seminato – che <em>abbiamo </em>seminato -, tanto mi basta.</p>
<p>Non nego che mi sento sempre più estraneo da R. e dalle sue miserevoli comodità (di tanto in tanto mi capita ancora di scorgere nuove mail di A. sul monitor di R., puntuali come la sete in una riarsa giornata di sole, quand’anche abilmente eclissate da altre finestre, posizionate con pedante minuzia dal mio socio: quale cura maniacale, quante inutili energie sprecate nel mantenere in piedi questa goffa e sciocca psicosi di inganni); mi capita, a volte, di percepirmi come un alieno nella mia stessa azienda, a cui peraltro sono ancora affezionatissimo – ma la devozione, quella no, non è più la stessa di un tempo.</p>
<p>Probabilmente aveva ragione Alexander Dumas padre nel dire che “negli affari non ci sono amici, soltanto soci”.<br />
E forse questo blog è proprio questo, il distillato di un’amicizia che non c’è più, o che si è solo sgranata.<br />
Un fallimento per chi ha eretto la propria esistenza attorno a questo tipo di relazione, un nuovo punto di partenza per chi, nonostante tutto, non si rassegna a smettere di crederci.<br />
Certo, ci sono ancora giorni in cui vince una rabbia soverchiante, altri in cui invece prevalgono le ferite e l’umiliazione. Ma sempre più spesso non avverto nulla.<br />
Pur tuttavia non è il trascorso a interessarmi in questo momento. I ricordi sono tutto ciò che è rimasto a R. – un’esistenza ancorata al passato e ricorsivamente identica a sé stessa – e questo è già di per sé un mutuo salato da estinguere per la propria noncuranza cronica, zoppicante implementazione di un’ostinata paura verso i cambiamenti (d’altra parte chi non sa dove è diretto non arriva da nessuna parte, o no?).</p>
<p>Adesso è il presente a reclamare la mia attenzione, a chiedermi di volgere lo sguardo al futuro imminente.<br />
Mi sento sereno e felice come mai mi è capitato di essere ed è una sensazione meravigliosa, che riscalda il mio ottimismo e veicola reattività e passione attraverso i complicati meccanismi che governano la mia persona, in una sorta di circolo virtuoso.</p>
<p>Soprattutto, oggi, so di avere gambe buone e allenate alla corsa.</p>
<p>Smessi museruola e paraocchi, mi osservo finalmente attorno.</p>
<p>Nella valigia ho le mie ritrovate capacità, una mente fina (non eccelsa, ma ancora svelta quanto basta) e un cuore temprato e di nuovo aperto alle visite.<br />
L’allegra brigata di viaggio certo non mi manca.</p>
<p><em>Arrivederci, mostro!</em> – mi fa eco da una copertina surreale il più autentico dei Ligabue: nella sua rodata saggezza sa bene che si peccherebbe di eccesso di ottimismo nel rivolgere un addio alle proprie inquietudini. Tra un bicchiere di lambrusco e una manciata di poesia in musica, sembra dirmi: “So cosa hai passato, ci sono stato anche io. Ora prenditi il tuo tempo”.<br />
Così il commiato ai miei personali mostri lo lascio qui tra queste righe, in silenzio. Non è una sepoltura vera e propria, quanto piuttosto un’incisione tra le mie prime rughe, a memoria di come spesso le certezze siano soltanto illusioni vestite a festa.</p>
<div id="attachment_533" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/05/arrivederci-mostro.jpg"><img class="size-medium wp-image-533" title="Le certezze sono illusioni vestite a festa" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/05/arrivederci-mostro.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Le certezze sono illusioni vestite a festa</p></div>
<p>È questo, dunque, l’ultimo congedo dal mondo di Alessandro Supertramp?<br />
Chi può saperlo, preferisco credere alle parole di Sepúlveda: “Smetti di scrivere solo quando sai come continua la storia. Ricorda che si possono scrivere eccellenti romanzi con parole da venti dollari, ma che c’è più merito a scriverli con parole da venti centesimi. Non dimenticare che il tuo mestiere è solo una parte del tuo destino. La tristezza si risolve al bar, mai nella letteratura.”</p>
<p>Indipendentemente da dove e come tirerà il vento, continuerò a seguirvi su queste pagine, proprio voi che in silenzio, sussurrando o, al contrario, gridando con indignazione il vostro pensiero, mi avete accompagnato con costanza e affetto in questi due anni e mezzo, sfamandomi con qualche buon consiglio e ripulendomi dai giudizi di merito.<br />
È stato anche il <em>vostro </em>viaggio, questo.</p>
<p>Il mio grazie è poca cosa rispetto a quanto avete saputo donarmi.</p>
<p>Buona vita.</p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">“Comincia a ingiallirsi il nero del livido<br />
non è più così tanto nitido<br />
e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo<br />
Ho cambiato la scheda al telefono<br />
ho lavato nel lago lo spirito</span><span style="color:#888888;"><br />
e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo.<br />
È un periodo pieno di sorprese<br />
e non si contano più le offese<br />
che per decenza mi rimangerei<br />
ma ero stanco di sentirmi come<br />
uno straccio sotto ai tuoi piedi<br />
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi.”<br />
<em>Un periodo pieno di sorprese &#8211; Samuele Bersani</em></span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">«Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.<br />
Ma accetta il consiglio&#8230; per questa volta.»<br />
<em>The Big Kahuna</em></span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">“E gli occhi han preso il colore del cielo,<br />
a furia di guardarlo&#8230; e con quegli occhi,<br />
ciò che vedevi, nessuno può saperlo.</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui<br />
e ad ogni sosta c&#8217;era sempre qualcuno<br />
e quasi sempre tu hai provato a parlare<br />
ma non sentiva nessuno</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">e le tue gambe andavano sempre<br />
sono sempre più adagio<br />
e le tue braccia reggevano a stento<br />
il peso della valigia</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui<br />
ma adesso forse ti puoi riposare<br />
un bagno caldo e qualcosa di fresco<br />
da bere e da mangiare</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">ti apro io la valigia mentre tu resti li<br />
e piano piano ti faccio vedere<br />
c&#8217;erano solo quattro farfalle<br />
un po&#8217; più dure a morire</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">e sole pioggia neve tempesta<br />
sulla valigia e nella tua testa<br />
e gambe per andare<br />
e bocca per baciare</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;">sole pioggia neve tempesta<br />
sui tuoi capelli su quello che hai visto<br />
e braccia per tenere e fianchi per ballare”<br />
<em>Il peso della valigia – Ligabue</em></span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/525/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/525/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=525&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Alex Supertramp</media:title>
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	</item>
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		<title>Minima catarsi in cinque atti (Atto IV: Scivolo di nuovo)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 17:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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		<category><![CDATA[timore]]></category>
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		<description><![CDATA[Un vecchio adagio recita che a pensar male si commette peccato, ma che spesso ci si prende. Inghiottito il frutto acerbo del disincanto e sedato il mio orgoglio ferito, ad aprile duemilaotto mi sono persuaso a impostare diversamente il legame tra me e R., separandolo con il bisturi del raziocinio. Recisa la relazione amicale, rimaneva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=496&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un vecchio adagio recita che a pensar male si commette peccato, ma che spesso ci si prende.<br />
Inghiottito il frutto acerbo del disincanto e sedato il mio orgoglio ferito, ad aprile duemilaotto mi sono persuaso a impostare diversamente il legame tra me e R., separandolo con il bisturi del raziocinio. Recisa la relazione amicale, rimaneva in piedi il rapporto lavorativo.<br />
Bene. Chi stesse meditando di perseguire una strategia simile farebbe meglio a dissuadersi con la stessa rapidità con la quale le energie richieste da una tale contingenza scemano ad una criticità che sa di emergenza.<br />
Innanzitutto riformare da un giorno all’altro abitudini radicate negli anni è tanto avvilente quanto sfibrante, men che meno scoraggiare richieste di interazione che neanche un mese prima erano sostanza della quotidianità. Per dirla in altro modo: è spiazzante – al limite della schizofrenia – rivedere in modo drastico la propria reciprocità; le trappole psicologiche di cui è disseminato il percorso sono innumerevoli.<br />
L’aspetto più fastidioso, tuttavia, è il ritrovarsi a convivere giorno dopo giorno con una situazione irrisolta, dove entrambi sanno eppure tacciono (per non alimentare il dolore altrui, per evitare di abbassare ulteriormente le proprie difese mentali, per semplice vigliaccheria o per sopravvivenza… alla fine poco importa quale sia la vera motivazione, l’intenzionalità resta).<br />
Ed è indubbiamente questa la parte più difficile.</p>
<p>Non avendo idea di come attuare i miei propositi – ma del tutto risoluto nel farlo –, ho dato inizio ad una lenta e muta circumnavigazione attorno lo sconosciuto che avevo di fianco (siamo tutti isole, in fondo), concedendomi tempo per analizzare il nuovo ecosistema e ridefinire confini che avevo sempre dato per assiomatici.<br />
I primi cambiamenti sono seguiti poco dopo, piccoli mutamenti significativi anche se non immediatamente percettibili da uno spettatore distratto: ho preso a chiamare R. col suo nome per esteso (è più facile scrollarsi di dosso ogni residuo infetto una volta banditi con lucida ineluttabilità diminutivi e vezzeggiativi); in seguito ho smesso di propormi come riparo certo alla prima avvisaglia di difficoltà, diluendo la mia presenza sottintesa e digradando ogni facilitazione non conquistata.<br />
Pur comprendendo che la rivalsa non risarcisce di nulla (al più offre uno scialbo sollievo momentaneo), non posso non ammettere che agendo in questo modo speravo che R. cogliesse quanto poco gradevole sia non trovare al proprio fianco una figura amica, o quantomeno propositiva, in un momento di forte disagio.<br />
Di fronte al suo visibile smarrimento (in parte comprensibile, di fatto non giustificabile) ho mantenuto freddezza e rigore militare, atteggiamenti da sempre estranei al sottoscritto.<br />
Continuavo a ripetermi con assiduità che se R. avesse semplificato il mio ruolo, cessando di identificarmi unicamente come amico (come poteva confidare di riuscirci, d’altronde?) e iniziando piuttosto a riconsiderarmi (e accettarmi) come semplice socio, forse si sarebbe sentito maggiormente responsabilizzato ad assumere un ruolo più attivo e presente in azienda.</p>
<p>Nulla di più sbagliato.</p>
<p>Lentamente ho avvertito attecchire in R. una sorta di timore reverenziale verso la mia figura (non era questo che andavo cercando, pur presagendo che qualcosa da consegnare sull’altare sacrificale andava messo in conto se volevo reimpostare la nostra relazione su un piano strettamente professionale), fino a dover prendere atto di una vera e propria abdicazione non dichiarata nei miei confronti: non solo R. non ci teneva affatto a governare il timone, ormai questo risultava abbastanza evidente, ma anzi pareva succube di quella specie di calma piatta che lo avviluppava in ufficio.<br />
Confidavo che di fronte ad una situazione drasticamente alterata lui reagisse col suo tipico e apatico distacco (o almeno con rassegnata dignità); invece, a maggio duemilaotto, R. comincia progressivamente a tirare i proverbiali remi in barca, ogni giorno un poco di più, al punto che a giugno mi vedo costretto a richiamarlo bruscamente all’ordine (lui stesso ammetterà le sue mancanze).</p>
<p>Parallelamente, la funzionalissima A. prende a imporre sempre più la propria ingombrante presenza nella nostra azienda (evidentemente percepita dalla leggera donzella – per effetto della proprietà simmetrica – <em>anche </em>come propria). Lo fa in maniera implicita, attraverso mail e sms (come se a nulla fosse valsa la mia volontà espressa in quel messaggio di due mesi prima), eppure decisamente palpabile, al punto che ogni volta che mi volto involontariamente verso R. lo colgo depositare rapidamente il telefonino, con aria colpevole (come se aver silenziato la suoneria bastasse a nascondermi i marosi epistolari che giornalmente – e con ossessiva sollecitudine – affondano l’ufficio).<br />
Pur mettendo da parte ovvie considerazioni (ma la signorina incontra così tante difficoltà ad occupare la propria giornata lavorativa? e deve per forza riempire anche quella degli altri? e il suo spasimante proprio non capisce che in quel modo la situazione può solo peggiorare? perché se è vero che alla fine del mese la remunerazione viene rivendicata nella stessa misura del socio, non è altrettanto vero che le due velocità collimano), la cosa risulta sufficientemente detestabile – A. si mostra per quello che già avevo intuito dalle mail scambiate con R. sulla casella aziendale, egocentrica e possessiva, totalizzante in termini assoluti, bisognosa non tanto di attenzioni quanto di un chiassoso palcoscenico itinerante – tanto che ad agosto (a due mesi dall’ultimo richiamo formale) torno a perdere le staffe e sollecito R. a porvi un freno. Una telefonata-sfogo post-lavorativa della durata di oltre due ore, in cui lui tenta di addurre giustificazioni sconnesse e leggere, adoperandosi per convincermi che A. non pensa affatto male del sottoscritto e che, anzi, ci terrebbe che il nostro rapporto tornasse quello di un tempo. Mi chiedo fino a che punto R. abbia percepito l’irreversibilità del cambiamento. Non si può vivere il presente con la mente rivolta alle ovazioni del passato, non si va da nessuna parte in questo modo. E in ogni caso io ho solo richiesto minor ingerenza sul lavoro, tutto il resto non è di mia competenza, né di mio interesse.<br />
La conversazione si conclude nella speranza che al ritorno dalle ferie le cose possano gradualmente riassestarsi (leggasi meno intrusioni dall’esterno, più comunicazione interna, pari impegno e incarichi sul lavoro).</p>
<p>Trascorre un anno. Il clima generale non migliora come nelle dichiarate intenzioni, piuttosto si mantiene ad un livello endemico di sostentamento – una sorta di patto di non belligeranza tacitamente sottoscritto da ambo le parti – tra alti (poco alti) e bassi (in alcuni casi vertiginosi).<br />
Questa reciproca non invasione di campo non produce alcun effetto positivo, se non un adattamento reciproco soporifero, sporadicamente interrotto da vani tentativi di rivoluzione (G. – con la quale, nel frattempo, comincio a trovarmi sempre più a mio agio – propone un’uscita di coppia, per cercare di sdrammatizzare la situazione e togliere ruggine; mi duole ammetterlo, ma è un insuccesso clamoroso: il sottoscritto rabbuiato e diffidente; R. impacciato e patetico nei suoi sforzi di proporsi come simpatico protagonista – <em>one-man show</em> o ci nasci o sei ridicolo, punto e basta –; A. &#8211; ignara di quanto sappia di lei il socio del suo attuale fidanzatino &#8211; che dispensa radiosi sorrisini come se fossimo amici di lunga data, come se quella dannata telefonata a mia madre non fosse mai avvenuta (né fosse stata lei ad innescarla) e come se l’ipocrisia fosse l’unico abito che le stesse bene indosso: vomita a ripetizione aneddoti incentrati sulle proprie esperienze di vita passata, trainando la serata su di sé ed eclissando il povero R. – che in certi attimi suscita addirittura la mia compassione).</p>
<p>Sul lavoro tutto procede esattamente come prima: io che fungo da front-end (il termine esatto è <em>catalizzatore</em>) per i contatti dall’esterno e per le delibere interne (e che, paradossalmente, rischio di divenire mio malgrado il vero collo di bottiglia dell’azienda), lui che esegue meccanicamente ciò che gli viene richiesto (e nulla più). Io che mi presento in ufficio all’alba di ogni mattina, spesso anche nei week-end in un tentativo estremo di onorare pianificazioni e scadenze, e che per portare in azienda valore aggiunto prendo a mano anche incarichi extra-lavorativi; lui che al massimo alle 18:30 deve essere sulla strada verso casa e che negli ultimi cinque anni si è trascinato alla sua scrivania di sabato in non più di due occasioni (sempre dietro esplicita preghiera).</p>
<p>A settembre 2009 mi vedo costretto a porlo di fronte ad uno spiacevole <em>aut aut</em>: vuole continuare a fare il titolare d’azienda (a patto di essere presente,  intercambiabile al sottoscritto e propositivo) o preferisce forse fare il dipendente (qui o altrove non importa)? Glielo domando in tutta serenità, senza lasciar trasparire alcun astio o idea preconcetta. Lo invito anzi a prendersi qualche giorno per riflettere con calma, anche insieme alla propria famiglia, se crede.<br />
L’indomani a pranzo mi risponde che vuole continuare a essere socio dell’attività.</p>
<p>Lentamente, troppo lentamente, arriva anche la fine di dicembre 2009.<br />
Le giornate scivolano via tra lunghi silenzi e presenze fisiche che nascondono assenze di altro genere. Per quanto mi sforzi non riesco a scorgere alcuna motivazione dietro al mio ex-commilitone, ho come l’impressione che lui <em>resista</em>, forse in nome di un’amicizia decennale che ancora non riesce a dare per evaporata.</p>
<p>Prendo mestamente nota del fatto che con l’anno nuovo dovrò assumere io una decisione, poiché da parte sua non perverrà mai alcun segnale di cambiamento, foss’anche di rottura.<br />
L’incognita è che nemmeno io so esattamente cosa desidero. Il non essere al corrente dei sentimenti e delle intenzioni dell’altra metà della società mi svigorisce di ogni aspirazione.</p>
<p>Arriviamo così a inizio gennaio duemiladieci. Complice una giornata in cui R. esce ed entra continuamente dall’ufficio, mi ritrovo a fissare il suo cellulare rimasto incustodito sulla scrivania, il quale continua a segnalare in maniera molesta sei messaggi non ancora letti.<br />
Il demone della diffidenza mi fomenta a dare un’occhiata. Cerco di ignorarlo e per un po’ riesco nell’intento, ma solo per un po’. Il ricordo di quelle e-mail su di me, di quella ignobile intrusione a casa mia, di quei sorrisini taglienti da un lato e di quei silenzi indecifrabili dall’altro, unitamente alle chiamate che da qualche giorno R. riceve sul suo telefonino e che lo portano puntualmente ad allontanarsi con rapidità dalla stanza per sostenere la conversazione in un luogo più appartato (in un caso lo sento mormorare, prendendo tempo imbarazzato, che “eehh… …sì, ancora… …<em>c’è</em>…” – riferendosi al sottoscritto e facendomi sentire in colpa per essere presente al mio posto, esattamente dove avrei dovuto), mi inducono a cedere.</p>
<p>Pensavo di aver inciampato in un fosso. Invece era un baratro.</p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Stai su! Tu hai me che t voglio bene e lui no! buona giornata topino :*”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Topino come va?hai parlato con </em>&lt;il mio nome&gt;<em>? Io c sono se hai bisogno..:)”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Topino è un mondo materialista.. Valuta tu in questi anni cosa fare e come si mettono le cose con la </em>&lt;nome della nostra azienda&gt;<em>..poi al massimo prenderai atto delle conclusioni e andrai da </em>&lt;nome del precedente datore di lavoro di R.&gt;<em> a farti vivo..<br />
Xke questo è un mondo di lupi.. Ma non lupo come te buono e solitario,lupi cattivi e avidi! Io t amo e t accolgo così come sei anche povero in canna..l&#8217;importante è avere qualche soldo x fare una vita dignitosa..non voglio vivere nel lusso voglio solo vivere serena..”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Al max vai a fare il dipendente da </em>&lt;nome di un nostro partner aziendale&gt;<em>, sei in gamba e lo conosci..t prende subito..”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“In bocca al lupo x domani con </em>&lt;il mio nome&gt;<em>..”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“E ricordati che li dentro vali tanto tu quanto lui..siete al50..se t fa arrabbiare digli ciò che pensi!”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“tutto bene li con </em>&lt;il mio nome&gt;<em> </em><em>e lavoro?buona giornata..”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Mi mi mi! Topo&#8230; Sento puzza di imbroglio&#8230;mi ha chiamato papà con un&#8217;ansia x sapere se stasera vado la&#8230;sento proprio puzza di imbroglio!!!non mi fido!è come </em>&lt;il mio nome&gt;<em>! E non c volo andare ma ormai l&#8217;ho detto..verso le 20.30 mi chiami in ogni caso così ho la scusa x venire via?grazie topo!”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Vedi che sta già succedendo quello che t dicevo? Non te ne faccio una colpa però è così..sei impegnato con il lavoro e stasera non c vediamo..<br />
Quand&#8217;è che mi stupirai?venendo da me con dei fiori.. Va beh,sono ridicola&#8230;questa è l&#8217;ultima volta che lo ripeto&#8230;e so che è inutile&#8230;però ribadisco&#8230;”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">R. <em>“Ultime notizie: G. e I. hanno venduto l&#8217;attività&#8230;come prospettavano già a mia sorella tempo fa&#8217;. La brutta notizia è che chi l&#8217;ha comprata è quella bionda scazzosa e incagabile che incontriamo la mattina mentre porta il figlio alle elementari! E indovina? Si chiama </em>&lt;il mio nome&gt;<em>! Aiuto!”</em></p>
<p>Alla cattiveria e alla stupidità della gente non c’è vaccino, eppure non è tanto questo a infastidirmi. A offendermi non è la prova che anche R. sa essere sleale o, in certi casi, addirittura perfido. E non è nemmeno l’approssimazione miope di certe osservazioni esplose sul mio conto da una persona che non mi conosce (ma che non prova vergogna nel giudicarmi). Da sempre esiste chi abusa di sentenze con leggerezza, sputandole prima ancora di averle masticate del tutto (<em>la meschinità degli uomini è una miccia in cerca di fuoco</em>, scrive Carlos Ruiz Zafón; <em>Guarda il santo e stima il miracolo</em> sostiene, invece, la saggezza popolare).</p>
<p>Chiedetevi piuttosto come ci si possa sentire nell’intuire i propri continui sacrifici (accantonati in un lustro) riassunti e sviliti in pochi caratteri da una sciocchina appena arrivata, una moralista arrogante e superficiale che si erge a immacolato giudice della vita altrui (e a cui piuttosto mancano diversi gradi di apertura mentale) e che si crogiola in quella che lei stessa propaganda come una esistenza indiscutibilmente superiore alle altre, quando proprio la sua non è che una magra contraffazione della realtà.<br />
Due esistenze parallele mentre la vita vera è altra, non certo il cieco affannarsi per rincorrere avidamente qualcosa (disposti a passare sopra tutto e <em>tutti</em>) il quale, una volta ottenuto, si rivela stoppino per un nuovo desiderio, pronto ad incendiarsi in un vizioso vortice di invidia e voracità.</p>
<p>Ma c’è dell’altro.</p>
<p>Nel leggere quei messaggi qualcosa mi si era da subito impigliato nella mente, come uno sgradevole stridio di fondo pur coperto da un <em>ensemble</em> apparentemente melodico, vale a dire l’anomalo rapporto di subordinazione venutosi a creare tra quelle due persone. Se all’inizio mi era apparso quasi paterno, a tutt’oggi lo reputo piuttosto un legame materno, solo che R. è la madre e A. la bambina.<br />
Una bimba capricciosa e rigida, che pretende e non concede.</p>
<p>Ma R. che dice? R. cosa pensa <em>realmente</em>?<br />
Condivide? Tollera? Ignora? Soccombe?<br />
O semplicemente inganna i propri demoni?</p>
<p>Per quanto cerchi di interpretare la sua inerzia, non riesco a rispondermi.<br />
Quei messaggi infantili, ripetitivi, autoreferenziali, e il temperamento sopito di R. mi appaiono indicativi di un rapporto simbiotico.<br />
Più di una volta mi hanno richiamato alla mente l’immagine di una corteccia vuota all’interno.<br />
E questa corteccia si chiama alessitimia.</p>
<p>L’alessitimia è un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall&#8217;incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere, e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi.<br />
Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sè.<br />
Letteralmente significa &#8220;non avere le parole per le emozioni&#8221;.<br />
Si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, come pure a distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche.<br />
I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà ad individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o ad esprimere le proprie emozioni, e al contempo non sono in grado di interpretare le emozioni altrui.<br />
La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d’introspezione e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media.<br />
I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di essa, preferiscono l’isolamento.<br />
L’alessitimia viene generalmente associata ad uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.<br />
In psicosomatica viene considerata un importante fattore di rischio, in quanto può accrescere la suscettibilità individuale alla malattia.<br />
Sono state proposte diverse teorie neurofisiologiche per l’origine eziologica dell’alessitimia: secondo alcuni ricercatori, i sintomi fisici dei pazienti alessitimici sono dovuti al fatto che le emozioni vengono incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie neuroendocrine e autonome.<br />
Inoltre gli studi sulla specializzazione emisferica, compreso il modo in cui il cervello integra il linguaggio affettivo e propositivo, hanno portato all’idea che l’alessitimia sia dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro o ad una carenza nella comunicazione interemisferica.</p>
<p>Vi sono diversi livelli di alessitimia: a volte l’incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni non è assoluta, ma limitata ad alcuni particolari contenuti, situazioni, emozioni.<br />
Il paziente-tipo che soffre di alessitimia si presenta come una persona passiva, dipendente e tendente al conformismo sociale, oltre che scarsamente adattata all’ambiente; mantiene uno stile di pensiero piuttosto infantile (spesso ricorre all’imitazione sociale nelle sue azioni), egoistico ed utilitaristico. La postura è rigida e le espressioni facciali scarse. Un alessitimico mostra una coscienza morale piuttosto rigida e tende ad attribuire gli eventi della sua vita a fattori esterni. È incapace di discriminare le emozioni l’una dall’altra, come pure di distinguere le emotività dagli stati somatici che le accompagnano; presenta difficoltà nel comunicare verbalmente i propri sentimenti ed è inabile nel ‘pensare ai sentimenti’, ossia nel mentalizzare le emozioni.<br />
I soggetti affetti da alessitimia, inoltre, manifestano una fantasia impoverita e una scarsa disposizione a provare emozioni positive come gioia, felicità e amore.</p>
<p>Questo è quanto si trova in letteratura.</p>
<p>Non posso sapere se R. sia davvero alessitimico (né, a questo punto, ci tengo in modo particolare a volerlo scoprire), certo è questo suo modo distaccato di esperire ciò che gli gravita attorno è indice di una problematicità nel relazionarsi con gli altri (magari imputabile semplicemente al non ritenersi all’altezza di certe situazioni o, al contrario, a una scarsa considerazione della soggettività altrui, non saprei).<br />
Ritengo tuttavia, con buona probabilità a torto, di certo illegittimamente, che una persona come A. non possa che esasperare ulteriormente questo sbilanciamento psicologico; l’impressione avuta da quell’assiduo scambio di messaggi, infatti, è che R. non viva attivamente la propria vita, ma assorba di riflesso l’esistenza di qualcun altro, spettatore passivo – unico e privilegiato – di quel teatrino ambulante che è la favola porcellanata di A. Ci si augura che la protagonista non si svegli mai. O che la ceramica non s’incrini.</p>
<p>È vero, non ho il diritto di giudicare nessuno (anche chi, a sua volta, ha poco altruisticamente messo me alla berlina). E mi starebbe bene di aver travisato tutto quanto.</p>
<p>Rimane il fatto, però, che anche l’ultimo scampolo di fiducia tra me e R. si è definitivamente eroso (come è possibile, in generale, fidarsi di chi chiede comprensione e poi, non visto, si pulisce le scarpe sui sentimenti degli altri?).<br />
Soprattutto, mi domando, per quanto tempo ancora R. riuscirà a sostenere questa trazione urgente tra due poli opposti?<br />
Come può essere ogni giorno in azienda e lavorare disteso se ogni sforzo (comune o singolo, perché anche lui, lo vedo, si sta impegnando di apparirmi come l’amico fedele di un tempo) viene ravvisato dall’altra metà del cielo come una immolazione ingiusta, un olocausto non necessario? E, per contro, come può riporre stima nel proprio socio intuendo che quest’ultimo ha perso ogni affettività in lui, dopo quanto è accaduto?</p>
<p>Un elastico non può rimanere teso per sempre.<br />
Ed è perfettamente chiaro verso quale direzione tenderà una volta svincolato.</p>
<div id="attachment_507" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/04/969cc89c54ba32360a121d0b13e3af29.jpg"><img class="size-medium wp-image-507" title="Mi sono scoperto prigioniero della mia stessa carne divenuta argilla di fronte al tuo silenzio e la tua inettitudine. Ora sono luce che filtra tra le crepe che iniziano a manifestarsi lungo le pareti." src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/04/969cc89c54ba32360a121d0b13e3af29.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Mi sono scoperto prigioniero della mia stessa carne divenuta argilla di fronte al tuo silenzio e la tua inettitudine. Ora sono luce che filtra tra le crepe che iniziano a manifestarsi lungo le pareti.</p></div>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;"><em>“In questo silenzio<br />
penso al losco tiro muto<br />
riservato alle mie spalle<br />
onoratissime!<br />
Perché non parli<br />
cosicché potrò stanarti<br />
lingua a sonagli<br />
sputa in bocca ai tuoi fratelli”</em><br />
Lingua a sonagli – Carmen Consoli</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;"><em>“Mancava solo un corpo estraneo<br />
nascosto a bordo come Alien<br />
un viscido ominide<br />
venuto per schierarsi dalla tua parte<br />
maledetto sia<br />
è uscito adesso all&#8217;improvviso<br />
e avete già deciso<br />
di fare a meno di me”</em><br />
Valzer nello spazio – Samuele Bersani</span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;"><em>“Caro il mio Francesco che conosci un po&#8217; i colleghi<br />
e forse non a caso vivi lì sugli Appennini<br />
sai quaggiù ce n&#8217;è in qualche modo di tre tipi<br />
bravi artisti, furbacchioni e topi</em></span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;"><em>il topo canta solo di quanto lui sia puro<br />
e poi dà via la madre per stare sul giornale<br />
ed è talmente puro che ti lancia merda<br />
soltanto per un titolo più largo</em></span></p>
<p style="padding-left:30px;"><span style="color:#888888;"><em>e io che il mio disprezzo me lo tengo dentro<br />
che il letamaio è colmo già pubblicamente<br />
ma quei presunti puri mi possono baciare<br />
queste chiappe allegramente”</em><br />
Caro Francesco &#8211; Ligabue</span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/496/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/496/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=496&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Minima catarsi in cinque atti (Atto III: Non è una lettera d’amore)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 20:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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		<description><![CDATA[A volte il destino sceglie modi bizzarri per porci di fronte il sentiero giusto, mischiando le carte e barando senza remora alcuna. Qualche mese prima della mia penosa crisi (e dei natali di Alessandro il Vagabondo), in occasione di una cena di lavoro, ebbi modo di incrociare una ragazza davvero singolare. Singolare è il termine [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=484&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte il destino sceglie modi bizzarri per porci di fronte il sentiero giusto, mischiando le carte e barando senza remora alcuna.</p>
<p>Qualche mese prima della mia penosa crisi (e dei natali di Alessandro il Vagabondo), in occasione di una cena di lavoro, ebbi modo di incrociare una ragazza davvero singolare. <em>Singolare </em>è il termine giusto per definirla, dal momento che in tutta la mia vita mai mi era capitato di imbattermi in una personalità così vitale e caleidoscopica al tempo stesso (nonostante, segretamente, da sempre lo sperassi).<br />
Un incontro imprevisto, o per meglio dire accidentale, considerato che nessuno dei due, in quell’afosa serata di luglio, avrebbe dovuto trovarsi lì, in un ristorante accoccolato sulle colline modenesi, per partecipare ad un evento conviviale le cui aspettative erano un’incognita per molti dei partecipanti.<br />
Eppure c’eravamo.<br />
Non solo. Pur distanziati l’uno dall’altro di diversi commensali (molti dei quali mortalmente noiosi, lo confesso), in un dato momento della serata il caso aveva voluto che si fosse venuto a creare un vuoto tra me e lei, colmato poco dopo dal sottoscritto – non ricordo se con timida intenzionalità o per una banale circostanza fortuita.<br />
Sarei insincero se non ammettessi che nel corso del convito l’avevo intravista in più di un’occasione e che ero rimasto colpito dalla sua aria incerta, talvolta distante, come invischiata in pensieri rappresi sulla sua mente, ma anche capace di quegli amabili sorrisi che sporadicamente irrompevano sul suo viso da ragazzina, illuminandole un paio di occhietti scuri e vivaci.<br />
Normalmente non azzardo approcci diretti con il sesso opposto, tantomeno amo intrufolarmi nella vita altrui se non dietro esplicito invito.<br />
Fatto sta che accadde.<br />
Un diversivo banale – seguito a ruota da qualche impacciata battuta di circostanza (verosimilmente sul meteo o qualche altra ovvietà da repertorio) – e ci ritrovammo a poco a poco a conversare amabilmente del Brasile, di Gabriel García Márquez e delle sue puttane tristi, di Italo Svevo, dei festival della filosofia e dei corsi di scrittura creativa, di Ray Bradbury, fino a perderci tra le strette vie del barrio gòtico di Barcellona e le meraviglie visionarie di Gaudí a Parc Güell, e a dipingerci addosso i cieli dell’Irlanda in un travolgente (quanto divertente) eco di “Anche tu? No, davvero? Anche io!”.<br />
E mentre certi sorrisi andavano schiudendosi con ritmo e intensità crescenti, gli occhi prendevano a cercarsi in modo diverso, sbirciando tra le frange in ombra e intuendo profondità estranee agli sguardi altrui; indovinando una malinconia di fondo per la quale certe risate non erano sufficienti a bonificare gli spazi vuoti in eccesso, ciò nondimeno lasciando trapelare uno spessore e una sensibilità che promettevano attimi preziosi.</p>
<p>I tempi non erano tuttavia maturi. O, semplicemente, il percorso che ci avrebbe condotto a riconoscerci mostrava ancora vaghi contorni tratteggiati. La vita non è tale fino a quando non hai sofferto per davvero, dicono.<br />
Così, nonostante la piacevole conversazione e lo stupore (delizioso) nello scoprire l’ammontare considerevole di interessi in comune (nonché l’incredibile numero di eventi a cui entrambi avevamo partecipato pur senza mai incontrarci), per i successivi cinque mesi non uscimmo più insieme, tra assurdi impedimenti e concomitanze improbabili.</p>
<p>Solo a dicembre 2007, mentre cominciava la mia lenta discesa nei meandri di una mente che andava gradualmente rivelando il proprio lato proibito, ripresi i contatti con lei, prima via sms (un innocente scambio reciproco di auguri natalizi durante i miei vagabondaggi solitari per la Museumsinsel e il Checkpoint Charlie di Berlino), poi via mail.<br />
Ironicamente, fu proprio la scrittura – e l’amore per essa – a rivelarci l’un l’altro definitivamente.<br />
A poco a poco cominciammo a far l’amore con la poesia che l’inchiostro intinto tra i nostri pensieri notturni lasciava su carta; al cospetto di una quotidianità assordante e metallica, giorno dopo giorno, germogliava tra le parole scritte un arboscello così fragile da spaurire, la cui tenacia – innata per grazia ricevuta – rimaneva ancora inespressa.<br />
Fino a quel giorno.</p>
<p><em>Quel </em>giorno.</p>
<p>Il 28 marzo 2008, ricorrenza del mio trantaquattresimo compleanno – la giornata della finale di partita giocata a carte scoperte – fa la sua rocambolesca entrata in scena il destino.<br />
In quella data infausta, mentre R. e la sua compagna bambina sprecano sterili parole sul sottoscritto e la sua precaria situazione; mentre la madre di R. decide di autoproclamarsi paladina della giustizia del suo pargolo turbato e prepara il fuoco contro un’ignara sessantaseienne acciaccata; mentre fuori un gelo marzolino – coda di un inverno superbo affatto desideroso di cedere il protagonismo alla neonata primavera – aggredisce le persone, e un freddo ancor più intenso mi attanaglia l’anima e blocca ogni mio flusso coerente di pensieri; in quella sera così millimetricamente spoglia, dopo molte esitazioni, accetto di recarmi a cena da lei, la ragazza singolare, dimenticando sul letto di casa ogni mia inutile difesa.<br />
Parlo con lei.<br />
Crollo con lei.<br />
Cerco asilo tra le sue braccia e piango senza farmi scoprire, mentre mi stringe a sé.<br />
Poi mi conduce a guardare le stelle.<br />
Nevica un bacio.<br />
Quella sera, in un osservatorio appena fuori città, la realtà si estranea silenziosamente e contro ogni aspettativa sboccia un amore cauto, a prima vista cagionevole, poiché nato in un cuore per metà inquinato da livide tossine.<br />
Questo, perlomeno, è quanto continua a mulinarmi per la testa nei giorni immediatamente successivi alla genesi di un lato del mio carattere che avevo da tempo dato per atrofico.<br />
Mai avrei potuto immaginare, per contro, la portata che quella ragazza avrebbe in seguito rivestito, reclamandola, nella mia vita, giacché in quel momento ero troppo focalizzato sulla mia sofferenza personale.</p>
<p>Eppure questo è quanto lei ha fatto.</p>
<p>Ha picconato la mia fortezza di dubbi e incertezze.<br />
Ha scavato energicamente a mani nude tra i mattoni della mia superbia e del mio orgoglio.<br />
Ha mostrato ai miei occhi frenati le mie debolezze, chiedendomi poi di cullarle.<br />
Mi ha indicato le mie specificità, stravaganti e colorate, e per questo uniche, per farmi giurare di non trascurarle mai più.<br />
Mi ha addomesticato come la volpe di Saint-Exupéry.</p>
<p>Anche a un lettore distratto, penso, risulti ormai chiaro in che misura fossi fragile in quel momento, un burattino in balia dell’incapacità e della mancanza di cautela da parte di R. nel fronteggiare la mia affettività incrinata.<br />
Non solo avevo perso un amico importante e mi sentivo frodato del mio ruolo.<br />
C’era dell’altro.<br />
Per la prima volta diffidavo pericolosamente di me stesso, insinuando il dubbio fin nelle radici più intime.<br />
Non capivo se stessi esasperando le cose, amplificando i miei auspici disattesi.<br />
Le certezze su cui avevo poggiato da sempre la mia solidità (<em>c’è una soluzione a tutto</em> – è il motto di Tom Hanks in Philadelphia) erano improvvisamente venute meno, scaraventandomi in un dedalo di autocritiche negative, alla ricerca di un equilibrio precario che non esiste (perché ora <em>so </em>che ogni stabilità è provvisoria e limitata alle circostanze).<br />
Mi trovavo ad annaspare per rimanere a galla senza sapere se veramente volevo salvarmi.<br />
Avevo consumato ogni stima in me e negli altri.</p>
<p>In quei giorni di profondo dolore e di altrettanta velenosa solitudine, continuavo a domandarmi come fosse potuta accadermi una simile malasorte, senza in realtà comprendere che il fulcro di ogni cosa non era stabilire se tutto ciò che mi si era riversato sulle spalle potesse davvero capitare soltanto a me oppure a chiunque altro nelle mie stesse condizioni. O se quel purgatorio rancido fosse emotivamente sostenibile o meno (e in certi momenti bui, lo garantisco, ero certo che <em>non </em>lo fosse).<br />
Il punto è che quanto è accaduto al sottoscritto si è verificato in un momento di estrema debolezza interiore, probabilmente anche psicologica, e questo ha reso un calvario ciò che poteva essere un dolore passeggero. Che la situazione sia poi precipitata a causa di una sterile condotta da parte di R., muro di gomma per la mia afflizione, è tutta un’altra storia.<br />
Come sempre il presente annega la propria ombra liquida nel passato.<br />
La morte di mio padre mi ha cambiato, mio malgrado, più di quanto non osassi ammettere, trattenendomi dal seminare incondizionatamente il mio amore e il mio affetto senza la paura di tornare a perdere tutto (come peraltro già mi era accaduto a seguito del lutto paterno): qualcuno sorriderà pensando che stia enfatizzando, che dopotutto la perdita di un genitore è naturale, eppure nella morte non c’è nulla di naturale, a parte il dolore.<br />
La prima arrischiata, dopo tanti anni da quel lontano 1993, si era verificata proprio con R., al quale – emotivamente e psichicamente &#8211; avevo donato tutto me stesso, spalancandogli il pensiero e l’umanità tutta (in ogni forma) di cui ero capace; sennonché ogni singola concessione aveva finito per dileguarsi ineluttabilmente per l’ennesima volta, di nuovo non per mia libera scelta, ma come conseguenza passiva di una delibera ingiunta da altri.</p>
<p>Lei, però, la mia ragazza singolare, ha dimostrato a tutti che anche sui campi di battaglia può nascere qualcosa, finanche dall’ignoranza del prossimo.</p>
<p>Solo lei, non lo dimentico, ha saputo scorgere la poesia segregata nel fondo di modi gentili e riservati.<br />
Afferrate le mie parole, le ha riversate con dedizione su di uno spartito ancora grezzo.<br />
Ha raccolto i miei pensieri e li ha lanciati leggeri nel cielo, come personaggi di Chagall.<br />
Del mio fisico asciutto ha fatto monito possente contro gli invasori.<br />
Del mio cuore ruvido ma fragile ha fatto tempio per le preghiere dei puri d’animo.<br />
Spingendomi il viso sullo specchio d’acqua dei mie pensieri assordati, ha scacciato l’immagine di Narciso per far risplendere la mia, fatta di sogni e ideali.</p>
<p>Ha impedito che il dolore andasse in metastasi, inquinando la mia anima.</p>
<p>E adesso è la mia memoria.</p>
<p>Ecco perché ho deciso di riprovarci, di nutrire di nuovo fiducia in qualcuno.<br />
Che poi, a ben pensarci, forse è veramente questo il gioco della vita.</p>
<p>Questa non è una lettera d’amore, piccola G., almeno non quella che meriti, ma è comunque per te.<br />
Grazie.</p>
<div id="attachment_486" class="wp-caption aligncenter" style="width: 298px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/03/chagall-promenade.jpeg"><img class="size-medium wp-image-486" title="Perché l'amore vero non è molle e pietoso, ma forte e coraggioso (W. Trobisch)" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/03/chagall-promenade.jpeg?w=288&#038;h=300" alt="" width="288" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Perché l&#039;amore vero non è molle e pietoso, ma forte e coraggioso (W. Trobisch)</p></div>
<blockquote><p><span style="color:#888888;"><em>Quando tutte le parole sai che non ti servon più<br />
quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù<br />
quando tiri in mezzo Dio o il destino o chissà che<br />
che nessuno te lo spiega perché sia successo a te<br />
quando tira un po’ di vento che ci si rialza un po’<br />
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle “grazie no”<br />
quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà.<br />
Sopra il giorno di dolore che uno ha.</em></span></p>
<p><span style="color:#888888;"><em>Quando indietro non si torna quando l’hai capito che<br />
che la vita non è giusta come la vorresti te<br />
quando farsi una ragione vorrà dire vivere<br />
te l’han detto tutti quanti che per loro è facile<br />
quando batte un po’ di sole dove ci contavi un po’<br />
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle ancora no<br />
quando la ferita brucia la tua pelle si farà.<br />
Sopra il giorno di dolore che uno ha.</em></span></p>
<p><span style="color:#888888;"><em>Ligabue, Il giorno di dolore che uno ha</em></span></p></blockquote>
<blockquote><p><span style="color:#888888;"><em>Il più bello dei mari<br />
è quello che non navigammo.<br />
Il più bello dei nostri figli<br />
non è ancora cresciuto.<br />
I più belli dei nostri giorni<br />
non li abbiamo ancora vissuti.<br />
E quello che vorrei dirti di più bello<br />
non te l’ho ancora detto.</em></span></p>
<p><span style="color:#888888;"><em>Nazim Hikmet, Il più bello dei mari</em></span></p></blockquote>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/484/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/484/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=484&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Perché l'amore vero non è molle e pietoso, ma forte e coraggioso (W. Trobisch)</media:title>
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		<title>Minima catarsi in cinque atti (Atto II: Nelle terre selvagge)</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 00:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad aggravare ulteriormente il mio già complesso malessere personale, a inizio duemilaotto, è il giungermi di certe piccole, spiacevoli, voci. Il 27 marzo, un giovedì mattina, mi viene riferito che il pomeriggio precedente R., nel corso di un rendez-vous con alcuni membri di un’importante associazione di categoria di cui – per ragioni di rappresentanza – la nostra società fa parte (incontro al quale non ero in grado di presenziare a seguito di motivi personali), manifesta il proprio disagio in relazione al fatto che tra i due soci tira una brutta aria. Mossa quantomeno avventata in un contesto ufficiale, fatto di delicati equilibri e relazioni formali.<br />
Facile immaginare come le galline del pollaio si siano immediatamente tuffate a beccare il granturco.</p>
<p>All’inizio l’intera faccenda mi suona poco credibile. R. può peccare d’ingenuità, è indubbio, ma è altrettanto conscio di quanto io tenga alla riservatezza intorno alla mia sfera privata. Ancor di più, sa quanto posso divenire feroce verso chi cerca di insinuarsi, non desiderato, tra le pieghe della mia intimità.<br />
Preferendo affrontarlo senza inutili giri di parole, la mattina seguente, non appena arriva in ufficio, gli domando delucidazioni in merito.<br />
Lui dapprima smentisce, piuttosto stupito di come certe chiacchiere possano essere messe in circolazione; ciò non impedisce alla mia schiena di divenire terreno fertile per quel tremito incolore che solitamente precede una sgradevole intuizione. Gli rivolgo una sola domanda, cruda e diretta. «Qualcuno sa delle mie visite mediche?»<br />
Lui si irrigidisce appena. «In che senso?». Il rapido movimento del suo pomo d’Adamo non mi sfugge.<br />
«Hai per caso detto a qualcuno che sono in analisi?». Qualche settimana addietro avevo deciso di mettere al corrente R. della mia scelta di ricorrere ad uno psicoterapeuta per due motivi: evitare di dover giustificare nei modi più improbabili le mie uscite settimanali pomeridiane anticipate e, allo stesso tempo, per dimostrargli che ero in grado di dar seguito alla promessa che era riuscito a strapparmi nemmeno un mese prima, quella per cui avrei fatto meglio in futuro a fidarmi di lui e ad aprirmi <em>con </em>lui.<br />
«Ti è sfuggito con qualcuno? Con i tuoi genitori o con <em>qualcun altro</em>?».<br />
In quel frangente si manifesta uno strano fenomeno. Mentre lui risponde che no, non lo aveva fatto, e che era impensabile che andasse a spifferare in giro confidenze così riservate, che mai avrebbe perpetrato un’infamia simile, in particolar modo poi nei miei confronti; ecco, proprio in quel preciso istante, mentre mi fissa negli occhi e tuttavia la sua fronte è imperlata di una sottile pellicola di sudore, gli leggo in viso a chiare lettere che mi sta mentendo. E più si prodiga a sottolineare quanto sarebbe stupido pensare il contrario, quanto più io <em>so</em> che non una sola delle sue affermazioni è sincera.</p>
<p>È una strana sensazione quella che si dimena nello stomaco nel momento in cui gli occhi registrano un gesto, o una condotta, ma il cervello ne spoglia il significato apparente e lo codifica secondo un senso diametralmente opposto.<br />
È come avere la treottanta all’imboccatura del ventre.</p>
<p>Confesso che quella è stata la prima volta in vita mia in cui ho deciso di infischiarmene apertamente della lealtà, contravvenendo ai rigidi dettami morali che da sempre mi accompagnano, svenduti in cambio di una spaurita e squallida conferma sui miei peggiori presagi.<br />
Alla prima occasione in cui R. si assenta dalla stanza, piombo sul suo portatile e cerco tra la posta elettronica inviata. Non avendo particolare interesse a leggere tutti i suoi comunicati (nemmeno ce ne sarebbe stato il tempo), semplicemente digito il mio nome nella casella di ricerca delle mail spedite.<br />
I messaggi emergono immediatamente, a grappoli, comparendo più velocemente di quanto la mia mente possa valutare (e sostenere) la reale portata di quella fionda; d’un tratto è così semplice decifrare la frequenza e la solerzia con cui ultimamente udivo R. battere sui tasti del proprio notebook (vi siete mai accorti di quanto sia differente il ticchettio provocato sulla tastiera nello scrivere una lettera rispetto a quello prodotto per redigere una relazione? Nel primo caso ci sono pochissime pause, tutte di breve durata, nell’attesa di ripartire a comporre di getto; il corpo è isolato e interamente proteso verso lo schermo, distrarsi è quasi impossibile).<br />
Pensavo indirizzasse corrispondenza a clienti, invece no.<br />
Decine e decine di mail scritte dalla postazione di lavoro, in orario di lavoro, alla sua nuova fiamma.</p>
<p style="padding-left:30px;">R. <em>“Ho un pranzo di lavoro&#8230; devo andare con </em>&lt;il mio nome&gt;<em> </em><em>a far presenza di fronte a certi personaggi&#8230; sarebbe più facile se </em>&lt;il mio nome&gt;<em> </em><em>fosse il solito e non l&#8217;ameba di stamattina che non riesce a rispondere ad una domanda con una opinione o un giudizio personale&#8230;”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">R. <em>“&#8230;se questo è un momento di dolore mi sta bene esserti comunque accanto&#8230; Non ci provare a fare la fine di </em>&lt;il mio nome&gt;<em>, me ne basta uno”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">A. <em>“Voglio solo vederti felice&#8230; non alle prese con le turbe mentali di </em>&lt;il mio nome&gt;<em>&#8230;”</em></p>
<p style="padding-left:30px;">R. <em>“Oggi sono in ufficio. Entro le ore 9:00 ho già ricevuto 4 telefonate per cui sono già qui indaffarato… Aiuto!!! Quando ho visto </em>&lt;il mio nome&gt;<em>&#8230; ho pensato che sono felice di avere te!”</em></p>
<p>E infine:</p>
<p style="padding-left:30px;">R. <em>“Sono rimasto solo in ufficio. </em>&lt;il mio nome&gt;<em> </em><em>ha un appuntamento con l&#8217;analista alle 16.”</em></p>
<p>In quell’istante riconosco il nome e le fattezze della viltà, ma si tratta di un attimo appena, poiché immediatamente mi ritrovo assordato dal rugginio del baricentro del mondo che, uscito dal suo perno ossidato, prendere a barcollare fragorosamente per poi rovinarmi istupidito subito addosso.</p>
<p>Così cala il buio.</p>
<p>Ho avvertito freddo e poi caldo e poi di nuovo il gelo.<br />
Ho origliato l’inferno risvegliarsi in me, rigurgitare torbide ingiurie e cercare rivalsa nel rinnegamento.<br />
Ho guardato un intero campo di fiori appassire sotto l’ipertermia di un cielo cremisi per la mia indignazione.</p>
<p>Poi un fulmine e di nuovo la luce – anche se differente da prima.</p>
<p>Rincantucciato in un angolo, attendo pazientemente che R. rientri al suo posto, pensando nel frattempo a cosa dire, a cosa non dire, a come potrebbe apparire il mio viso. Tutto inutile. Non riesco a focalizzare nulla, assolutamente niente.<br />
Scorgendolo avvicinarsi alla porta gli rivolgo nuovamente la domanda, con insospettata flemma. «Hai detto a qualcuno che sono in analisi?».<br />
Lui, imbarazzato, riconferma la propria correttezza nei miei confronti, quasi indispettito da questa insolita insistenza.<br />
Allora gli indico il suo computer.<br />
R. si avvicina allo schermo e impiega qualche istante per capire a cosa stia alludendo. Poi nota l’ultimo messaggio aperto, lasciato intenzionalmente lì sul video.<br />
Quando rialza lo sguardo io sto già uscendo dall’ufficio.</p>
<p>Non faccio nemmeno in tempo a raggiungere la mia auto che mi arriva un messaggio sul cellulare: <em>“Non giudicarmi per questo, non ci sono segreti in una coppia&#8230; A. ha vissuto tutto al mio fianco.”</em><br />
Lei? Curioso, pensavo che quello a trascorrere un brutto periodo fossi io.<br />
Cerco di resistere alla tentazione di investirlo con tutto il risentimento di cui sono avvelenato. Ho solo voglia di starmene in silenzio, da solo, a riflettere su quello che ho appena visto (il messaggio? una persona cara che mi ha mentito per difendere l’amor proprio? Tutti fotogrammi impazziti nella mia testa frastornata), di capire cosa sto provando.</p>
<p>Dopo qualche ora di vagabondaggio (senza sosta e senza meta alcuna) per le vie della città, decido di rientrare in ufficio. Lui non c’è. Si è concesso un pomeriggio di libertà.<br />
Su di un post-it giallo, abbandonato in fretta sulla mia scrivania, mi ha lasciato indicate le ultime incombenze da portare a termine.<br />
D’un tratto una rabbia di violenza inaudita mi prende in ostaggio.<br />
Decido di rispondere via sms, nello stesso modo vile che ha preferito adottare lui.</p>
<p>Uso parole taglienti, la prudenza è rimasta sotterrata dalle macerie del mio orgoglio. <em>“Questo NON significa che tu possa condividere tutto INDISCRIMINATAMENTE, senza alcun filtro, COMPRESE COSE CHE NON RIGUARDANO LA COPPIA, passando sopra la sensibilità altrui senza prima riflettere sulle eventuali conseguenze. Quello che sto passando (e sono IO che lo sto passando, non voi due, tienilo sempre bene a mente; sono io quello che continua a farsi di sonniferi e caffeina; sono io quello che tiene a bada le crisi di panico chiuso nel bagno ad aspettare che passino; sono io quello che non si fa una dormita di sei ore consecutive da almeno tre mesi; non sei tu, non è A.) è una cosa talmente intima che a malapena sanno i miei familiari, ti avevo chiesto di tenertela per te, volevo solo che tu sapessi che stavo cercando di venirne fuori, e invece tu la vai a riferire con una persona che PER ME è e rimane UN&#8217;ESTRANEA? Posso capire tutto, ma davvero questo dettaglio (che tra l’altro riguarda esclusivamente me, non te) dovevi renderlo pubblico? E che valore aggiunto VI ha dato, a parte il danno che ha fatto A ME doverlo scoprire da una mail dopo che mi avevi appena assicurato (oltretutto giurandomelo con l’aria irreprensibile di chi è appena stato accusato ingiustamente) che &#8220;una cosa così personale non si condivide con nessuno”? MA COSA CAZZO TI PASSA PER LA TESTA? E poi mi chiedi anche di non giudicarti? Con quale coraggio? Con quale supponenza? Al massimo puoi chiedere scusa, non indulgenza. Un grazie per la considerazione e il rispetto, che tu predichi e pretendi da chiunque ma non sai nemmeno cosa siano. Vuoi sapere cosa ti devi attendere lunedì prossimo arrivando in ufficio? Niente di diverso dagli altri giorni (a parte il fatto che d’ora in avanti NON TOLLERERÒ più nessuna mail personale – soprattutto riguardante il sottoscritto o i vostri paciugamenti &#8211; inviata durante l’orario lavorativo dalle postazioni aziendali: per quello avete la pausa pranzo, spero di essere stato abbastanza CHIARO). Vuoi invece sapere come sto trascorrendo questo compleanno? E&#8217; in assoluto il peggiore e più squallido che ricordi dal 1993. Divertitevi in gita premio. P.S. Mi raccomando, condividi anche questo messaggio, non fare l’avaro. Magari una di queste volte me la posso scopare anche io, tanto oramai sappiamo tutto l’uno dell’altro, no?”</em></p>
<p>Una caduta di stile, lo ammetto, ma inevitabile.</p>
<p>Poco dopo lui risponde: <em>“Non è niente più di quello che hai fatto tu leggendo la mia posta personale, solo che tu così hai violato due persone in un colpo&#8230;sei più bravo di me”</em></p>
<p>Qualcosa mi sfugge. Non ero io quello che avrebbe dovuto fidarsi di lui?</p>
<p>Nel giorno del mio trentaquattresimo compleanno, mi avvio verso a casa, esausto. È come se avessero raschiato i miei sentimenti su carta vetrata.</p>
<p>La sera decido ugualmente di uscire, obbligandomi ad omettere tra i ricordi della giornata quello che è accaduto poche ore prima (come se fosse possibile). Trascorro la notte all’osservatorio di un paese vicino, a cercare tra le stelle quello che penso di aver smarrito per strada.<br />
Mi sento strano, esterno al mondo, distaccato anche da me stesso, come se il mio corpo e il mio spirito procedessero distanziati di qualche metro.<br />
Devo fare i conti con un vuoto freddo alla bocca dello stomaco e con un cuore piccolo e asciutto come una prugna rinsecchita.</p>
<p>Il giorno seguente, sabato, invio un messaggio a R. pregandolo di farsi trovare in ufficio il lunedì successivo, prima del solito, verso le 8:15, in modo da sistemare le cose tra di noi una volta per tutte e, soprattutto, lontano da orecchie indiscrete.<br />
La mattina del lunedì R. arriva alle 8:40, proprio mentre ormai stavo per andarmene; non pare avvertire il bisogno di giustificare il proprio ritardo.<br />
Gli cedo volentieri la parola. Lui cerca di capire se e come possiamo andare avanti. È rimasto sconvolto dal fatto che io possa aver rovistato tra la sua posta (poco importa se lui e A. hanno frugato nei cassetti della mia intimità).<br />
Lo informo che sono disposto a far finta di nulla. Gli confermo che sono pronto a chiedere scusa anche per ciò che non ho commesso, pur di non compromettere la nostra società e poter chiudere lì la vicenda. Chiuderla definitivamente, senza alcun colpo di coda. Gli spiego che il lavoro è ciò che conta sopra ogni altra cosa; che gli sforzi e gli investimenti spesi fino a quel momento – come pure gl’incoraggianti risultati ottenuti &#8211; non possono disperdersi per un singolo episodio, per quanto poco felice.<br />
Lui concorda.<br />
Quando ritorniamo in ufficio sembra quasi che non sia successo nulla, l’umore di entrambi è discreto, a volte spunta addirittura qualche gentilezza.<br />
Sento che forse, a poco a poco, potrei tornare a fidarmi di lui; d’altro canto è probabile che abbia esagerato nella mia collera, trasportato da un’emotività che non ha deliberatamente considerato tutte le possibili giustificazioni.</p>
<p>Quello che ignoro (e che scoprirò solo in seguito) è che mentre io non vedo, lui scrive un messaggio ad A. il cui contenuto rimarrà impresso nella mia mente finché avrò vita, pietra miliare del disinganno.<br />
<em>“Avresti dovuto vederlo. Si è scusato un migliaio di volte, se avessi voluto mi avrebbe anche leccato la suola delle scarpe”</em><br />
Spregevolezza e codardia. Di nuovo. Gratuitamente.</p>
<p style="text-align:left;">Non è tutto.<br />
Da qualche giorno noto che mia madre mostra un comportamento strano in casa, insolito per lei che in condizioni normali ha un sorriso per tutti.<br />
Dimentica le cose, è agitata, se può evita il mio sguardo, parla con frasi brevi, quasi monosillabi.<br />
Attribuisco la causa alla preoccupazione per la situazione di mio zio, o – al limite – per l’incerta condizione dei propri reni. E anche per me, certo, perché si è accorta che io sono l’ombra di me stesso e perché nonostante i suoi lodevoli tentativi non gli ho ancora confidato nulla di concreto, ogni volta girando attorno al problema.</p>
<p>Un paio di giorni dopo scopro finalmente il motivo di tale agitazione.<br />
La sera del mio compleanno, quella del mio messaggio a R., mentre io ero occupato a sondare un gelido cielo stellato alla ricerca di risposte, la madre di R. aveva chiamato casa mia.</p>
<p>L’impeccabile e zuccherosa casalinga di Pleasantville, irreprensibile signora di mezza età nonché madre di due creature meravigliose e moglie di un coniuge silenzioso e remissivo da accudire; quella con la villetta appena fuori del centro abitato e un giardino sempre in ordine e ben curato; quella con una cucina addobbata con deliziosi soprammobili artigianali ed un camino in angolo per riscaldare l’ospitale salottino nelle fredde notti d’inverno; quella dal sorriso smagliante col quale accogliere i vicini per scambiarsi torte e dolcetti a forma di cuore e stelle, ricoperti di granelle di zucchero, tutti fatti in casa; quella con la situazione sempre sotto controllo e una nuova giornata tutta da pianificare; quella santa perfezione in terra, sì proprio lei, dice a mia madre che – <em>oooh</em>, certo deve trattarsi di un errore, e il cielo le è testimone di quanto le sia costato prendere in mano la cornetta – eppure io, proprio io, non permetto a suo figlio e la sua nuova compagna di vivere positivamente la loro storia.<br />
Dice che li molesto con sms sconvenienti.<br />
Dice a mia madre che suo figlio non avrebbe mai fatto una cosa simile, che forse non sono stato allevato come si deve.<br />
Dice a mia madre che sono geloso, che a lavorare mangio poco – che sono <em>coooosiiiì maaaagroooo</em>.<br />
Dice alla mia vecchia che non sto bene, <em>possibile che lei non se ne sia accorta</em>?<br />
Dice alla mia povera e stanca madre che vado curato.</p>
<p>Mia madre – rimasta ancorata alla prima delle tante stilettate affondate con eleganza &#8211; non sa cosa rispondere (e cosa può fare un esile essere di quaranta chili, che non ha mai fatto male a una mosca e ha sempre vissuto nella modestia con dignità, senza per questo negare nulla a chi aveva ancor meno di lei? Una persona che non conosce la cattiveria o la malizia, e che cerca di sopperire alle mancanze della vita con coraggio e ostinazione? Una vedova orgogliosa dei propri figli e che mai si aspetterebbe di essere colpita esattamente lì, nel proprio tempio?). Farfuglia imbarazzata qualcosa, forse addirittura si scusa, nel dubbio.<br />
Fatto sta che – a distanza di due anni – ancora faccio fatica a ricostruire con esattezza cosa sia accaduto quella maledetta sera; mia madre – pur tacendomelo per evitarmi altro dolore ed alimentare fuoco col fuoco – porta ancora il peso di quella chiamata e di scuse mai arrivate (nonostante R., qualche mese dopo, dietro mie insistenti pressioni, si sia lasciato sfuggire che quella sera – sue testuali parole – quella “sempliciotta” di sua madre telefonò alla mia senza conoscere tutta la storia e i suoi retroscena… sarà, ma avrei apprezzato che quella “sempliciotta” almeno riprendesse in mano il telefono per scusarsi con chi era stata ingiustamente messa in mezzo).</p>
<p>Da quel momento giuro a me stesso che per R. io sono morto.<br />
Che né lui, né la sua inconsistente famiglia di porcellana bianca, avranno mai più accesso ai miei pensieri.</p>
<p>Così, nelle ore piccole di quella notte ancora giovane, mi ripartorisco per cercare di nuovo la mia strada.<br />
Quella notte nasce Alessandro Supertramp, nemesi della limitatezza di tre piccole menti, dispensatrici di grappoli di pensieri anestetizzati.</p>
<div id="attachment_471" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/02/depressione.jpg"><img class="size-medium wp-image-471" title="La depressione è così, ti fa vedere solo i molteplici modi in cui puoi essere colpito allo stomaco (soprattutto da chi ti vuole bene), ti sussurra alla mente frasi orribili che ti auguro di non imparare mai." src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/02/depressione.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La depressione è così, ti fa vedere solo i molteplici modi in cui puoi essere colpito allo stomaco (soprattutto da chi ti vuole bene), ti sussurra alla mente frasi orribili che ti auguro di non imparare mai.</p></div>
<blockquote><p><span style="color:#888888;"><em>«Scrivo segni e non cicatrici, perché le cicatrici sono monumenti al dolore, mentre i segni di Hemingway dicono: guarda, compagno, è da qui che nasce la letteratura, questi segni sono i diplomi per tutto ciò che si è vissuto.»</em><br />
“Papa Hemingway riceve la visita di un angelo”, Luis Sepúlveda</span></p></blockquote>
<blockquote><p><span style="color:#888888;"><em>Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno.</em><br />
William Shakespeare</span></p></blockquote>
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		<title>Minima catarsi in cinque atti (Atto I: Cado giù)</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 21:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovo inizio, vecchi propositi, tante pulizie da fare. Penso che i tempi siano maturi per affrontare con serenità una situazione che da due anni stagna all’ombra dei miei pensieri imbrigliati. Ho bisogno di fare chiarezza sul recente passato, anche in virtù di un presente non facilmente interpretabile e di un futuro incerto ma non ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=455&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo inizio, vecchi propositi, tante pulizie da fare.<br />
Penso che i tempi siano maturi per affrontare con serenità una situazione che da due anni stagna all’ombra dei miei pensieri imbrigliati.<br />
Ho bisogno di fare chiarezza sul recente passato, anche in virtù di un presente non facilmente interpretabile e di un futuro incerto ma non ancora scritto.<br />
Come una donna che per la prima volta indovina le modificazioni della gravidanza e non può fare altro che accettarle (o, almeno, abbandonarvisi), anch’io, mese dopo mese, avverto ramificarsi in me questa urgenza di gridare all’esterno la mia verità offesa – come un obbligo impellente – e aprire finalmente il libro, un libro che parla di me e che pure negli ultimi ventiquattro mesi è stato scritto per buona parte da altri per il diletto di altri.</p>
<p>Adesso basta.</p>
<p>Quella abbandonata qui, in queste pagine, è la lucida esposizione della mia vicenda personale, una serie di avvenimenti che hanno mutato stabilmente – e  in modo significativo – i miei previi equilibri.<br />
È una nuda testimonianza, la mia, un po’ grido di rabbia, un po’ pianto spaurito, un po’ rassegnazione a un dolore denso e rappreso, maturato nel silenzio, ma anche il fluire di aria nuova su polmoni rimasti inerti troppo a lungo.<br />
È sì la mia visione dei fatti e, in quanto tale, non può che essere parziale, ma non sono qui per riempire gli spazi bianchi con improbabili deduzioni personali per il solo gusto di ricondurre la ragione al sottoscritto.<br />
La ragione non mi interessa, voglio solo tornare a respirare di nuovo.</p>
<p>Scrivo perché sono convinto che ciò che mi è accaduto sia capitato – e stia succedendo proprio adesso, in questo preciso istante – anche ad altri.<br />
Scrivo affinché queste parole possano essere amuleto contro la vuota ignoranza di alcuni e rifugio per chi ancora si interroga (in una folle retroazione infinita) sulle scelte fatte pur senza ritrovare il punto di inizio.</p>
<p>L’inizio, appunto.</p>
<p>Da sempre i miei ideali si contano sulle dita della mano di un falegname, ma sono ben solidi.<br />
Credo nell’amicizia vera, quella che ti spinge a dare prima che ti venga chiesto ma che raramente porta a cercare quando si ha bisogno.<br />
Credo che ognuno di noi, con una parola o un sorriso, possa fare ogni giorno la differenza contro l’indifferenza.<br />
Credo in me stesso, nelle mie umane forze, nell’entusiasmo e nella curiosità che mi animano in ogni istante di questa vorace esistenza; ma credo anche che senza umiltà si vada poco lontano dalla propria ombra.<br />
Credo che se un Dio esiste davvero, be’, allora è anche in grado di ascoltare da sé chi gli si rivolge nell’intimità del crepuscolo senza il fardello di tante intercessioni.<br />
E credo infine che non sia opportuno giudicare le vite degli altri, in nessun caso, poiché, prima di prendere posto in giuria per l’assegnazione del voto, bisognerebbe farsi quantomeno carico del pregresso altrui, malasorte compresa.</p>
<p>C’è forse qualcosa di poco chiaro?</p>
<p>Quando, a fine dicembre 2007, ho cominciato ad avvertire scendere la catena è stato come riconoscere nell’afa estiva l’odore metallico di un temporale in arrivo. Percepivo tangibilmente che qualcosa non stava andando per il verso giusto e, soprattutto, – pur non sapendomelo spiegare razionalmente – intuivo che non sarebbe stato un mutamento episodico.</p>
<p>Da circa un mese il legame tra me e R., il mio migliore amico (nonché complice di mille vicissitudini), era andato progressivamente allentandosi. R. non mi cercava più nei lunghi sabati sera ottobrini, evitava accuratamente di raccontarmi dei suoi fine settimana, parlava (poco, in verità) quasi esclusivamente del nostro lavoro.<br />
Già, perché io e R. abbiamo avviato assieme una piccola attività cinque anni fa. È un’azienda microscopica – siamo sempre stati solamente noi due – eppure è come fosse nostra figlia e ne siamo orgogliosi.<br />
Ci siamo conosciuti alla facoltà di ingegneria nel 1994 e da lì è iniziato il nostro sodalizio, durato tredici intensi anni.<br />
Dopo la laurea ognuno ha seguito il proprio percorso (io snodandomi da un posto all’altro con la voglia di sperimentare e mettere in gioco la mia creatività, lui puntando all’impiego sicuro in un’azienda vicino a casa – dove lavorava suo padre – e scegliendo di rimanervi per cinque anni), eppure non ci siamo mai allontanati un attimo. Uscivamo assieme con assiduità, programmando escursioni domenicali in montagna o improvvisando saltuarie gite fuori porta; ci confidavamo in egual misura sogni e timori tra pub fumosi e cinema affollati e dal volume troppo alto, fantasticando sul nostro glorioso futuro prossimo.<br />
Non eravamo semplici amici, quanto piuttosto fratelli (non della stessa madre, ma dei medesimi ideali). Due singolarità che si erano incontrate per caso e – pur legittimamente diverse (io espansivo e attivissimo, lui più riflessivo e introverso, al limite dell’accettazione passiva) – la cui risultante prometteva molto più della semplice sommatoria delle doti individuali. Complementarietà elettive legate da una profonda stima reciproca.<br />
Dove lui esitava io spronavo, laddove eccedevo d’impulsività lui placava.<br />
Tredici anni di conoscenza, sette anni di profonda coscienza.<br />
Questo, in poche parole, lo scenario iniziale.</p>
<p>È comprensibile, dunque, come il suo improvviso mutismo (o meglio, questa sua inusuale quanto percepibile – e <em>sgradevolmente asettica</em> &#8211; maniera di mettermi parzialmente al corrente di certe cose, tacendomene altre) mi avesse colto di sorpresa; di certo ha giocato un ruolo importante su quanto è avvenuto in seguito, eppure è altrettanto vero che avrei potuto farmi scivolare addosso questa nuova condotta con serenità (l’amicizia autentica non chiede né cerca giustificazioni, ma accetta tutto per come è).</p>
<p>Nemmeno un mese dopo R. ha cominciato a trattarmi come un estraneo. Poi a mentirmi.</p>
<p>Non ricordo nemmeno più come sono venuto al corrente del fatto che si frequentasse con una ragazza (anzi, no, ne ho una vaga reminiscenza: fu da una battuta squallida e volgare di un conoscente comune che lo appresi). Se mi avesse parlato subito di A. (questo, per brevità, il suo nome) ne sarei stato felice, avrei partecipato al suo entusiasmo o, al contrario, avrei contribuito a dissipare i dubbi che ogni nuovo rapporto porta inevitabilmente con sé.<br />
Ancora oggi ignoro il motivo per cui R. non me ne abbia messo a parte direttamente. L’imbarazzo forse (lui ha 35 anni, lei quasi undici in meno); o magari la paura che io potessi in qualche modo rifiutare la perimetrizzazione del nostro comune affetto (peraltro non scontata e in ogni caso non così delicata). In seguito mi disse perfino che temeva che la donzella potesse in qualche modo riconsiderare la sua scelta in favore della mia figura, poiché &#8211; a suo dire – tra i due il sottoscritto è sempre risultato il più interessante al pubblico.<br />
Questo è quanto di più stupido abbia mai sentito, davvero.</p>
<p>Le congiunture vogliono che nello stesso periodo io stessi cercando di gestire una situazione personale non già semplice: gli impegni lavorativi andavano moltiplicandosi, diventando fonte di ulteriori, forti, pressioni psicologiche – nonché di frequenti visite al centro cefalee &#8211; (condurre un’azienda in due non è semplice, soprattutto in periodi di magra), mia madre era fuori e dentro dall’ospedale per alcuni problemi ai reni, e a mio zio era appena stato diagnosticato un tumore allo stomaco (due anni prima ne avevo perso un altro a causa di un infarto).<br />
In tutto questo avvertivo sempre più la mancanza di mio padre (scomparso quando avevo da poco raggiunto la maggiore età) e la cosa m’incupiva in un modo che non ero in grado di interpretare.<br />
La catena prendeva ad abbassarsi rapidamente.</p>
<p>Dall’altra parte R. non faceva nulla per venirmi incontro. Si teneva a debita distanza da tutto ciò che non riguardava direttamente il proprio mondo. Taceva, in azienda era diventato una figura passiva (un dipendente mediocre, non certo il socio titolare di cui avevo bisogno, in particolar modo in un momento di sconforto, peraltro il mio unico momento di sconforto in trentacinque anni), si dileguava il prima possibile ed evitava come la peste qualunque impegno extra-lavorativo (a voler essere sinceri, glissare su qualsivoglia richiesta implicita è da sempre il suo forte), lasciando che fosse il sottoscritto a gravarsene.<br />
Lui era al corrente della mia situazione familiare – gliel’avevo vagamente accennato (in ogni caso era impossibile non accorgersi del mio trafelato ripartirmi tra lavoro, casa e ospedale, nel disperato tentativo di incastrare ogni impegno) &#8211; eppure da parte sua nessuna offerta per una mano tesa.<br />
Più tardi mi avrebbe spiegato che la nonna di A., la sua nuova fiamma, versava in condizioni di salute non felici e che <em>davvero </em>avrebbe voluto scrivermelo via mail, per sostenermi, ma non ne aveva trovato il tempo.<br />
Sorvolo sul fatto che non riuscire a trovare un momento per produrre due sole righe (sessanta battute) in oltre un mese è inverosimilmente bizzarro nell’era di internet e dei social network (oltretutto mi è dispiaciuto sul serio per la dipartita di lì a poco della nonna della sua compagna), ma perché non parlarmene direttamente a voce dal momento che da oltre un lustro si condivide per più di dieci ore al giorno la stessa stanza di venti metri quadri scarsi? Perché nascondersi dietro un paravento di pretesti infantili? È così difficile essere vicini contemporaneamente a due persone?<br />
Il rapido assommarsi di queste bizzarre accidentalità (dove due semplicemente <em>non è</em> il doppio di uno) ha fatto sì che subentrassero i primi attacchi di panico, parassiti a me sconosciuti prima di allora (è occorsa qualche settimana, invero, per dare un nome a quanto mi andava manifestandosi).<br />
Tutto è iniziato con l’improvvisa perdita di sonno, i pensieri più neri e distruttivi intenti ad alimentarsi avidamente delle paure coltivate di giorno per sabotare qualsiasi risposo notturno; poi le parole hanno preso a languire fino ad un prematuro, perdurante, estinguersi.</p>
<p>Una soleggiata mattina di metà dicembre, all’ora di pranzo, ho preso atto di non essere più in grado di tenermi dentro tutto quel sedimento e mi sono aperto con lui. Ho tentato di spiegargli cosa mi stava succedendo (condizione non molto chiara nemmeno al sottoscritto), passeggiando nervosamente all’aperto.<br />
Ne ho ricevuto un paio di rassicurazioni consolatorie premasticate, seguite dall’invito per il futuro ad abbandonare il mio guscio da riccio per confidarmi a lui – sbrigativa ricompensa per la mia imbarazzante elemosina fuori programma.</p>
<p>Da fratello a zavorra.</p>
<p>Frattanto il natale si avvicinava con la stessa indolenza del mio socio e la strana sensazione che tutto intorno progredisse all’infuori di me continuava a ventilarmi attorno, fino a farsi soffocante.<br />
La notte della vigilia R. mi invia uno scialbo sms benaugurale (il mezzo più sicuro e impersonale per dire senza comunicare nulla, evitando qualsiasi genere di contatto umano). La mia risposta è lapidaria, dettata dalla disperazione: “Mi sei veleno nel sangue”.<br />
Nessuna replica da parte sua, nessuna domanda, nessuna telefonata per sondare il motivo di quella reazione così tagliente. Evidentemente lui aveva tutte le risposte che a me mancavano.</p>
<p>Imponendomi di allontanarmi per un po’ da una realtà inaspettatamente coriacea da digerire decido allora di trascorrere gli ultimi giorni del duemilasette a Berlino, città poliedrica e dalle tante storie, in un tentativo estremo (nonché simbolico auto-esilio) di cercare nuovi spazi di riflessione.<br />
A poco a poco le cose hanno cominciato ad andare anche peggio, se possibile.<br />
È ancora vivo in me il ricordo di una sera di fine anno in una stanza anonima di un Best Western. Io disteso su un letto troppo grande per una persona sola, una camera matrimoniale di un bianco violento e altrettanto impersonale, la tv sintonizzata su di un canale insignificante, il pensiero fisso di farla finita in un luogo dove nessuno mi conosceva.<br />
Non è accaduto, evidentemente, ma a tutt’oggi evito con diligente scrupolosità ogni stima su quanto mi sia ritrovato prossimo a quella sottile linea di demarcazione tra ciò che è stato e quanto avrebbe potuto essere.</p>
<p>Al mio rientro gli attacchi di panico si sono presto moltiplicati (di notte o di giorno era indifferente), alternandosi a crisi di pianto incontrollabili; l’attenuarsi di ogni mio interesse verso il mondo esterno (e dire che da sempre amo leggere, godermi in solitudine film d’essai, correre sull’asfalto, darmi da fare per ampliare i miei stretti orizzonti) è progredito di pari passo con una sensibile perdita di capelli e di peso. Sono alto uno e settanta e non sono mai stato robusto di corporatura, ma quando dai miei 65 chili stabili sono sceso a 57 ho cominciato a preoccuparmi seriamente.<br />
Ironia della sorte, l’aspetto per me più enigmatico – vera ossessione nella follia che mi governava – rimaneva l’assoluta non-partecipazione al mio personale dramma da parte di R. Come ho già scritto, in ufficio dividiamo lo stesso ambiente ristretto, siamo seduti uno di schiena all’altro, le nostre scrivanie distano tra loro appena un metro, eppure lui continuava a lavorare chino sul proprio portatile senza proferire parola, ignorando (o forzandosi di farlo) la mia precarietà, pur evidente.</p>
<p>Oggi so per certo di essere stato vittima di una linea di condotta basata sulla <em>non</em>-azione (tanto semplice quanto vile).<br />
Oggi so per certo che non riuscirei ad accettare di essere trattato nel modo in cui sono stato trattato. Di fronte all&#8217;insorgere di un’affezione si richiede una diagnosi rapida, preferibilmente una terapia, non un’estrema unzione fatta di intenzionalità e condizionali.<br />
Ma allora non ero lucido come oggi.</p>
<p>Gennaio 2008. C’è qualcosa di deliziosamente vero nel pensiero comune che vuole che quando si rovina sul fondo non rimane altro da fare che alzarsi di nuovo. L’anno da poco iniziato deve avere in qualche modo solleticato – o meglio, <em>scrollato </em>– quanto rimasto della mia indomita forza (che solo a posteriori riconosco, <em>sia benedetta!</em>), la quale – pur ancorata sotto i miei stessi piedi – mi ha spinto a chiedere aiuto.<br />
Può accadere di perdere la stima in se stessi, ma levarsi la dignità no, non lo si può sostenere a lungo.<br />
Mi sono rivolto ad uno psichiatra, non ad uno psicanalista, perché ho pensato che se stavo diventando matto, be’ allora era meglio andare da uno che potesse somministrarmi qualcosa, consigli o medicine poco importava.</p>
<p>Gli incontri si sono protratti per un anno. Nessun consiglio, nemmeno una medicina.<br />
Solo tante parole. Molte parole. E poi, altre parole ancora.<br />
Devo molto a quella persona.<br />
In due semestri è riuscita a farmi recuperare parte di quella stessa fiducia che aveva impiegato un attimo a scivolarmi fuori dalle tasche sgualcite.<br />
Lo ha fatto gradualmente, prendendomi per mano ma senza condurmi ad affrettate conclusioni. Più che un interruttore on/off è stata una lenta presa di coscienza, una faticosa opera di ricostruzione costata orgoglio e sacrifici (poiché la diffidenza e l’ignoranza altrui possono causare danni ben peggiori che una depressione da stress psicosomatico).<br />
Ho visto i miei limiti, li ho afferrati per i talloni, e ne ho preso atto.<br />
Ho visto i limiti di R., d’un tratto mi sono parsi così evidenti, e ne ho preso atto.<br />
Ho visto le mie capacità, troppo a lungo insabbiate in un copione che prevedeva il protagonista aguzzino di se stesso, e ho preso atto anche di quelle.</p>
<p>Un’ulteriore conferma (qualora fosse necessaria) che il dialogo rimane uno dei pochi pilastri fondamentali nella vita di un uomo e che, se elaborato in maniera salubre e non soggetta a censura preventiva, oltre ad essere liberatorio, si rivela un antidoto esemplare contro il nostro stesso analfabetismo di vita.</p>
<div id="attachment_457" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/01/ombra_alla_finestra.jpg"><img class="size-medium wp-image-457" title="La solitudine o ci fa ritrovare o ci fa perdere noi stessi (R. Gervaso)" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2010/01/ombra_alla_finestra.jpg?w=200&#038;h=300" alt="" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La solitudine o ci fa ritrovare o ci fa perdere noi stessi (R. Gervaso)</p></div>
<blockquote><p><span style="color:#888888;">«Mi sento perfettamente normale nel mio mondo pazzo; non voglio diventare come gli altri.» Charles Bukowski</span></p></blockquote>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/455/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/455/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=455&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Se</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 23:18:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se riesci a mantenere la ragione quando tutti intorno la perdono addossandotene la colpa; Se riesci ad aver fiducia in te stesso mentre tutti ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio; Se sei in grado di aspettare senza stancarti di attendere, o, sentendo mentire a tuo riguardo, a non ricambiare il falso con [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=448&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se riesci a mantenere la ragione quando tutti intorno<br />
la perdono addossandotene la colpa;<br />
Se riesci ad aver fiducia in te stesso mentre tutti ne dubitano,<br />
ma anche a tener conto del dubbio;<br />
Se sei in grado di aspettare senza stancarti di attendere,<br />
o, sentendo mentire a tuo riguardo, a non ricambiare il falso con menzogne,<br />
o, se odiato, a non lasciarti inquinare dall&#8217;odio,<br />
senza per questo abbandonarti all&#8217;ebbrezza di stimarti santo tra i santi e giusto tra i giusti;</p>
<p>Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;<br />
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo fine;<br />
Se riesci a fissare ugualmente in volto trionfo e disonore<br />
senza per questo spalancare il cuore a nessuno di questi due impostori;<br />
Se riesci a sopportare di udire la tua verità<br />
distorta da insinceri per ingannare gli sciocchi,<br />
o a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,<br />
e piegarti per ricostruirle con amaro coraggio;</p>
<p>Se sai rischiare in un sol colpo tutto ciò che la vita ti ha donato<br />
e, perdendolo, ricominciare di nuovo dal principio<br />
senza tuttavia pentirti della tua partita;<br />
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi<br />
a servire al tuo scopo quando da tempo sono ormai sfiniti,<br />
e a tener duro quando in te non resta altro<br />
tranne la volontà che dice loro: &#8220;Tieni duro!&#8221;;</p>
<p>Se puoi toccare il fango senza insozzarti<br />
e dar la mano ai re senza esaltarti;<br />
Se non riescono a ferirti il nemico né l&#8217;amico più caro,<br />
Se tutti gli uomini avrai cari ugualmente,<br />
ma più degli altri nessuno;<br />
Se riesci a occupare il minuto inesorabile<br />
dando valore a ogni minuto che passa,<br />
tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,<br />
e &#8211; quel che è di più &#8211; sei un uomo, figlio mio!</p>
<p>Rudyard Kipling</p>
<p><em>(con <a title="If (testo originale)" href="http://en.wikisource.org/wiki/If_%28poem%29" target="_blank">questa lettera</a>, datata 1910, Rudyard Kipling cercò di insegnare al figlio a distinguere fra il bene e il male)</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/448/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=448&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Alex Supertramp</media:title>
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		<title>A nudo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 21:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre cose so fare bene. Solo tre. So leggere fra le righe degli animi della gente, a poco a poco, in silenzio. So far finta di non saperlo fare, perché a volte è indispensabile per non morire o per non ferire. E so fare bene l’amore. Questo so fare. Questo sono io.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=444&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tre cose so fare bene. Solo tre.<br />
So leggere fra le righe degli animi della gente, a poco a poco, in silenzio.<br />
So far finta di non saperlo fare, perché a volte è indispensabile per non morire o per non ferire.<br />
E so fare bene l’amore.<br />
Questo so fare. Questo sono io.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/444/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=444&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>In viaggio con l’asino</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 21:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alex Supertramp</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1878 Robert Louis Stevenson compì uno straordinario viaggio in solitaria nelle Cévennes. Partì il 22 settembre da Le Monastier, nell’Alta Loira, fino a giungere a Saint-Jean-du-Gard, attraversando quattro regioni della Francia e percorrendo a piedi quasi 200 chilometri in dodici giorni in compagnia dell’asina Modestine. Un’impresa per quei tempi. Aveva ventisette anni, era un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=416&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-418 alignleft" title="Manifesto delle celebrazioni per i 130 anni del viaggio di Stevenson" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2009/12/stevenson.jpg?w=193&#038;h=288" alt="Manifesto delle celebrazioni per i 130 anni del viaggio di Stevenson" width="193" height="288" /></p>
<p>Nel 1878 Robert Louis Stevenson compì uno straordinario viaggio in solitaria nelle Cévennes.<br />
Partì il 22 settembre da Le Monastier, nell’Alta Loira, fino a giungere a Saint-Jean-du-Gard, attraversando quattro regioni della Francia e percorrendo a piedi quasi 200 chilometri in dodici giorni in compagnia dell’asina Modestine. Un’impresa per quei tempi.<br />
Aveva ventisette anni, era un giovane scrittore ancora sconosciuto la cui salute era minata dalla tisi e le cui relazioni familiari erano da sempre burrascose (il padre, imprenditore, non vedeva di buon occhio le aspirazioni letterarie del figlio; come non apprezzava il fatto che il ragazzo avesse da poco iniziato una relazione con un’americana più vecchia di lui di oltre dieci anni, sposata e con due figli).<br />
In tanto malessere il viaggio solitario a piedi tra le montagne francesi prometteva a Stevenson un periodo di solitudine per interrogarsi sui propri sentimenti e propositi, e al tempo stesso rappresentava una distrazione dalla folla di cattivi pensieri che lo attanagliavano la notte.<br />
Scrive a riguardo: «Viaggio unicamente per viaggiare. L’essenziale è muoversi, provare più da vicino i bisogni e le difficoltà della vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentire sotto i piedi il granito della terra, disseminato di pietre taglienti».<br />
<a href="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2009/12/carte-lescure.jpg"><img class="size-medium wp-image-434 alignright" title="Itinerario di Stevenson" src="http://menteindisordine.files.wordpress.com/2009/12/carte-lescure.jpg?w=117&#038;h=300" alt="Itinerario di Stevenson" width="117" height="300" /></a>E ancora: «Trovarmi al mattino sul limitare del bosco in un’anonima zona del Gévaudan, senza sapere dove fossero il nord e il sud, ignaro di ciò che mi stava intorno come il primo uomo sulla terra, un vero naufrago terrestre, era come veder realizzata una parte dei miei sogni. […] Non mi è capitato spesso di godere di un più sereno possesso di me stesso, né di sentirmi più indipendente da ogni necessità materiale. Il mondo esterno, dal quale fuggiamo per rannicchiarci nelle nostre case, sembrava dopo tutto un luogo accogliente e abitabile; e, notte dopo notte, un letto era pronto per l’uomo che avesse voluto occuparlo, nei campi, dove Dio tiene una casa sempre aperta per chiunque».<br />
Anche il compagno di viaggio di Stevenson, Modestine, non era quello che tutti ci aspetteremmo oggi. Non un bel cavallo di razza, ma una piccola asinella non più grande di un cane, del colore di un topo. «Ora, un cavallo è come une bella signora, tra gli animali: volubile, timido, delicato di salute e schizzinoso nel mangiare, è troppo prezioso e irrequieto per essere lasciato solo, cosicché siete legato alla vostra bestia come a un compagno di galera. Una strada pericolosa basta a farlo imbizzarrire; in breve, è un compagno incerto ed esigente che non fa che moltiplicare i fastidi del viaggiatore. Ciò di cui avevo bisogno era invece una bestia che fosse insieme a buon mercato, piccola e robusta, di indole tranquilla e pacifica: tutte caratteristiche che portavano a un asinello».<br />
Compagna astuta, Modestine si rivela poco utile e poco apprezzata dal suo padrone per tutta la prima parte del viaggio. Saranno le difficoltà affrontate e superate assieme – tra cui una terribile notte di tempesta – a unire i due («Aveva i difetti della sua razza e del suo sesso, ma le virtù erano di lei sola.»).<br />
Negli anni seguenti Stevenson divenne l’autore di classici quali “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.<br />
Ancora oggi – a oltre 130 anni da quel viaggio e pur essendo cambiate molte cose – tante persone ripercorrono a piedi gli stessi sentieri dello scrittore, mosse dal fascino dei luoghi descritti (e documentati nel libro “Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino”, del 1879) e dalla necessità di trovare riscontri a domande di più ampio respiro (il viaggio reale come metafora del viaggio interiore).</p>
<p>In tutti noi convivono il bisogno cronico di sistemarsi e la necessità di esplorare, sperimentare, migliorarsi (d’altronde la stessa teoria darwiniana è basata sull’evoluzione della specie per non soccombere). In taluni prevale sistematicamente uno dei due stati d’animo e dunque la vocazione risulta più evidente (anche se difficilmente si rivela definitiva); in altre persone i due aspetti si compensano senza mai giungere ad un equilibrio stabile, il che – pur rendendo a volte penoso il modo di affrontare la quotidianità (sfido chiunque nel riuscire a far coesistere costantemente acqua e fuoco senza uscirne sfiniti) – rende gli animi più idonei al cambiamento e alle sfide continue. Tanto le menti sopite, quanto quelle votate a genio e sregolatezza, non sono mai andate lontano. Una mente che dia un fine alla creatività, per contro, è una mente felice e prolifica.<br />
Non è una colpa avere uno spirito irrequieto. Non è un torto pensarla diversamente, anche a costo di rimanere soli (che non è mai per sempre, a meno di non volerlo sul serio).<br />
Una strada diritta e senza nebbia è sì più comoda, ma è davvero un’ipotesi realistica e percorribile?</p>
<p>A tutti coloro che cercano uno spunto originale per un regalo natalizio consiglio il libro &#8220;In viaggio con l&#8217;asino&#8221; di Andrea Bocconi e Claudio Visentin (Guanda Editore, 173 pagine, 13€), musa ispiratrice di questo post.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/menteindisordine.wordpress.com/416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/menteindisordine.wordpress.com/416/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=menteindisordine.wordpress.com&amp;blog=2738958&amp;post=416&amp;subd=menteindisordine&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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